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martedì 20 agosto 2019

E #CrisiDiGoverno

L’unica cosa chiara, esposta anche in modo onorevole, sono le dimissioni di Giuseppe Conte, e quindi del governo. Il resto è nella mani del signore delle tenebre.

L’attesa per le “comunicazioni del presidente del consiglio” era probabilmente anche esagerata, ma in qualche modo incentivata da un percorso istituzionale fuori da ogni precedente ed esperienza, anche per un paese che è passato per impicci immondi (l’asse Dc-Pci, il Craxi-Forlani-Andreotti, gli anni di Berlusconi, le miserie dell’Ulivo, l-il governo Monti, la staffetta Letta-Renzi e infine il pastrocchio gialloverde).

E invece abbiamo visto un professore che ha provato a fare lo statista senza averne probabilmente la statura e sicuramente non “la gavetta” necessaria. Giuseppe Conte ha però giganteggiato rispetto a Salvini e Renzi – almeno agli occhi di chi comprende la complessità e le responsabilità dei meccanismi istituzionali – interpretando onestamente la parte che la Storia gli aveva affidato.

L’attacco a Salvini è stato perciò serio, puntuale documentato, articolato, senza dimenticare quasi nulla di rilevante nelle cazzate commesse da Mr. Mojito in veste di ministro dell’inferno. Gli ha rimproverato tutto, dal Russiagate allo sventolamento del rosario, dalle invasioni di campo in altri ministeri, fino al tentativo di “capitalizzare” il consenso a fini personali e di partito. Un discorso senza sconti.

Appena sporcato – è il caso di notarlo – dalla lunga seconda parte di discorso dedicata a “quel che si dovrebbe fare per l’Italia” che è suonato come un “se volete, posso restare premier di un altro governo…”

Definitivo, si sarebbe potuto dire, se questo paese avesse un’opinione pubblica costruita secondo gli standard della democrazia liberale.

Sappiamo tutti che così non è e dunque la partita che si è aperta anche formalmente in queste ore può avere qualsiasi esito.

Salvini e Renzi, parlando uno dopo l’altro, hanno messo in evidenza che nella classe politica “emergente” o emersa nell’ultimo decennio non esiste alcuna considerazione per la cornice costituzionale. Espressioni identiche degli stessi gruppi di interesse – più massonico-bancari quelli dietro il guito di Rignano, più piccola-media impresa contoterzista alle spalle del Truce – hanno recitato esattamente la parte che è stata da tempo assegnata loro.

Salvini nelle vesti del tribuno di una parte di popolo corrotto ed egoista, ansioso contemporaneamente di avere un “capo forte” e di poter fare i propri affari senza rispettare alcuna regola, razzista e bigotto (con le scelte di vita altrui), confuso e voglioso di non sapere nulla per poter restare chiuso nel proprio orto.

Nell’intervento originalissimo, colto, sorprendente e privo , assolutamente privo di luoghi comuni e frasi fatte del signor Salvini Matteo mi sembra non sia stato ancora chiarito che non ci sono più le stagioni intermedie. Lo ha detto e mi è sfuggito?


E l’altro Matteo, specularmente, a recitare la finta parte del “progressismo”, limitato quasi soltanto alle modalità di gestione dell’immigrazione (dimenticando gli orrori di Minniti, con lui prem.

Fin troppo evidente questo “offrire” l’un l’altro esattamente l’immagine che serve per proseguire nella “comunicazione” stantia delle rispettive sponde.

Una nota di ridicolo, però, Salvini ha voluto lasciarla in sovrappiù, quando – andando verso le conclusioni – ha provato a riaprire la porta ad un proseguimento impensabile di questo governo_ “votiamo la riduzione dei parlamentari”, addirittura “facciamo una manovra finanziaria coraggiosa”, restando ovviamente ministro…

In generale, e in attesa delle mosse successive – terminato il dibattito in Senato, Conte salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni e far partire le consultazioni del Presidente della Repubblica – abbiamo avuto la fotografia della contrapposizione tra un modo di interpretare “classicamente” la funzione istituzionale e un magma incomposto che di quell’architettura se ne frega e non vede l’ora di distruggerla. Renzi, è bene ricordarlo sempre, aveva fatto scrivere una “riforma costituzionale” – poi bocciata con il referendum del 4 dicembre 2016 – che seguiva passo passo il “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.

Non è più il tempo delle certezze sull’immediato futuro istituzionale. L’unica certezza viene non a caso dai “vincoli esterni” – recessione – e ne vedremo gli effetti nelle mosse che Sergio Mattarella sarà costretto a fare.

