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mercoledì 2 settembre 2020

Un No secco contro la kasta grillina e per salvare la democrazia

La riduzione del numero di deputati e senatori votata in quarta e ultima lettura alla Camera l’8 ottobre 2019 si presenta al voto popolare del referendum costituzionale “oppositivo” il 20 e 21 settembre con argomenti e schieramenti diversi da quelli che sostennero, o avversarono, l’iniziativa in parlamento.  Se le eterogenee porzioni del popolo sovrano che saranno sollecitate anche dal voto per i consigli regionali (anzi per i presidenti delle giunte, come ha voluto una resistibile modifica del 2001 del Titolo quinto della Costituzione) decideranno di ridurre il proprio potere, curiosamente non gioiranno politici e opinionisti che da trent’anni chiedono riforme antiparlamentari e governabilità perché condividerebbero la vittoria con l’antagonista Movimento 5 Stelle.


E questa è una preziosa fortuna per le nostre istituzioni democratiche. Il Movimento ormai acefalo si era presentato con un’idea apparentemente diversa dalle solite riforme che da quarant’anni affaticano il dibattito politico italiano: toccando solo tre articoli della Costituzione si abbandonava l’obiettivo salvifico di Berlusconi e Renzi della “governabilità” attraverso il rafforzamento dell’esecutivo per afferrare invece risultati più esili, eppure di facile comunicazione: l’attacco alla casta (da parte della stessa casta) e la riduzione (irrisoria e arbitraria) dei costi di funzionamento del Parlamento.


Il taglio non è un efficientamento di ruolo e funzione del Parlamento, come miseramente affermano i promotori, bensì un ulteriore tassello in direzione di un già avanzato processo di riduzionismo del ruolo della politica e della democrazia sociale costituzionale. Infatti, il dibattito parlamentare non ha esteso il campo degli argomenti. E anche la relazione che accompagnava il DDL si limitava a vantare l’aumento di “efficienza e produttività delle Camere” e la “razionalizzazione della spesa pubblica”. Ma dobbiamo riconoscere in queste motivazioni dei promotori solo il tentativo di dare un vestito più acconcio al fantoccio movimentista dell’avversione per la democrazia delegata, obiettivo legittimo, ma insano finché i rappresentanti saranno il principale strumento di esercizio della sovranità popolare. Subito dopo dovremo anche ribadire, come è ormai acclarato, che la “spesa pubblica” sarebbe ridotta solo dello 0,007% annuo; e che i 56 milioni risparmiati ogni anno rappresentano 1/35 del bilancio annuale del parlamento: possibile che una meschina visione “aziendalista” non sia capace di dettare risparmi senza tagliare teste?


Quanto invece all’efficienza, argomento apparentemente più dignitoso, premesso che essa non dipende dai numeri, ma dalla volontà politica della maggioranza di turno, vogliamo anzitutto anteporvi la rappresentatività: senza scomodare il paradosso secondo cui la forma di governo più efficiente è la dittatura, ricordiamoci che la funzione essenziale del parlamento è di rappresentare il popolo e deriva dalla sua caratteristica di essere non il principale, ma l’unico organo rappresentativo nazionale della nostra democrazia. Ridurre del 35% il numero dei parlamentari che oggi è invece in linea con le maggiori democrazie europee (1 deputato ogni 100 mila abitanti) ci porrebbe all’ultimo posto nel rapporto fra parlamentari e abitanti (0,7 ogni 100 mila). Solo una legge elettorale rigorosamente proporzionale consentirebbe ad alcune regioni di eleggere rappresentanti di più di due o tre partiti al Senato, salvo varare altre modifiche costituzionali che introducano un vincolo di proporzionalità al sistema elettorale, o rimuovano l’elezione su base regionale del Senato.


Comunque la stretta renderà più costosa ed elitaria la campagna elettorale, la riduzione del pluralismo graverà naturalmente sulle istanze con minor forza contrattuale e si accentuerà la distanza tra cittadini e politica: non si può non vedere in questo una riduzione di efficienza delle istituzioni, cioè una loro minor capacità di conoscere e risolvere i problemi reali della società.  Problemi che non hanno altra voce che quella del parlamentare per affiorare efficacemente alla superficie: non l’hanno a livello sovranazionale, in UE, dove l’unico organo rappresentativo, il parlamento europeo, è privo di poteri normativi autonomi e non ha potere d’inziativa; e non l’hanno a livello locale, dove sui consigli prevalgono i sindaci e i presidenti delle giunte regionali eletti direttamente.


La politica è già debole e la “cura” non è l’ulteriore indebolimento a vantaggio del potere economico e finanziario: questa modifica camuffata da “presa della Bastiglia” porterà il suo opposto, un arroccamento del potere, una fuga dal confronto trasparente e totale con ogni istanza dei cittadini, l’offerta agli interessi più forti di un’istituzione politica meno problematica, più agile, senza le idee estreme e senza la rappresentanza dei territori periferici. Quasi la posa di un’altra e decisiva pietra per la ricostruzione della Bastiglia per estromettere dalla vita istituzionale le parti più significative e originali della Costituzione del 1947. Simpaticamente tutto questo viene fatto nel nome del popolo, della gente, della “società civile”, e contro la “casta”. Una casta pubblica (di principio sorvegliabile e contendibile) da sostituire con una casta privata, inaccessibile al controllo e insostituibile.


Contro l’ennesimo rovesciamento della realtà, dove la Costituzione è di nuovo terreno di scontro dell’irresponsabile e mediocre politica nazionale, portata avanti da partiti che sono soltanto un simulacro delle associazioni di cittadini previste dall’art.49 della Costituzione, soltanto la vittoria del NO può porre un freno e salvarci dall’ennesima sciagura di palazzo.

