Destra italiana e Trump, il conto dopo le midterm
La destra italiana aveva presentato la vicinanza a Donald Trump come un vantaggio per il Paese. Dopo le elezioni americane di metà mandato, preferisce parlare dell’alleanza tra Stati. Su Free-Italia, a me interessa il conto di quella scommessa. Che cosa ha ottenuto l’Italia grazie al rapporto personale con Trump e dove ha sbagliato chi se ne vantava?
Che cosa cambia per la destra italiana?
Il 3 novembre 2026 i democratici hanno conquistato la maggioranza alla Camera e al Senato degli Stati Uniti. Trump resta presidente e dovrà fare i conti con un Congresso controllato dall’opposizione a partire da gennaio. Il quadro è nell’analisi del voto di Associated Press e nel nostro approfondimento sulle elezioni di metà mandato.
A Roma si sente subito un cambio di tono. Giulio Cavalli lo ha messo a fuoco nel suo editoriale su Left. Io partirei da una distinzione che il governo stesso rivendica. L’alleanza con gli Stati Uniti ha ragioni che durano più di un mandato.
La scommessa sul rapporto personale con Trump, invece, è una scelta politica di cui chi governa deve rendere conto.
Tajani, l’alleanza e i suoi simboli
Antonio Tajani ha ribadito il 5 novembre di tenersi fuori dal movimento Make America Great Again (MAGA). Ha ricordato i contrasti con Washington sulla Groenlandia e sull’Iran. Già a giugno aveva rivendicato l’autonomia italiana dopo gli attacchi di Trump a Meloni. Su questo la cronologia gli dà ragione, come mostrano le interviste pubblicate dalla Farnesina a giugno e dopo il voto.
Resta la foto di febbraio, in cui Tajani tiene in mano il cappellino rosso di Trump alla riunione del Board of Peace a Washington. A me colpisce la leggerezza con cui si maneggiano certi simboli quando si rappresenta il proprio Paese. Quel cappellino è il marchio di una parte politica. La polemica era arrivata già allora in Senato e la vicenda è stata ricostruita da Pagella Politica.
Salvini e la scommessa sulla pace
Con Matteo Salvini il cambio di tono si vede meglio. Nel novembre 2024 il leader della Lega rivendicava la sua preferenza per Trump e legava la vittoria del repubblicano alla speranza di un ritorno alla pace. Il 4 novembre 2026 ha detto che i conflitti sono aumentati e ha auspicato che proprio la sconfitta dei repubblicani freni l’interventismo americano. Le due prese di posizione si possono leggere nell’intervista a RTL 102.5 e nel resoconto delle sue parole a San Marino RTV.
Se una previsione si rivela sbagliata, cambiare idea è ragionevole. Nel 2024 Salvini rivendicava la sua scelta con franchezza. Mi aspetterei che riconoscesse con la stessa chiarezza di aver riposto in Trump una speranza che è rimasta delusa. A me interessa sapere che cosa abbia imparato dalla propria scelta, oltre a quello che consiglia ai repubblicani.
Meloni e l’interesse dell’Italia
Il 29 ottobre, in un’anticipazione del libro di Bruno Vespa, Giorgia Meloni rivendicava la vicinanza a Trump all’inizio del secondo mandato. La premier sostiene che sia servita a tenere aperto il dialogo e a riportare la questione della Groenlandia nel quadro della NATO. È quanto riportava l’agenzia ANSA nell’anticipazione del libro.
Dopo il voto ha ribadito che il rapporto con gli Stati Uniti va oltre chi li governa. Le due posizioni possono convivere. Proprio per questo si può chiedere un bilancio del rapporto personale che la premier considera così utile. La sua posizione è nell’intervista al Quotidiano Nazionale.
La Groenlandia è un buon punto di partenza. Quale risultato concreto ha ottenuto Roma e quanto ha contato il lavoro con gli altri alleati europei? È una domanda che riprende quanto scrivevamo già a gennaio sui margini di autonomia dell’Italia nei rapporti con Washington.
È qui che vedo il servilismo politico. Chi vende la propria vicinanza al potente di turno come un successo nazionale dovrebbe dirci quanto vale anche quando quel potente perde. Da cittadino, vorrei che il governo portasse in Parlamento il bilancio di quella scelta. Quale risultato dovrebbe mettere per primo sul tavolo?
Gerd Dani, Free-Italia


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