P.s. A completare il quadro essenziale, c’è da segnalare la sortita extraparlamentare di Nicola Zingaretti, segretario del Pd ma soltanto presidente della Regione Lazio, che ha provato a indebolire la conquista della scena televisiva da parte di Matteo Renzi (che spinge quasi apertamente per un Conte-bis…) diramando una nota che suona come uno stop per tenere in mano (almeno) le redini del Pd.

domenica 5 maggio 2019

LA SCIARADA GIALLO-VERDE e Il peggio deve ancora venire..

Equilibrio di governo e nel governo. Il primo è necessario per mantenere rapporti di giusta distanza, per un mantenimento della reciproca indipendenza, tra i poteri dello Stato, mentre il secondo è indispensabile perché l’esecutivo possa funzionare e quindi assolvere il suo compito costituzionale.

mercoledì 24 aprile 2019

#Salvini “mantiene le promesse”: #Benzina, aumento boom dei prezzi

C’era una volta una vecchia promessa elettorale fatta da Matteo Salvini che prevedeva di “eliminare le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina”, ipotizzando prima uno sconto di 20 centesimi e poi auspicando un’imminente diminuzione di 11,3 centesimi al litro, che si sarebbe tradotta in oltre 4 miliardi in meno di introiti per l’erario, Iva esclusa.

Niente di tutto questo si è fatto.

martedì 23 aprile 2019

Trasformare l'Italia in un disastro. Fatto!! #PIOVE_GOVERNO_LADRO

Come una rondine non fa primavera, una dichiarazione del governo sull’”anno bellissimo” non fa l’età dell’oro della politica italiana. Le contraddizioni, del resto, che l’esecutivo affronta ogni giorno sono tali e tante che a ragion veduta è più che corretto affermare che è tenuto assieme da un collante rappresentato dal timore per le elezioni europee al momento. In seguito, si vedrà. Eppure, nonostante gli sforzi di Salvini di catalizzare l’attenzione degli italiani sui rom e sui campi, a tenere banco in questi giorni è stato il ministro Tria o, sarebbe meglio dire, il complesso insieme delle vicissitudini economiche che l’Italia rischia di dover affrontare nel mezzo di una campagna elettorale che vede il dualismo con l’Europa al centro dei programmi di tutte le forze politiche che saranno presenti sulla scheda per il voto. Non è tanto tempo di nuove scritte “NO EURO” sui simboli, a caratteri cubitali, per segnalare che il voto messo lì è un voto per tornare alla Lira e per riprendersi la “sovranità monetaria”. Non è questo il tempo per discussioni tra chi è contrario e chi è favorevole alla moneta unica e chi la guarda con sacrosanta criticità. E’ semmai il tempo per definire che tipo di tracciato economico il governo intende costruire in Italia e quali riflessi avrà in campo continentale: l’ascesa della percentuale dell’IVA al 25,5% fissata per il 2020 (un aumento legato alle cosiddette “clausole di salvaguardia” per un ammontare di circa 23 miliardi di euro) è un comprensibile motivo di allarme generale poiché si tratta di una tassazione indiretta e che colpisce tutti indiscriminatamente e, per questo, peserà sempre più sulle tasche di vaste fasce della popolazione, quella più indigente e più esposta alle fluttuazioni di una crisi economica mai veramente superata. Un macigno per un governo che si picca d’essere “del popolo” e che vuole rappresentarsi come quello che, nella storia repubblicana d’Italia, è senz’altro il più vicino alle esigenze dei più deboli. Tutto il contrario invece: è il governo più a destra che mai vi sia stato, almeno geopoliticamente parlando, dal 1948 ad oggi ed è il governo che sta facendo maturare una posizione economica del Paese nel contesto internazionale che vorrebbe guardare, sul piano ad esempio del cosiddetto “import-export” al continente asiatico piuttosto che a quello più consono all’imperialismo europeo: gli Stati Uniti d’America. I due alleati si danno battaglia su vecchie pantomime leghiste sui dazi e una sorta di autarchia rinnovata, magari un po’ mutuata dal ventennio fascista, per promuovere il “Made in Italy” e farlo verso mercati ancora poco sperimentati, come quello cinese. Ma in patria rimangono insolute grandi questioni: la flat tax, l’aumento dell’Iva paventato da Tria sempre con maggiore vigore (più che paventato sarebbe meglio dire: richiesto a gran voce) e tutta una serie di problematiche legate al lavoro che il governo non affronta direttamente ma che elude provando a fare politiche di assistenza che non risolvono il dramma della precarietà, della disoccupazione che torna a crescere (soprattutto tra i giovani venti-trentenni) con squilibri enormi tra Mezzogiorno e nord del Paese. La politica economica e del lavoro di questo esecutivo è, pertanto, un problema che va ben oltre i dilemmi quasi ideologici (e sarebbe bene che ogni tanto le ideologie tornassero a fare salutarmente capolino nell’agorà italiana di una politica bislacchissima) che si innestano sulla “tassa piatta” o sul “reddito di cittadinanza”. Il punto dirimente è che della progressività fiscale all’esecutivo guidato dal professor Conte (e governato da Di Maio e Salvini) non importa niente a nessuna delle due forze che hanno stipulato il “Contratto di governo”. Quella terribile misura bolscevica della progressività fiscale, contenuta nella Costituzione repubblicana, è fumo negli occhi perché se veramente applicata porterebbe alla più naturale e saggia delle conclusioni: l’introduzione di una tassa patrimoniale in Italia che i sindacati come la CGIL chiedono da almeno due lustri e che Maurizio Landini è tornato a riproporre proprio nelle settimane scorse. Qui la chiusura netta non è soltanto da parte governativa ma anche da parte del PD e di Forza Italia, quindi delle opposizioni nemiche e amiche che in tema di protezione del liberismo e del profitto vanno d’amore e d’accordo. La novità non c’è, dunque nessuna sorpresa in merito. Tenendo debitamente conto che il 50% della ricchezza del Paese è racchiuso nel 10% più ricco della popolazione, ne consegue che la patrimoniale intanto sarebbe una tassa che colpirebbe i grandi ricchi, non certo chi possiede qualche casa, magari frutto del sudore di risparmi di una vita, oppure due terreni dove si coltivano biologicamente prodotti a chilometro zero. Si tratterebbe di una redistribuzione dei margini di imposizione fiscale che vedrebbe esclusi i più spaventati da ciò: i borghesucci del “ceto medio”, i piccoli imprenditori con aziende a conduzione familiare ad esempio e che vedrebbe invece coinvolti i grandi marchi, le grandi industrie che esportano in tutto il mondo, i finanzieri che accumulano profitti enormi e li scudano poi per farli rientrare in Italia dopo aver evaso abbondantemente il fisco per una vita. Dalla patrimoniale lo Stato ha solo che da guadagnare in termini di acquisizione di un gettito da redistribuire veramente sul piano di una riforma sociale che contempli investimenti su settori oggi completamente allo sbando: lavoro e sicurezza sul lavoro, sanità, scuola, edilizia pubblica, infrastrutture, patrimonio artistico, ambiente, eccetera… Ma il dibattito, invece, rimane alla soglia del 25% dell’IVA: elettoralmente si giocano il posto di amici delle imprese e dei consumatori i due alleati di governo mentre il Paese rimane schiacciato dall’asse franco-tedesco, mentre la paura e l’ansia generale di un popolo privo di strumenti critici per schermare le fobie indotte dagli urlatori nelle piazze, dai tribuni di una plebe che vuole rimanere tale e che non ha difesa immunitaria sociale per sbugiardare chi fa discorsi legati soltanto a slogan e privi di ogni attinenza con la cruda realtà dei dati di una Italia sempre più povera ma senza fiscalità progressiva e patrimoniale