mercoledì 3 aprile 2019

Una Roma da cartellino rosso

Tra indagini, arresti e scandali, la vicenda dello stadio della Roma calcio è l’emblema di una capitale al collasso, in cui la politica appare inesorabilmente segnata dalla sudditanza nei confronti del mondo degli affari e della speculazione. Il 2 dicembre 2014 prende il via l’inchiesta “mondo di mezzo” che azzera la classe politica che governava la città. Elemento dominante del malaffare era l’accaparramento da parte di imprese e cooperative colluse con la malavita di funzioni che fino a pochi anni prima erano state svolte egregiamente dalle amministrazioni pubbliche e che la cieca furia privatizzatrice aveva distrutto, disarticolandole in una miriade di scatole cinesi alla cui guardia erano stati piazzati uomini fidati e imprese “amiche”. Il sistema degli appalti pubblici fu sottoposto a una profonda verifica e la creazione di un’autorità preposta a salvaguardare la morale pubblica ha dato buoni frutti. In quello stesso periodo, il governo delle città, la vera radice di tutti i mali italiani, non fu purtroppo sottoposto a un’identica, rigorosa, revisione. Pochi mesi prima, in data 1 gennaio 2014, era entrata in vigore la legge 147, che ai commi 304 e 305 disciplina le procedure per favorire la costruzione degli impianti sportivi “…attraverso la semplificazione delle procedure amministrative e la previsione di modalità innovative di finanziamento…”. Di fronte al perdurare della crisi economica e produttiva del Paese e all’aggravarsi delle condizioni di vita delle famiglie italiane, il governo di centrosinistra aveva così trovato la bacchetta magica: costruire nuovi stadi di calcio per società sempre più indebitate. Qualche speculazione immobiliare garantita dalla cultura della deroga avrebbe risollevato le sorti del Paese. È a questa grave involuzione culturale che dobbiamo il gigantesco scandalo dello “stadio della Roma calcio”, che ha riportato Roma a essere inchiodata a un passato di scandali e corruzione che si poteva – e doveva – superare. Nel giugno 2016 la capitale aveva infatti affidato ai 5Stelle e alla candidata Virginia Raggi le chiavi del governo della città con la speranza di porre in essere una profonda discontinuità di metodo e di contenuti. E la vicenda dello stadio della Roma era in tal senso decisiva, poiché i 5stelle si erano impegnati a cancellare quella folle speculazione. La legge sugli stadi, nella sua parte più grave, permetteva alle società di decidere in piena autonomia la localizzazione dell’impianto. Il potere pubblico non poteva che accettarlo senza contraddittorio. La Roma calcio insieme al gruppo economico di riferimento, la Parsitalia di Luca Parnasi, aveva dunque deciso di costruire l’impianto in un terreno di proprietà dello stesso Parnasi che non aveva i minimi requisiti di urbanizzazione. Così, per garantire trasporti pubblici e viabilità privata indispensabili per assicurare l’arrivo di oltre 30mila autoveicoli, la Roma calcio dovette prevedere nuovi ponti, svincoli, linee metropolitane e altro. Un impegno economico insostenibile per il privato, che infatti lo mise disinvoltamente a carico della collettività: ed ecco concretizzarsi la cultura della deroga prevista dalla legge. Invece dei 300mila metri cubi legittimamente riconosciuti dal piano regolatore (e cioè dalle leggi, in uno Stato di diritto), furono previsti oltre 900mila metri cubi di cemento. Tre volte tanto quello consentito. Il sindaco Ignazio Marino accettò tutto ciò e decise addirittura di attribuire al progetto il carattere di “interesse pubblico”. E per la giunta Raggi non c’era soltanto al sfida dello stadio. I segnali che sull’urbanistica si sarebbero dovuti accendere i fari dell’attenzione erano stati molto espliciti. Il 16 dicembre 2016 viene arrestato Raffaele Marra, potente braccio destro della sindaca Raggi. L’urbanistica mette in moto interessi così giganteschi che la trasparenza dà fastidio a chi ha il potere economico-fondiario ed è molto meglio lasciare tutto nell’ombra di oscure trattative. In poco tempo, anche grazie al “commissariamento” della Raggi imposto da Di Maio attraverso due uomini di sua fiducia (i deputati – oggi ministri – Fraccaro e Bonafede), l’urbanistica romana è ritornata in linea di continuità con le precedenti amministrazioni comunali. Lo stadio si deve fare anche per i nuovi inquilini del Campidoglio, che compiono così un’aperta sconfessione delle promesse di legalità. Entrano in gioco mediatori e facilitatori, il primo dei quali, l’avvocato Luca Lanzalone, compie nei mesi di febbraio e marzo 2017 il miracolo di raggiungere un compromesso con la Roma calcio: lo stadio si farà. Invece di 900mila metri cubi, se ne faranno 600mila. Il doppio di quanto consentito dalla legge. La vicenda dello Stadio della Roma sta tutta in questa forbice tra l’esigenza di trasparenza e di moralità che la giunta Raggi aveva promesso a una città che sperava in un cambiamento profondo. Ma la vicenda stadio non è la sola. A Ostia, sciolta l’amministrazione per mafia, nonostante due anni e mezzo di commissariamento, è stata approvata solo una bozza di piano degli arenili che lascia in mano al potente partito dei balneari il destino del litorale. Del resto, le meritorie demolizioni degli abusi iniziate per merito dell’allora commissario al litorale, il magistrato Sabella, sono state abbandonate. Il settore del commercio ambulante è stato riportato indietro rispetto alle politiche di Ignazio Marino. La rete delle esperienze sociali che tengono viva la città, a partire dalla Casa internazionale delle Donne, sono ignorate e rischiano lo sgombero. Sulla fame di case pubbliche non si è fatto nulla e continuano le dolorose occupazioni da parte della città dei poveri. Sull’area pubblica dei Mercati generali di Ostiense si vuole approvare un progetto che prevede il verde pubblico – per gli abitanti di quel quartiere del tutto privo di parchi – ubicato a venticinque chilometri di distanza. Con il commissariamento del comune di Roma ad opera del gruppo dirigente 5Stelle siamo tornati agli orrori dell’urbanistica contrattata. E tutto sembrava andare per il verso giusto. Un inedito consenso sembrava aver messo le ali al progetto. I motivi del generale consenso sono forse da rintracciare negli attori economici della vicenda. Il gruppo Parnasi aveva accumulato un debito con la banca Unicredit di 160 milioni, mentre a 20 milioni ammontava il debito della Roma calcio sempre con Unicredit. Le aree di Tor di Valle con la “valorizzazione fondiaria” innescata dallo stadio sarebbero servite meravigliosamente a chiudere molte partite. Il valore del terreno in base al piano urbanistico è pari a 100 milioni di euro. Con il progetto iniziale approvato dalla giunta Marino il valore fondiario era schizzato a 300 milioni. Con la mediazione Raggi ci si attesta a 200 milioni. Come si vede, parliamo di plusvalenze di cento-duecento milioni. Somma colossale, che nessuna operazione imprenditoriale può raggiungere. La rendita urbana è il motore della città di Roma. Ma il disegno dei gruppi dirigenti della città e dei temporanei amministratori si infrange nel luglio 2017, quando la Procura della Repubblica di Roma arresta Luca Parnasi, Luca Lanzalone e una serie di politici non riconducibili allo schieramento dei 5Stelle. Un terremoto giudiziario imponente che sembrava aver cancellato il progetto stadio. E invece si va avanti sulla base della constatazione che nessun esponente del mondo dirigente grillino era stato sfiorato dallo scandalo. La sindaca Raggi decide di proseguire a ogni costo senza dare ascolto alle voci che la ricamavano alla prudenza. Nel marzo 2019 la nemesi si abbatte sui poveri dilettanti allo sbaraglio. Stavolta a essere arrestato è il presidente grillino del consiglio comunale, Marcello De Vito, e un suo stretto collaboratore. La giunta Raggi si era insediata al grido di “onestà, onestà” e pagava così il ritorno al porto delle nebbie urbanistico. Sono sei anni che la città è bloccata su una localizzazione dello stadio insostenibile sotto il profilo urbanistico. C’è un solo modo per risolvere la vicenda: sedersi intorno a un tavolo con la Roma calcio e trovare un altro luogo. Del resto, era stata la stessa società proponente a indicarne più di una. Si riprenda quell’elenco e si trovi un’altra localizzazione. È l’unico modo per fare lo stadio. Mentre è sul tradimento delle speranze per una città che doveva guardare ai bisogni delle periferie e non agli affari, che dovremo aprire la discussione. È infatti indubbio che questo ennesimo grave colpo all’immagine della capitale potrà provocare disorientamento e ulteriore distacco dalla partecipazione politica. Per riportare la capitale degli scandali urbanistici ad avere fiducia nel futuro, è necessario un progetto di città che sappia mettere per sempre in soffitta affaristi e politica succube. È solo con una profonda svolta etica verso la città intesa come bene comune che potremo ricostruire il futuro di Roma.

martedì 19 febbraio 2019

GAME OVER M5S

Dopo la votazione su Rousseau, Salvini come al solito è l'unico che porta a casa il risultato. Non solo non verrà processato, ma in più ancora una volta ha umiliato l'alleato di governo-. Alla retorica grillina sulla legalità chi ha un po di sale in zucca ha sempre risposto che la legalità è un concetto relativo e soprattutto politico, che vale per chi sta in basso, mentre chi comanda è soggetto ad altre leggi. C’è forse rappresentazione più brutale della differenza fra la legalità vista con gli occhi dei 177 migranti sul ponte della Diciotti e la legalità vista dal ministro Salvini dagli scranni del senato? Com’era prevedibile il totem dello sciocco legalismo a 5 stelle va in frantumi ma non lo fa infrangendosi sulla barriera del giusto e sbagliato ma su banali questioni di real politik. Sì, l’onesta pentastellata è proprio come quella dei colleghi in parlamento. Anni di morboso giustizialismo messi nel cassetto per sperare di tirare a campare.


"Tutto in streaming": sparito lo streaming (fin dal meraviglioso incontro in luogo segreto con Casaleggio padre che andò a prenderli in autobus privato per portarli chissà dove senza streaming, dopo l'elezione di Grasso presidente del Senato);

"Mai alleanze con i partiti" (con specifica menzione alla Lega): non c'è bisogno di spiegazioni;

"Qualsiasi carica nel M5S sarà elettiva": presidente non eletto, segretario non eletto, tesoriere non eletto, membri del direttorio non eletti, portavoce non eletti, responsabili comunicazione non eletti;

"Candidati scelti dalla base": è durata finché quelli scelti dalla base sono andati bene alla dirigenza, dopodiché sostituiti d'ufficio;

"Mai in televisione": è durata finché non ha fatto comodo andare in televisione (ma sempre e solo quando possono andare senza contraddittorio, altrimenti non sanno ribattere);

"Esame di Diritto Costituzionale per tutte le cariche elettive": pensa che risate se davvero dovessero sostenere loro un esame simile, non rimarrebbero abbastanza politici del M5S per una giunta comunale;

"Rotazione dei capigruppo in Parlamento": sparita;

"Fuori dall'Euro": no, no, dentro l'Euro, assolutamente (poi una parlamentare dice pure "non so cosa voterei a un referendum");

"Massimo due mandati, poi a casa": già dopo marzo avevano detto che, se si fosse tornati al voto, si sarebbe ripresentata la stessa squadra. E anche questa vedremo come andrà a finire alla fine ;)

"Alleanze in Europa scelte dalla base": sondaggi con opzioni insensate e post di propaganda per indurre al voto dell'opzione desiderata dalla dirigenza. Stessa cosa successa con il voto di oggi 😎

"Si possono trovare 30 miliardi col primo decreto al primo consiglio dei ministri" (con tanto di sventolio di fogli): poi quei miliardi non esistono e si deve fare deficit;

"Siamo ultimi nella classifica della libertà di stampa": poi fanno liste di giornalisti sgraditi e appena vanno al governo e attaccano i giornalisti che li criticano;

"I ministri li sceglie il Presidente della Repubblica": il Presidente dice di no a uno fra molti e loro minacciano l'impeachment (senza sapere neppure cosa sia né che in Italia non esiste);

"Mai più governi non eletti" (i governi non sono mai stati eletti e non è previsto che lo siano): vanno al governo con un presidente del consiglio che non si era candidato tale e con una coalizione che non si era presentata alle elezioni;

"Mai più alleanze post elettorali fra partiti che si presentano divisi e poi inciuciano" (non si chiama inciucio, si chiama alleanza): vanno da soli, poi "inciuciano" con la Lega; ah no, ora è un contratto.

"Nessun Indagato": è durata fino al primo indagato M5s e ad ogni nuovo indagato si "correggono" le interpretazioni. Regole sempre applicate per i nemici e interpretate per gli amici.