domenica 21 aprile 2019

Il governo del Capitano...


Per evitare il collasso pensionistico ed economico l'Italia ha bisogno di almeno 165mila nuovi immigrati ogni anno. Ogni anno. Da qui ai prossimi 50 anni.

"Buuuu! Buonista! Vuoi l'invasione! Amico degli immigrati! Torna dalla Boldrini! Con Salvini è finita la pacchia ahahah. Col Capitano gli immigrati a casa loro ahah. Bacioni!".

Eh. Aspè. Che quella cosa lì non l'ho mica scritta io. L'ha scritta il governo. No che hai capito, non quell'altro governo. Questo governo. Il governo del Capitano.

"Ma che dici rosicone! Io leggo tutti i post del Capitano. E lui non ha mai scritto una cosa del genere! Rosicone!".

Eh appunto. Il problema è che leggi i post e basta. Ciò che ti sfugge è che il Capitano-Salvini e il Ministro-Salvini non sono la stessa cosa. Il Capitano è quello che può dire tutto sui social e in Tv, tanto post e dichiarazioni non contano nulla.

Quello che conta davvero, è invece quello che Salvini fa in veste di Ministro. Come ad esempio varare il DEF (Documento di Economia e Finanza) con tutto il governo.


Ecco, se invece di leggere i post del Capitano leggessi anche il DEF del governo del Capitano, lì troveresti scritto a pagina 36 della Sezione II ("tendenze di lungo periodo del Sistema Pensionistico") che: "il flusso migratorio netto si attesta su un livello medio annuo di 165 mila unità fino al 2065 con un profilo leggermente decrescente. Si veda Istat (2018) e M.E.F. – RGS (2018), Rapporto n. 19".


Traduco:
il governo, per far quadrare i conti sulle pensioni, inserisce nei conti stessi i contributi pensionistici versati da un flusso di almeno 165mila nuovi migranti ogni anno: 500 al giorno. Che fino al 2065 fa 7 milioni e mezzo di migranti. Praticamente il governo di Salvini ammette che per mantenere le pensioni in Italia occorre che entro i prossimi 50 anni una popolazione più grande di tutta quella della Libia arrivi in Italia. Altrimenti il sistema salta.

"Il Capitano ci farà fare più figli e rilancerà l'economia così non avremo bisogno di questi migranti".


Eh no, perché questo conteggio è già fatto sulle ottimistiche ipotesi che il tasso di natalità in Italia aumenti almeno dall'attuale 1,3 a un futuro 1,6. E che la disoccupazione si dimezzi fino al 5,7%. Perché se così non dovesse essere di migranti ne servirebbero ancora di più.


E tutto questo lo hanno scritto e approvato il Governo di Salvini, la Lega, i 5 Stelle nel più importante documento economico del Governo, che porta alla Legge di Bilancio.

Per aver detto queste verità l'ex presidente dell'INPS Tito Boeri è stato cacciato da Salvini e Di Maio. Perché la verità non dev'essere rivelata a tutti.

La verità dev'essere sottaciuta, messa in una nota a margine di un documento che tanto i fan non leggeranno. Troppo occupati a scrivere nei commenti del Capitano che la Pacchia dei migranti è finita. Mentre il Capitano nelle carte ammette che, senza migranti, l'unica pacchia che finirà sarà quella degli italiani.

sabato 13 aprile 2019

LUCANO, UN PROCESSO POLITICO


Mimmo Lucano è stato rinviato a giudizio, dovrà essere processato, nel frattempo resta la sua condizione di “confinato”.
Non può avvicinarsi alla sua Riace.
Mi dispiace spegnere i generosi entusiasmi dei tanti che, alla lettura delle motivazioni della Corte di Cassazione, hanno pensato che da quel momento Mimmo, “Mimì capatosta”, sarebbe finalmente tornato nel suo paese da uomo libero.
No, Mimmo rimane un esule dei nostri tempi tristi.

domenica 7 aprile 2019

LA NON-RISPOSTA DEL GOVERNO AD INFORTUNI E MORTI SUL LAVORO

Pur in presenza di una crisi economica che, con altalenanza, mostra i suoi picchi di acutezza soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione, salvo poi attenuarsi nell’impatto sui dati occupazionali di mese in mese nelle rilevazioni Istat, quindi avendo davanti tutte le più elementari e palesi manifestazioni di uno scontro di classe, esistono commenti e commentatori che negano il medesimo.

venerdì 22 febbraio 2019

Cavalcano il vento xenofobo per tagliare il welfare e dividere l’Italia

Nell’immaginario collettivo il Governo del cambiamento doveva segnare una svolta con benefici per tutti in un paese senza criminalità, normalizzato (da qui la penalizzazione dei reati sociali), con pochi immigrati, zero richiedenti asilo, immigrati silenti e ben disponibili a farsi sfruttare nelle filiere produttive a pochi euro all’ora. Sempre l’immaginario prevedeva un reddito sociale al posto del lavoro, una sovranità monetaria al di fuori delle regole della Bce.

giovedì 21 febbraio 2019

Fra marketing politico e realtà, ecco come ci fregano

Il detto nomina sunt consequentia rerum va attribuito all’imperatore Giustiniano che, evidentemente ignaro degli sviluppi che il marketing politico avrebbe avuto nei successivi millenni, pensava che i nomi dovessero corrispondere all’essenza delle cose. Oggi siamo invece costretti per legge ad usare nomi buoni per la comunicazione ma che, come suol dirsi, poco c’azzeccano (al lettore immaginare fin dove potrebbe spingersi in futuro la nuova tecnica legislativa).

lunedì 18 febbraio 2019

Prima gli italiani...... ricchi, però

In Italia, negli ultimi 20 anni, la ricchezza si è spostata, con un andamento costante, dai salari ai profitti e lo stato sociale è stato ridotto in braghe di tela in nome dell’assioma  “meno stato, più mercato” . Quell’assioma è stato adottato di peso da tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese i quali hanno invariabilmente alimentato questa tendenza fino a raggiungere lo splendido risultato di spingere nella povertà assoluta più di 5 milioni di persone ed altre 10 milioni di persone in quella relativa(a ridosso della “linea di povertà”) mentre il 5% di italiani si è impossessato dello stesso patrimonio dell’80% dei restanti.

venerdì 15 febbraio 2019

Stop alla protezione umanitaria, le disastrose conseguenze del rancore contro i poveri