"Fuori i partiti dalla RAI!" - RAI interamente occupata insieme alla Lega senza lasciare manco un usciere alle opposizioni;

"No al TAV": TAV... vedremo come andrà a finire ;)

"No al TAP": TAP confermato;

"Niente più fondi alle scuole private": fondi alle scuole private confermati;

"Niente F35 acquistati": acquisto degli F35 confermato;

"Mai più condoni": fanno il condono fiscale e pure il condono edilizio;

Ma la questione in fondo non è lì, visto che il quesito andava oltre la questione giuridica del processo, si trattava di promuovere o meno l'operato del governo, verificare tra gli iscritti se l'alleanza fosse ancora gradita e levarsi dall'impaccio di dover fare una scelta tra la fedeltà ai “valori originari” del MoVimento e l'abbraccio mortale con i leghisti. Persino Grillo aveva avvertito, il potere non logora ma mutila e stiracchia tutti sul giaciglio di Procuste. Che tormento. Visto in negativo, fuori da celebrazioni, il risultato non è poi così eccellente e ben lontano dalle percentuali bulgare a cui ci ha abituato la democrazia di MoVimento: il 41% della base dei cinque stelle ha votato contro il proprio governo, contro l'alleanza, per la fedeltà ai “valori originari”. Ha fatto lo sforzo di connettersi alla piattaforma Rousseau e votare nonostante i mille disagi per mandare un segnale, per quanto piccolo, di disaccordo rispetto alle scelte della dirigenza. D'altrFrancescani lo sono stati. Ma il voto di povertà è durato poco. Lo spartiacque arriva nell'aprile del 2014, quando Grillo sbarca a Roma d'urgenza. Insofferenti per le restituzioni a piccole e medie imprese che limano di molto i loro guadagni, senatori e deputati chiedono al padre superiore del Movimento di poter tenere per sé almeno la diaria mensile di 9mila euro. Nel corso di quella drammatica riunione Grillo propone una quota fissa di restituzione della diaria uguale per tutti, ma non c'è niente da fare. «Un atto di generosità che Beppe ha pagato a caro prezzo», racconta un ex parlamentare del Movimento. È proprio a partire dall'aprile 2014 che molti pentastellati cominciano a trattenere buona parte dei rimborsi.

Un'inversione di rotta che appare evidente anche su maquantospendi.it, il sito che spulcia tra i rimborsi dei Cinque Stelle. Ad aprile 2014, i grillini avevano restituito più di un milione di euro. Ma dal mese successivo, i soldi della diaria destinati alla collettività crollano a 300mila euro al mese, per non andare più oltre i 600mila se non in rari casi. È proprio da allora che i grillini smettono il saio della parsimonia. E indossano la grisaglia del privilegio «Da quel momento racconta l'ex parlamentare M5s anche i nostri deputati e senatori cominciarono a sciamare nei ristoranti del centro di Roma dove strinsero gli stessi accordi che aveva stretto quella casta che tanto odiavamo: sei fatture per i pasti dal lunedì al sabato, inutile aggiungere altro. Nella Capitale lo sanno anche i muri come funziona. Altri invece si misero d'accordo con fornitori, amici, e avvocati». Nessuno è in grado di dire quanti dei pasti consumati siano sospetti. Magari neppure uno, in assenza di controprove. Ma la certezza è che da aprile 2013 a gennaio 2017, i parlamentari del M5s hanno speso in cibo 3,2 milioni di euro.

Tra i più affamati Mattia Fantinati ( 46,391.65), Silvia Chimenti ( 41,649.26) e Danilo Toninelli ( 40,659.80). Praticamente a digiuno Massimiliano Bernini con zero euro, ma tra i più gandhiani ci sono anche il deputato torrese Luigi Gallo (poco più di 6mila euro di pasti in 4 anni) e Roberta Lombardi. Maquantospendi.it mette a verbale che i parlamentari grillini hanno speso in canoni mensili 5,5 milioni di euro in tre anni. Ma la somma è a geometria variabile. Ad esempio, la deputata uscente Marta Grande certifica da aprile 2013 a gennaio 2017 spese d'affitto per 108mila euro. «Un lusso, dato che vive a Civitavecchia: a un'ora di treno da Roma», commenta l'ex parlamentare del M5s». Ma a un'ora di treno da Roma vive anche il parsimonioso Massimiliano Bernini, che però preferiva rientrare a Viterbo tutte le sere, ed è quindi costato alle casse pubbliche zero euro. Tra le sistemazioni più esose, figurano quelle di Nicola Bianchi ( 73,601.14), Barbara Lezzi (quasi 67mila euro) e Nicola Morra (61mila), mentre Luigi Di Maio si è limitato a spendere 16mila euro. Il leader Cinque Stelle guida però la classifica delle missioni non ufficiali: 42mila euro in tre anni. E quella della cancelleria: 7mila e 500 euro in penne e matite.onde già da mesi si legge nelle pagine e sui gruppi frequentati dagli attivisti grillini "Salvini ci sta vampirizzando!", "Questa alleanza non ci porta nessun guadagno". E dopo le elezioni in Abruzzo la frustrazione cresce, tanto da far perdere ai populisti le frequenze del canale del popolo: "gli abruzzesi sono degli ingrati!" Triste quando si scopre che la politica è una questione di interessi e rapporti di forza!

Tutto indica un rapido e inesorabile declino. Nuove strette organizzative in vista delle europee, il farsi partito del movimento a poco serviranno, perché il vero e unico problema è la promessa tradita, la delusione di chi ci aveva sperato o di chi ancora ci spera, ma vede via via la strada per la normalizzazione, per l'addomesticamento dei barbari segnata. Ora anche sul TAV traballano per finire l'harakiri. Il lumicino acceso lo dovrebbe tenere il reddito di cittadinanza che da strumento per rivoluzionare il modello di sviluppo si è trasformato in poco più di una speranza di clientela.

Una lezione di storia al solito senza studenti: non si può cambiare il sistema dall'interno senza diventarne un'ingranaggio!

giovedì 10 gennaio 2019

Deficienti e Pericolosi


Non si può che commentare così la vicenda delle singolari schedature a carico dei componenti del decaduto Consiglio superiori di sanità (Css), fatte circolare da colleghi di partito (M5s) della ministra della Salute Giulia Grillo. Qualunque fosse, e non è chiaro quale fosse, lo scopo della raccolta di informazioni, chi l’ha fatta o l’ha ordinata ha idee davvero preoccupanti su come si raccolgono informazioni pertinenti su dei tecnici e soprattutto su quali informazioni sono da considerarsi utili.

lunedì 7 gennaio 2019

#M5S voltagabbana Sulle trivelle che uccidono i nostri mari

Il M5S negli anni scorsi ha cavalcato le proteste no triv di comunità e ambientalisti ma ormai la retromarcia stile Tap è generalizzata.
Lo scorso 21 dicembre il Consiglio dei Ministri ha deliberato di costituirsi in difesa del permesso di ricerca “Masseria La Rocca” in provincia di Potenza della Rockhopper contro la Regione Basilicata e quindi contro il Comitato No Triv.

lunedì 22 ottobre 2018

Che fine hanno fatto i tagli alla Difesa, antico cavallo di battaglia M5S?