Crolla la protezione umanitaria: a gennaio, quarto mese di applicazione del “decreto sicurezza”, a ricevere la protezione umanitaria sono solo il 2 per cento dei richiedenti. Erano il 25% nel 2017. Lo sottolinea L’Istituto di politica internazionale Ispi. In particolare, secondo un’analisi di Matteo Villa, “tra ottobre e gennaio, a causa della riforma sono state protetti circa settemila richiedenti asilo in meno rispetto allo scenario pre-riforma”. Inoltre tra giugno 2018 e oggi, circa 45 mila nuove persone hanno ottenuto un diniego alla loro richiesta d’asilo. A fronte di questo, le cifre dei rimpatri non superano le cinquemila persone. Il risultato è che ci sono almeno 40 mila irregolari in più. Secondo le stime dello stesso Istituto di ricerca, nel 2020 il numero degli irregolari in Italia potrebbe arrivare a 140 mila. La cifra sarebbe il frutto proprio della riduzione delle forme di protezione inserite nel nuovo decreto sicurezza, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Le restrizioni dei diritti dei richiedenti asilo si sono verificate anche in altri paesi dell’Europa occidentale, a partire dal 2014, quando cioè il flusso di migranti verso il vecchio continente è aumentato. “La Svezia ha dato un giro di vite già nel 2016. La Francia ha adottato provvedimenti restrittivi a inizio 2018. Anche la Danimarca starebbe valutando di relegare i richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta ma che non possono essere rimpatriati in un’isola remota – sottolinea Ispi -. Ma cosa succede quando un governo riduce il livello di protezione riservato ai richiedenti asilo, pur non essendo capace di aumentare i rimpatri verso i paesi di origine? La risposta è semplice: aumentano gli stranieri senza permesso di soggiorno presenti sul territorio. Ed è esattamente ciò che succederà in Italia nei prossimi due anni”. Secondo l’analisi di Matteo Villa, per effetto della nuova normativa (entrata in vigore a ottobre 2018), entro il dicembre 2020 il numero degli irregolari in Italia aumenterà di almeno 140.000 unità. Parte di questo aumento (circa 25.000 unità) è già accaduta nei mesi passati. Ma l’aumento maggiore si registra tra giugno 2018 e la fine del 2020. Se l’Italia avesse mantenuto i tre i livelli di protezione internazionale (status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione umanitaria), gli irregolari sarebbero aumentati di circa 60.000 unità. Con il nuovo decreto si aggiungono ulteriori 70.000 irregolari, cioè le persone che non otterranno più l’umanitaria abolita dal decreto sicurezza. Inoltre, calcolando un effetto solo marginale dei rimpatri (difficili da effettuare e molto costosi,tanto che per rimpatriarli tutti sarebbero necessari 90 anni), la previsione è che entro il 2020 il numero di migranti irregolari presenti in Italia potrebbe superare quota 670.000. Si tratta di un numero più che doppio rispetto a cinque anni fa, quando i migranti irregolari stimati erano meno di 300.000. Sarebbe anche il record di sempre se si esclude il 2002, quando in Italia si stimavano presenti 750.000 irregolari. In base all’ultimo rapporto di Ismu in Italia attualmente si stimano 533mila irregolari su un totale di 6 milioni e 108mila stranieri regolarmente residenti. Tra loro, oltre ai nuovi arrivati, che hanno ottenuto un diniego alla richiesta di protezione internazionale si contano anche gli stranieri di lungo corso, che hanno perso il lavoro o che hanno un contratto in nero. Un caso particolare è quello delle colf e badanti, che secondo una stima di Welforum sarebbero addirittura 100mila, un quinto del totale.

sabato 9 febbraio 2019

Il governo gialloverde e l’economia del declino

Da luglio, dalla formazione del governo Lega-5Stelle, l’Italia è in (lieve) recessione. La politica economica è senza una direzione, tra mediazioni al ribasso con i poteri economici e ricerca del consenso tra i “perdenti”. Amministrare il declino appare il tratto distintivo del governo, pericoloso miscuglio “lib-pop”. 

venerdì 25 gennaio 2019

Trivelle, ennesimo volta faccia gialloverde da volta stomaco

L’accordo tra i due partiti prevede la sospensione delle ricerche in mare per 18 mesi di idrocarburi e un aumento dei canoni di concessione di 25 volte rispetto a quello corrente. Al di là dei litigi interni alla maggioranza, la questione trivelle è l’ennesimo volta faccia compiuto dai due partiti, che tre anni fa si erano espressi a favore dell’abrogazione, mediante referendum, della legge che estendeva le concessioni petrolifere fino all’esaurimento dei giacimenti stessi, approvata dal governo Renzi.

martedì 22 gennaio 2019

#LinoBanfi all' #Unesco... fa già ridere così

Lino Banfi, pseudonimo di Pasquale Zagaria, sarà il futuro ambasciatore del nostro Paese nella Commissione Italiana per l'Unesco. Negli anni Settanta e Ottanta Banfi è diventato uno dei volti più noti della Commedia Sexy all'italiana, per poi dedicarsi, a partire dagli anni Novanta, a fiction televisive come “Un medico in famiglia” nel ruolo di Nonno Libero.
Non è uno scherzo, per rispondere subito alle migliaia di persone che sui social se lo stanno chiedendo. L’annuncio lo ha dato direttamente il vicepremier Luigi Di Maio e così sarà. Tralasciando per un attimo le ironie  quella dell’attore pugliese è una nomina di quelle che non ti aspetti, anche se c’è un precedente e… una profezia.

venerdì 18 gennaio 2019

Il parto è avvenuto, ma il decreto fa ribrezzo. Ecco perchè...

Dopo faticosa trattativa sul decreto che doveva tenere insieme reddito di cittadinanza e “quota 100” sulle pensioni, il testo uscito dal consiglio dei ministri di ieri prevede prevede poche differenze rispetto a quello girato nei giorni scorsi.

venerdì 11 gennaio 2019

DECRETO-BEFFA PER ESODATI E DISOCCUPATI

Si limano i testi, ma la platea degli esclusi si allarga così come la rabbia e le proteste. Il decreto unico per Reddito di cittadinanza e Quota 100 dovrebbe arrivare, non si sa quando, in consiglio dei ministri. Il capitolo pensioni è relegato nella ultima parte, al Titolo II. I dodici articoli – nella versione attuale – non presentano particolari sorprese rispetto al meccanismo per Quota 100 nell’articolo 1 subito definito «in via sperimentale» triennale e già stabilendo che «l’età anagrafica è successivamente adeguata agli incrementi alla speranza di vita», vero dogma intoccabile dell’austerità e che il governo del cambiamento si guarda bene dal toccare.

martedì 8 gennaio 2019

IL GOVERNO TAGLIA 4 MILIARDI ALLA SCUOLA. COSÌ SI SOFFOCANO ISTRUZIONE E RICERCA.

Quattro miliardi: questo è quanto il governo prevede di risparmiare sulla scuola nei prossimi tre anni. Non sarà il taglio all’istruzione più clamoroso della storia della scuola italiana, ma è comunque un taglio. L’opposizione non ha dubbi nel definirlo così; anche alcuni sindacati sono piuttosto critici e si preparano già alla mobilitazione – altri sonnecchiano. Per il governo invece no, non ci sarà nessun risparmio: anzi, questa finanziaria spenderà per la scuola persino di più di quanto stava spendendo il governo Gentiloni.

lunedì 7 gennaio 2019

La corruzione non esiste… è abolita...

Ai sostenitori di questo governo puoi raccontare di tutto, sono disposti a credere, anzi, sono allevati a credere. Dopo aver abolito la povertà, i pentafascioleghisti strombazzano una “vera” legge contro la corruzione e come in una televendita, raccontano agli italiani esattamente ciò che gli italiani vogliono sentirsi dire, ovvero che prima di loro una legge così non era mai stata fatta.