Almeno fino a oggi, c’è un assente nel balletto di cifre della legge di bilancio: la questione delle spese militari. Che per i 5 Stelle, quando stavano all’opposizione, era un tema centrale. Lo stesso Beppe Grillo ne aveva fatto una battaglia fondante del suo blog, suggerendo un taglio draconiano («almeno 10 miliardi») per finanziare il reddito di cittadinanza (vedi ad esempio i post del 21 maggio 2012 e del 10 ottobre 2015). Per non dire della
lotta contro gli F35. Adesso però la musica sembra cambiata.

Salvo colpi di scena, l’acquisto dei caccia prodotti dalla Lockheed è confermato. E la ministra Elisabetta Trenta ha anche annunciato che entro il 2024 l’Italia spenderà per la Difesa il 2 per cento del pil, cioè quasi 40 miliardi all’anno, più di 100 milioni al giorno (attualmente sono 64).

Nessun passo avanti - finora - neppure nella trasparenza delle spese militari, da sempre occultate sotto altre voci compresa la cooperazione. Anche questa era una battaglia molto frequente nel blog di Grillo che adesso pare scordata.

Movimento 5 Stelle, siete finiti, morti, zombie

Mi sono imbattuto ad un pezzo del discorso (letto) che #CasaleggioJr. ha tenuto alla pagliacciata romana del Movimento Cinque Stelle. Una manfrina sciapa riscaldata; un concentrato assolutamente mediocre di ormai stantie banalità sulle virtù taumaturgiche e superemocratiche della rete. Cose che andavano tanto di moda a cavallo degli anni ottanta/novanta tra i pionieri della cyberculture. I quali, già allora, inneggiavano alle favolose virtù che avrebbero finalmente consentito di abbattere i “privilegi della casta dei politici di professione” ed inaugurare una nuova luminosa epoca della “partecipazione diretta dei “cittadini” al processo di formazione delle decisioni.

mercoledì 17 ottobre 2018

IL M5s E LE PROMESSE TRADITE SULLA TAP

L’On. Barbara Lezzi, Ministro per il Sud di questo governo, ha confermato di ritenere TAP non un’opera di importanza strategica ma anche affermato che il M5s ha dovuto cedere sulla volontà di fermarne i lavori, perchè la Lega vuole che proseguano.

In Salento questa posizione del M5s è stata presa malissimo (la stessa On. Lezzi solo pochi mesi fa è stata cacciata a male parole dalla popolazione salentina durante unb incontro pubblico sulla questione) e con ragione, perchè è stato uno dei capisaldi della campagna elettorale del M5s in Puglia, per le politiche.

Ci rendiamo conto che la Lega risponde ad altri interessi che sono propri di quel partito da sempre, ovvero far contenta una certa borghesia e perseguire la mera gestione del potere, ma quello che non capiamo è proprio  come il M5s possa aver tradito le promesse fatte a migliaia di elettori.
Fa anche una certa impressione che tra tutti i compromessi per raggiungere una coalizione di governo, sia evidentemente stata sacrificata proprio la questione TAP per un movimento come il M5s che ha fatto dell’ambiente uno dei suoi cavalli di battaglia di sempre.

Intanto in Salento la situazione è DRAMMATICA.
Ormai sono iniziati i lavori sulla costa davanti a San Foca e stanno per sfregiare per SEMPRE un paesaggio e un tratto di costa italiana tra i più belli.
In più, a dispetto delle narrazioni, la TAP è un’opera che porterà più danni che benefici e le relazioni tecniche lo comprovano.

Ora, è evidente che dal punto di vista del consenso, questo sarà un danno rilevante per il M5s, ma tant’è, è un problema che non ci riguarda.
Quello che ci interessa, invece, è capire quanto il M5s dovrà ancora cedere alla Lega perchè se questi sono i rapporti di forza, allora appare evidente che ci dobbiamo aspettare anche altre sorprese rispetto al mandato elettorale e al Contratto di Governo.

Inoltre viene anche il dubbio che simili dichiarazioni mirino più che altro a fare lo scaricabarile: stanti i fatti, sappiamo che in questo sistema politico, solitamente, è più semplice dire che la colpa è “dell’altro” al fine di contenere il danno rispetto al proprio consenso elettorale.

Dovrebbe invece stare attento a deresponsabilizzarsi, il M5s, se le dichiarazioni del Ministro Lezzi, vanno in questa direzione e considerare altrettanto attentamente le promesse fatte a migliaia di persone che vivono una condizione a dir poco devastante e sono abbandonate da TUTTE le forze politiche, perchè il gioco si è rotto da tempo e gli elettori non ci cascano più in queste trappole da politici consumati.

Specialmente dato il passaggio così delicato che il M5s affronta come forza di governo e per il quale muove passi così importanti sul piano economico: perdere la credibilità presso l’elettorato comporta un prezzo altissimo non solo a livello locale.
Senza contare, poi, che dall’altro lato il M5s si assume responsabilità gravissime relativamente all’impatto ambientale e alla salute umana con questa vicenda. In più in una regione martirizzata dalla sciagurata gestione politica dei governi centrali che si sono susseguiti dal dopoguerra ad oggi.
Danni inenarrabili a seguito dello sfruttamento indiscriminato e criminale dell’ambiente da parte del capitale.

Siamo spiacenti, Ministro Lezzi, ma non è questo il cambiamento che il M5s ha promesso e che l’Italia che vi ha votato si aspetta e ci chiediamo se si renda conto di quanto questa scelleratezza consegnerà ulteriormente l’elettorato alla disillusione sulla politica.
E non gli si può certo dare torto.

lunedì 27 agosto 2018

La retecrazia di m5s non durerà

Secondo Di Maio, Salvini non ha violato il loro “codice etico” perché, secondo lui “la decisione di bloccare la #naveDiciotti con i migranti nel porto di Catania, è stata presa nell’interesse del paese e per chiedere alla UE di farsi carico dell’accoglienza”. Ed ha poi aggiunto: “Se non avremo risposte dall’Europa saremo costretti a tagliare le quote che l’Italia versa ogni anno alla UE”.

sabato 25 agosto 2018

BUONI A NULLA

Il punto più basso dicevamo, non solo perché evidenzia un’impreparazione politica disarmante, un’ignoranza (voluta) delle più elementari norme del diritto interno ed internazionale, ma perché mostra in maniera plastica la disperazione di un governo che, schiacciato dalle promesse elettorali su cui le due componenti (Lega e M5S) hanno costruito il consenso nel paese, si trova oggi con margini di manovra quasi nulli.

venerdì 24 agosto 2018

Dall’antipolitica ad una grottesca e contorta malapolitica, L'evoluzione M5S

In nome dell’antipolitica i cinquestelle hanno conquistato ruoli politici e di potere. Ma anziché tentare di creare una politica nuova, di cui sempre parlano, alla prova dei fatti essi  hanno sfoderato ridicole pretese, tali che sembra rappresentino le ragioni di quelli del bar dello sport, dove tutti sono commissari tecnici della Nazionale e sfoderano la loro brava ricetta per vincere facilmente tutte le partite e i campionati del mondo. E, quel che è peggio, dalle rape stilla abbondante il veleno.

giovedì 23 agosto 2018

Toninelli e la moda dei selfie inopportuni

Toninelli di certo è uno dei ministri più “hot" dell’estate: due temi su tutti che riguardano il ministero dei Trasporti, il crollo di Ponte Morandi e la questione porti aperti/porti chiusi per gli sbarchi dei migranti. Un’estate così calda che ha postato un selfie dal mare, dove è in vacanza con la famiglia, con il cappellino della Guardia Costiera in evidenza.

mercoledì 22 agosto 2018

#M5S: LA DISTRUZIONE IGNORANTE DEL PAESE

Il M5S è essenzialmente abuso della credulità popolare ma anche e soprattutto la dissoluzione culturale: siamo bombardati da commenti di medici, professori, impiegati, casalinghe, studenti, tutti indignati e insultanti per le nostre motivate e oggettive invettive contro il M5S, e ci ribadiscono le stesse cose, lo stesso discorso da bar: gli altri politici rubavano tutti, questi (i parlamentari e gli amministratori grillini) sono onesti anche se ignoranti e incapaci. Li preferiamo. Meglio loro. Hanno bisogno disperato di credere in una sorta di palingenesi, in una resurrezione morale, storica, sociale, in una nuova era. Suscitano una compassione e una tenerezza infinite: sembra di sentirli, con le loro ritmate e fanatiche professioni di fede su Babbo Natale, sulla fata turchina, sulla piattaforma Rousseau. La rete porta a vari inganni. Due i più grandi: 1) sentirsi insieme, ma siamo soli 2) illudersi di decidere senza mediazioni. Sono disperati, e quindi disposti a credere a tutto e a distruggere ogni cosa. Chi e' malato, crede in tutto.

Questo partito fascista dei cinque stelle, che in Italia però stranamente è del popolo ed è 'dove ci sono i problemi', è invece riuscito a fregarvi tutti con la propaganda. Per ogni cosa ci sono i cinque stelle!! E' una massa di ignoranti, pronti a combattere per loro a colpi di volantini e spam su internet. Documentatevi su chi sono davvero queste persone, anche se farete molta fatica, perché loro fanno di tutto per non farvelo capire.
 Vogliono fare tabula rasa, azzerare la politica e ricominciare; come se si potesse ripartire da zero. Mi immedesimo nella loro frustrazione, generata da illusioni, da false speranze, da sogni infantili. Cadranno infine vittime di quella bolla speculativa e di quel complotto ai danni degli sprovveduti ordito da Grillo e Casaleggio per i loro interessi. Che Dio maledica Grillo, Casaleggio e i vertici cretini e fuoricorso del Movimento: uomini e donne di infima qualità vuoti e mediocri, che si prendono gioco di una massa immensa di elettori nauseati dalla bassa politica e ai quali loro non offrono una soluzione bensi' la consapevole e ignorante distruzione del Paese. Un po' per ripicca e molto per calcolo. Un tempo telefonavano a Wanna Marchi per farsi leggere il futuro. Oggi se lo fanno rovinare votando per Beppe.
Ma ve ne accorgerete presto. Torino e Roma sono la prova di come uccideranno la cultura Italia!! Fate pure come vi pare, ma se avete un cervello che funziona accendetelo!

venerdì 17 agosto 2018

MORTI DI GENOVA, M5S HA COLPE

Mentre ancora si estraggono i corpi da sotto le macerie, Danilo Toninelli Ministro delle Infrastrutture invece di portare la sua solidarietà alle vittime e ai familiari, fa il suo show su Rai uno di sciacallaggio politico sulle responsabilità del crollo che attribuisce a Genova e ovviamente alle passate amministrazioni, governi e così via

mercoledì 15 agosto 2018

#FAVOLETTA DEI 5 STELLE SI è REALIZZATA TRAGICAMENTE. AVETE IL CORAGGIO DI PARLARE?

 4 anni fa, nel 2014, M5S e Beppe Grillo erano di diverso parere… Dopo l’alluvione che nel 2014 colpì la città di Genova, Grillo infatti denunciava lo spreco di denaro per le grandi opere: “6 per il terzo Valico e 3-4 miliardi di euro per la Gronda“. L’opera della “Gronda” avrebbe dovuto alleggerire il traffico sul Ponte Morandi deviando almeno i mezzi pesanti, ma Grillo lo etichettava come spreco di denaro e incitava il pubblico: “Fermiamoli con l’esercito”.

Inoltre a qualche ora dal crollo del ponte Morandi  è spuntato sui social un comunicato dei Comitati No Gronda del 2013. Nel testo, ospitato sul sito del Movimento 5 Stelle, venivano spiegati i motivi della contrarietà alla Gronda di Ponente, una bretella autostradale progettata a Genova. Poi, a un certo punto, il comunicato cita espressamente il ponte Morandi.