giovedì 15 novembre 2018

A VOLTE RITORNANO...... le PRIVATIZZAZIONI

Il governo ha fieramente confermato la sua manovra di bilancio mentre le opposizioni tifano UE-LIBERISTa. Sembra uno scontro epocale, ma se si diradano le opposte propagande vediamo che siamo di fronte a due modi, non tanto, diversi di intendere lo stesso liberismo.
Il governo fieramente scrive alla UE che manterrà i provvedimenti a tutela dei poveri, che il governo stesso definisce COSIDDETTO reddito di cittadinanza, perché oramai è chiaro che è solo un ampliamento delle misure del governo Gentiloni.
Così pure il governo descrive ciò che farà sulle pensioni come allentamento delle rigidità e dei vincoli del sistema pensionistico. Resta la Fornero con tutti i suoi vincoli, ma per alcuni essi saranno meno duri. Questa la realtà.
Poi ci sono i condoni fiscali, le promesse di investimenti e altre misure in base alle quali il governo contesta le previsioni pessimiste e conferma invece che l’Italia crescerà e per quella via ridurrà il debito.
Così alla fine lo scontro tra governo e UE sta diventando una sorta di ridicola contesa tra ottimisti e pessimisti, su previsioni che, la storia insegna, sono quasi sempre sbagliate, tutte.
Ma il governo fa un passo in più. Di fronte alle contestazioni sui suoi numeri “ottimisti” mette delle garanzie.
La prima é la PRIVATIZZAZIONE dell’1% del patrimonio pubblico. Sembra poco, ma la proprietà pubblica teoricamente viene valutata in ben 1800 miliardi di euro. Quindi il governo prometterebbe 18 miliardi di ricavi da vendite di beni pubblici. Di Maio però ha subito dichiarato che si metteranno all’asta solo proprietà demaniali di poco valore, non i “gioielli” finanziari ed industriali. Bene, ma se davvero fosse così o saremmo di fronte ad una bufala, o alla gigantesca privatizzazione di circa un terzo di suolo pubblico, visto che la proprietà demaniale da sola vale circa 60 miliardi. Altro che gli ettari dati in concessione per il terzo figlio.
Il governo cerca di rispondere alle accuse UE con le privatizzazioni, quindi al liberismo con più liberismo, seguendo pedissequamente ciò che fece Monti.
Che viene imitato anche nell’altra mossa del governo: l’impegno a non far salire in ogni caso il deficit oltre il 2,4%. Ora anche qui o siamo di fronte ad una bufala, o ad una garanzia vera e pericolosa.
In questo secondo caso il governo dovrà alla fine definire clausole di riduzione del deficit, aumento dell’IVA, tagli di spesa pubblica, esattamente come hanno fatto Monti, Renzi e Gentiloni. Magari lasciandole quelle clausole velenose in eredità ai governi successivi come hanno fatto tutti i predecessori.
Insomma il governo alza la bandiera dell’orgoglio nazionale, ma segue sempre di più la via liberista classica. Se ne é accorto il ministro delle finanze della Germania, unico ad avere espresso parole di comprensione sulla manovra italiana, affermando che in nostro paese ha diritto di aiutare i più poveri come si fa in tutta Europa. Paradossalmente se il governo Merkel fosse ancora il padrone assoluto della UE, il compromesso sarebbe vicino. Ma sono proprio i governi e i partiti fratelli della Lega di Salvini i più duri contro l’Italia. E siccome questi governi e questi partiti di destra hanno un peso sempre maggiore nella UE, ed il loro avversario Macron compete con loro sul loro stesso terreno, ecco che dare un lezione all’Italia diventa un terreno ove mostrare chi è più forte. Così come fermare i migranti, anche dire stop alle spese folli degli italiani è diventato un vanto, ove ogni governante mostra quanto sia più duro degli altri.
Per una sorta di legge del contrappasso il governo gialloverde paga l’affermarsi delle idee e dei comportamenti di cui va più fiero Salvini.
A questo punto è difficile prevedere se lo scontro governo italiano-UE continuerà, o se alla fine ci sarà un compromesso nel nome della continuità delle politiche liberiste che entrambi i contendenti praticano. In ogni caso siamo di fronte allo scontro tra due diverse destre economiche e politiche, che configgono nel nome degli stessi valori di fondo e degli stessi programmi di privatizzazioni e tagli allo stato sociale.
Per rompere la gabbia del liberismo, nel nome della giustizia e dell’eguaglianza sociale, è più che mai necessario essere contro il governo.

martedì 30 ottobre 2018

I gialloverdi non cambiano la legge Fornero, nonostante i proclami

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Pare che entro il 31 ottobre il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione, il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi, la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini, quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.

Tutte e tutti costoro lasceranno integralmente il versato nelle casse dell’INPS e potranno solo chiedere la pensione sociale, 448 euro al mese, a 67 anni se poveri ai sensi dell’Isee. Va detto che la Fornero ha ereditato questa porcata dal governo di Giuliano Amato che la varò nel 1992 di fronte ad una tempesta monetaria che preparava l’euro. La Fornero ha semplicemente inserito quella norma nel balzo da essa imposto all’eta pensionabile. Lo stesso ha fatto con un’altra norma che spesso invece le viene attribuita: il meccanismo di innalzamento automatico dell’età della pensione in proporzione all’incremento della cosiddetta aspettativa di vita: più speri di vivere, più devi lavorare.

Fu Sacconi, ministro del lavoro del governo Berlusconi nel 2009, a stabilire questa norma stupida e feroce che cancella la fatica del lavoro e trasforma i successi della medicina e della società, di cui usufruiscono prima di tutto i più ricchi, in condanna per i poveri. Naturalmente la Lega di Bossi, Maroni e Salvini votò a favore.

Anche questo meccanismo non viene abolito, ma solo bloccato per alcuni anni; poi riprenderà a fare danni, innalzando sia l’età della pensione di vecchiaia sia i contributi necessari per quella di anzianità. Intanto però saranno passate le prossime elezioni.

Il governo dichiara inoltre di voler mantenere la cosiddetta “opzione donna”. Anche questa è una misura già decisa dai governi precedenti, per stemperare gli eccessi di ferocia della legge Fornero. Le lavoratrici con 58 anni di età se dipendenti, 59 se autonome, se avranno maturato 35 anni di contributi potranno andare in pensione a circa 60 anni. Naturalmente con un pesante taglio alla rendita. Anche questo provvedimento micragnoso e sessista viene confermato, presentandolo come un grande cambiamento, ma allora cosa cambia davvero?