“Ci viene poi raccontata, a turno – si legge nel documento – la favoletta dell’imminente crollo del Ponte Morandi, come ha fatto per ultimo anche l’ex presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la Relazione conclusiva del dibattito pubblico, presentata da Autostrade nel 2009. In tale relazione si legge infatti che il Ponte “…potrebbe star su altri cento anni” a fronte di “…una manutenzione ordinaria con costi standard” (queste considerazioni sono inoltre apparse anche più volte sul Bollettino degli Ingegneri di Genova)”.
Una favoletta che «ci viene raccontata a turno. Come ha fatto per ultimo anche l’ex presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la Relazione conclusiva del dibattito pubblico, presentata da Autostrade nel 2009. In tale relazione si legge infatti che il Ponte «...potrebbe star su altri cento anni» a fronte di «...una manutenzione ordinaria con costi standard» (queste considerazioni sono inoltre apparse anche più volte sul Bollettino degli Ingegneri di Genova)».In una relazione successiva, sempre di Autostrade ma pubblicata nel 2011, le conclusioni sembrano diverse: il tratto autostradale A10 a Genova e l’innesto sull’autostrada per Serravalle producono «quotidianamente, nelle ore di punta, code di autoveicoli ed il volume raggiunto dal traffico provoca un intenso degrado della struttura del viadotto «Morandi», in quanto sottoposta ad ingenti sollecitazioni. Il viadotto è quindi da anni oggetto di una manutenzione continua».

Ma che lo stato di salute del viadotto fosse precario lo rilevano anche altre fonti. Una interrogazione al Senato presentata dall’esponente di Scelta Civica Maurizio Rossi, dedicata più ingenerale alle infrastrutture e alle strade della zona di Genova segnalava il pericolo. Era il 28 aprile del 2016 e Rossi rivolgendosi all’allora ministro Graziano Delrio annotava: «Il viadotto Polcevera, chiamato ponte Morandi...recentemente è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno richiesto un’opera straordinaria di manutenzione senza la quale è concreto il rischio di una sua chiusura». Il senatore indicava poi nella gronda la soluzione che avrebbe risolto alla radice il problema dell’attraversamento di Genova e domandava al ministro a che punto fosse l’iter del progetto.

domenica 17 giugno 2018

Il #M5S a Roma (e in italia) ha perso la verginità?

Lanzalone che la stampa ha ribattezzato il mister Wolf (citazione da Pulp Fiction), il probleM solver del M5S.  Battesimo non senza ragione, lo stesso Di Maio ha riconosciuto che Luca Lanzalone era stato premiato con la presidenza di Acea per il molti problemi risolti e appianati a favore e vantaggio di M5S, anzi appianati e risolti su incarico M5S.

mercoledì 13 giugno 2018

Arresti eccellenti per il nuovo #StadioDellaRoma

Con l’accusa di corruzione relativa al progetto sul nuovo Stadio per la Roma a Tor di Valle, nove persone sono state arrestate questa mattina (per 6 indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, per 3 gli arresti domiciliari) nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, denominata “Rinascimento”. L’indagine concerne un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di condotte corruttive e di una serie indeterminata di delitti contro la Pubblica Amministrazione, nell’ambito delle procedure connesse alla realizzazione del nuovo stadio per la A.S.Roma.

martedì 22 maggio 2018

Giuseppe Conte, curriculum abbellito, #M5S mente #cinecurriculum

Giuseppe Conte professore di diritto e avvocato di livello non aveva certo bisogno di abbellire il suo curriculum vitae e studi con i fronzoli e festoni di un mese l’anno per cinque anni di fila di frequenza e perfezionamento presso la New York University. Né aveva bisogno di ingentilire il medesimo curriculum attestando un  periodo di studi presso International Kultur Institute di Vienna. Però l’ha fatto e non si capisce perché sia stato tentato prima e conquistato poi dalla voglia di svolazzi. Vanità? Superficialità? Malintesi? Un senso diffuso e condiviso dell’aggiungi tanto non guasta?
Conte per il suo Curriculum, ha usato il metodo Giannino-Bossi jr., questo ce la dice tutta, su quale personaggio potremmo avere come premier.

Giuseppe Conte di fiocchi e nastrini non ne aveva bisogno, però li ha messi. O qualcuno li ha messi per lui e lui ha lasciato che fossero apposti. Forse compiaciuto dell’aggiunta, forse sicuro di una ormai raggiunta invulnerabilità in quanto “amico del popolo” come è stato letteralmente battezzato da Luigi Di Maio.

Fatto sta che alla New York University non risulta un Giuseppe Conte, né come studente né come docente. Al massimo, aggiungono ad New York, può essere passato da quelle parti come auditore, un paio di giorni. E questi che passano per un paio di giorni la New York University non li registra.

Fatto sta che il Kultur Institut di Vienna non è una scuola di diritto internazionale, ma più modestamente una scuola di tedesco.

Insomma nel curriculum di Giuseppe Conte presidente del Consiglio indicato come tale a Mattarella da Salvini e soprattutto da Di Maio tutto è stato messo a far brodo. Talmente tanto da risultare con lo stucchevole sapore del caramello e non proprio tutto di carne, c’è anche del dado da brodo promosso al rango di carne sul menù ufficiale.

Giuseppe Conte non ne aveva bisogno, va detto per la terza volta. Ma lo ha fatto o lo ha lasciato fare. Ha abbellito o lasciato abbellire il suo curriculum. Troppo brodo, santo chef. E lo chef è M5S. E’ tutta M5S la ricetta che consiglia, incoraggia, gusta, esalta…l’abbellimento. Mastro Chef Di Maio: “Stiamo scrivendo la storia”. Quando stava scrivendo il testo, qua e là vago, di un accordo politico e di governo. “La Terza Repubblica dei cittadini”. “Nessuno prima di noi ha mai fatto un governo partendo dai temi”. Il vizietto di fanfare e pennacchi, il vizietto di arrotondare e arronzare alla grande. Il vizietto di farsi grandi, anzi enormi, anzi eccezionali, anzi unici. Il vizietto di essere sempre, quasi obbligatoriamente, un po’ astuti, quasi furbetti. E’ un vizietto di popolo, è un vizietto M5S.