Come si sa il governo chiama abolizione della legge Fornero l’istituzione della cosiddetta “quota 100”. Chi ha 62 anni di età e 38 anni di contributi potrà andare in pensione, ma con alcune avvertenze.

La prima è che non c’è in realtà alcuna quota 100: chi ha 60 anni di età e 40 di contributi non andrà in pensione prima, così pure chi ha 63 anni e 37 di contributi. I due requisiti sono entrambi necessari, se uno dei due manca non si va in pensione. Inoltre tornano le famigerate “finestre”; cioè non si va in pensione quando si maturano i requisiti, ma un po’ dopo. Da un minimo di 4-5 mesi per un lavoratore del privato, ad oltre un anno per un insegnante.

Ora sulla base di tutti questi e di altri piccoli trucchi che si stanno elaborando, il governo prevede di far andare in pensione, prima di quando avrebbero dovuto andarci con la Fornero, circa 350.000 persone, che già sono molte meno di coloro interessate ad una vera quota 100. Anche qui c’è la complicità delle opposte propagande: il governo dice che “cambia tutto”, Boeri e PD che lamentano lo scasso dei conti pubblici. La realtà è molto diversa.

Per andare in pensione nel 2019 a 62 anni di età con 38 anni di contributi bisogna essere nati attorno alla metà degli anni 50, essere andati a lavorare attorno ai 24-25 anni e aver mantenuto un impiego stabile fino al 2018. Chi sono costoro? In grandissima parte impiegati delle grandi aziende private e del settore pubblico. Che effettivamente potranno andare prima via dal lavoro… o dovranno?

Sì perché stranamente questo provvedimento coincide largamente con i bisogni delle grandi aziende e della pubblica amministrazione di procedere allo svecchiamento del personale. Via impiegati anziani e costosi, dentro giovani pagati molto meno e, ricordiamolo sempre, nel privato senza articolo 18. Del resto quando fu varata la legge Fornero fu proprio Boeri a lamentare che essa avrebbe “ingessato” il mercato del lavoro. Per questo la Confindustria è concorde, al di là di qualche ipocrisia di facciata.

Quello che il governo sta varando non è l’abolizione della legge Fornero, che resta in tutti i suoi meccanismi più feroci e ingiusti, ma un prepensionamento per alcune categorie di impiegati del sistema pubblico e privato. Naturalmente molti di loro saranno contenti di uscire da posti di lavoro sempre peggiori, ma, ripeto, questo non elimina la controriforma del sistema pensionistico.

Per fare davvero una riforma giusta si dovrebbe abbassare per tutte e tutti, e non solo per alcuni, l’età della pensione. Si dovrebbe garantire una pensione dignitosa ai giovani e ai precari. Si dovrebbe rilanciare il sistema pubblico con adeguata contribuzione, invece che colpirlo con i condoni o con le agevolazioni per le pensioni private, anche sindacali.

Non è vero che il sistema pensionistico pubblico sia al collasso, come affermano mentendo tutti i liberisti, di governo e di opposizione. Al contrario il sistema pubblico è in attivo, tolte le spese di assistenza che dovrebbero riguardare la fiscalità generale, recuperati i mancati contributi dello stato per i suoi dipendenti, recuperata la gigantesca evasione contributiva agevolata nel nome delle “imprese”; e soprattutto messi nel conto i 50-60 miliardi annui di tasse che versano i pensionati.

Se tutti questi conti venissero onestamente fatti, verrebbe smentita la propaganda liberista su un sistema pensionistico pubblico insostenibile. E verrebbe fuori invece la brutale realtà di governi che hanno sempre usato le pensioni come bancomat pronta cassa.

Tutto l’impianto della legge Fornero rimane, come quello di tutte la controriforme precedenti, a partire da quel sistema contributivo introdotto dalla legge Dini, che, nell’epoca della precarizzazione del lavoro, ha distrutto la solidarietà tra generazioni nel sistema pubblico.

Il governo gialloverde in realtà copia ciò che fece l’ultimo governo Prodi nel 2007. Allora era in vigore il cosiddetto “scalone Maroni”. Un innalzamento dell’età della pensione attuato dal governo di destra precedente, a cui il ministro leghista del lavoro di allora aveva dato il sui nome. Prodi aveva preso in campagna elettorale il solenne impegno di abolire lo scalone Maroni; e alla fine lo mantenne, mandando in pensione prima alcune classi di età, allora si parlava di quota 95. Ma senza toccare nulla della struttura del sistema pensionistico, anzi facendo pagare alla maggioranza dei lavoratori il miglioramento per alcuni.

Salvini e Di Maio mandano in pensione prima una piccola minoranza di lavoratori e accettano e mantengono che la grande maggioranza di essi vada in quiescenza sempre più tardi.

La lotta per un sistema pensionistico pubblico giusto e umano è ancora tutta da fare.