M5S che, va detto, deve sopravvivere in un habitat che a raccontarlo non ci si crede. M5S che deve convivere nella stessa realtà con chi rinfaccia a Giuseppe Conte di aver conosciuto in vita a Firenze Maria Elena Boschi e magari averle anche amichevolmente parlato. Tutto è fuori misura, gonfiato, vissuto e raccontato con isteria: Giuseppe Conte narrato come militante pro Stamina, Giuseppe Conte amico della Boschi…Grancasse, cagnare, grida di al fuoco quando forse non c’è neanche una fiammella accesa. Teatro grottesco e del grottesco di cui anche M5S è talvolta vittima. Talvolta invece impresario, regista e primo attore. Di Maio che ribattezza Giuseppe Conte “amico del popolo” e che bisogno c’era di abbellire il curriculum?

domenica 20 maggio 2018

ECCO LA VERSIONE FINALE DEL #CONTRATTO #M5SLega: uno schifo per il Paese e un tradimento per il SUD

Non è una lettura ideologica quella che fa parlare di un Governo che si presenta come spiccatamente reazionario E vergognoso, ma è la stessa lettura del programma definitivo a suggerire tale affermazione.

sabato 19 maggio 2018

IL #contratto di governo #M5SLega uccide la Costituzione


E’ inutile che cerchiate di capire che cosa c’è scritto nel programma del Governo di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Probabilmente è passata da quella parti qualche vecchia zia e glielo ha un po’ corretto come fanno le zie timorate di Dio e ben educate: ha sfumato tutto. Non esiste più, ad esempio, il blocco della Tav Torino-Lione, ma solo che andrà ripensata: la cosa grossa e da anni contestata è un buco, cosa diavolo bisogna ripensare? Rotondo, ovalizzato, quadrato? Laura Castelli, però, guerriera no Tav e probabile futuro ministro, dice che tutto questo aiuta la sua lotta anti Tav.

Altre scemenze: cacciare tutti i rom. Non si sa dove, visto che sono quasi tutti cittadini italiani, si possono espellere in Italia, una ridente penisola del Mediterraneo.

Scompare anche il condono, ma c’è la pace con i contribuenti, qualunque cosa voglia dire. Rimane la flat tax (soldi per i già ricchi) e la riforma della Fornero (con l’introduzione della quota 100). Il reddito di cittadinanza si infila su per il camino: costerebbe decine di miliardi, ma partirà solo fra qualche anno e comunque in bilancio ci sono solo due miliardi per potenziare i centri di impiego: invece di fare contenti undici milioni di elettori, ne sistemeranno con un buon stipendio qualche migliaio a fanigottare all’ombra dei famosi centri.

Qualcuno ha calcolato che tutta questo insieme di balordaggini dovrebbe costare 65 miliardi, che non esistono e che non si troveranno mai: i sogni muoiono all’alba. Già così, cioè, possono portarselo a casa il programma e farlo leggere ai loro bambini o incartarci il pesce. Non passerà mai nessun vaglio.

Ma tutto questo è il meno e è risaputo. Il  vero problema è che questi sono dei matti eversivi, quasi simpatici nella loro follia da nonni rimbambiti (e invece sono tutti giovani). Tre cose:

1- Il famoso comitato Gran Consiglio del Fascismo rimane. Non ne parlano in dettaglio, ma c’è. Hanno tolto i particolari perché probabilmente si riservano, una volta insediati, di costituirlo: chissà chi diavolo vi entrerà, forse anche Davide Casaleggio o qualche suo impiegato o di Putin. Si tratta di una cosa chiaramente extra-istituzionale e contraria a qualsiasi tradizione democratica. In pratica si crea un consiglio dei ministri al di sopra del Consiglio di ministri vero e proprio. E sarà quello dove vengono prese le decisioni, quello che conta, senza alcuna responsabilità e senza rispondere mai al parlamento, visto che si tratta di un organo del tutto extra-istituzionale, quasi privato. Nessuno era mai stato così spudorato e così deciso a sconvolgere il sistema democratico.

2- Rimane l’idea di abolire la norma, dettata da Luigi Einaudi, dei parlamentari eletti “senza vincolo di mandato” (e che è alla base di tutti i parlamenti e della democrazia rappresentativa). In questo modo tutti i deputati saranno obbligati a seguire i dettami del proprio partito: saranno cioè del tutto inutili, si possono anche abolire, che è quello che vogliono i grillini.

3- E qui entra in gioco l’ineffabile e fantasioso Borghi Aquilini. La Banca Mps non si vende più, lo Stato ne deve comprare il 100 per cento e farne una banca che veicolerà i grandi investimenti pubblici. Tonfo e spavento in Borsa, disastro per gli azionisti.

Ma l’idea è la solita: anche i Leghisti vogliono una banca. Quella che avevano fondato è fallita miseramente. Così ne vogliono un’altra, giusto per giocare un po’ con i soldi. E’ volata l’idea di lanciare dei mini-Bot, idea che ha già provocato il fallimento di altri paesi.

A tutto  ciò aggiungete richieste assurde (modifica dei trattati europei e altre stupidaggini). E’ tutta roba che interessa solo noi, ma che richiederebbe il consenso degli altri 27 stati. Ci rideranno dietro e non se ne parlerà più. Comica la polemica contro il fiscal compact: non sanno nemmeno che cosa è e non sanno nemmeno che sta in Costituzione: inutile andare fino a Bruxelles: comincino con il cambiare la Costituzione, se ne sono capaci (citofonare Matteo Renzi, che ha fatto qualche esperienza in materia).

Infine, ma forse è la cosa più grave, c’è la questione del presidente del Consiglio. Stanno cercando una figura terza. Cioè un signore per bene da mettere lì a sfilare davanti al plotone d’onore mentre loro due, Bibi e Bibò, hanno già fatto tutto: scritto il programma, scelti i ministri, litigato con Bruxelles, e altro ancora. Ma la Costituzione prevede che sia il presidente del Consiglio a dirigere il governo: questi hanno invece in testa un  signore diretto da loro, un presidente di cartone. Di nuovo, si cambia la Costituzione.

Insomma, stanno riscrivendo la Costituzione, sostituendola con le loro personali ossessioni.

Mattarella non ha molte alternative: hanno avuto molti voti, ma il loro osceno governo (con osceni ministri) non deve nascere. Questi vogliono fondare la repubblica di Paperopoli. Una cosa ridicola e che farà ridere tutto il mondo.

Lunedì Mattarella dovrebbe ascoltarli, e poi rispedirli da dove sono venuti. Senza escludere la possibilità, di denunciarli alla più vicina Procura per attentato alla Costituzione.