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mercoledì 11 marzo 2026
X e i chatbot AI mentono sulla guerra: come difenderti
Benvenuto su Free-Italia. Oggi parliamo di qualcosa che mi ha colpito davvero — e che dovrebbe preoccupare chiunque passi anche solo dieci minuti al giorno su X o a chiacchierare con un chatbot AI. Se pensi di essere al sicuro dalle bugie digitali perché "sai distinguere il falso dal vero", siediti. Quello che è successo nelle ultime settimane cambia le carte in tavola.
giovedì 8 maggio 2025
Papa Leone XIV: Sia Un Faro di Speranza per un Mondo in Crisi | Free-Italia Augura un Pontificato Illuminato
Benvenuti cari lettori del blog Free-Italia! Oggi condivido con voi un momento storico che trascende confini politici e ideologici: l'elezione del nuovo Papa Leone XIV. In un'epoca segnata da conflitti, crisi climatica e crescenti disuguaglianze, la guida spirituale della Chiesa Cattolica assume un significato particolare anche per chi, come noi, promuove valori progressisti. Vi invito a leggere questo comunicato fino in fondo per comprendere perché, al di là delle differenze, un pontificato illuminato possa rappresentare un'opportunità di dialogo e speranza per tutti.
sabato 18 gennaio 2020
Realtà vs media. il caso dell’America latina
Solo il Cile riesce ad accendere uno spot informativo sull’America latina nuovamente in fiamme, felicemente restituita al suo destino di essere governata dalle destre, col bastone e senza carota, rispetto all’anomalia dei governi di progressisti definiti da Donald Rumsfeld “l’asse del male latinoamericano da colpire”. E colpita, non con le bombe, ma con un uragano di propaganda. Durante tutto il XXI secolo i media mainstream hanno costruito una realtà virtuale latinoamericana con la quale hanno millantato che i governi di destra – eredi delle dittature e disastrosi esecutori delle politiche neoliberali di quegli anni e dei successivi – sarebbero stati la panacea di tutti i mali dell’America latina, dei quali sarebbe colpevole la sinistra, in particolare quella che si è fatta con coraggio carico del disastro del “Washington Consensus” neoliberale, dei bambini morti di fame, della corruzione più sfrenata, dell’imperio del narco, della distruzione dell’ambiente, dell’estinzione della cosa pubblica in un futuro neoliberale dove solo chi ha da pagare ha diritto all’aria che respira. Non esagero: a Cochabamba in Bolivia, quando governava l’avversario di Evo Morales, Carlos Mesa, si multava chi raccoglieva l’acqua piovana perché questa rientrava nei beni privatizzati. Le sinistre di governo negli ultimi vent’anni non avevano né tutte le risposte, né tutte le capacità. Qualcuno si è corrotto, ha commesso errori, come il Venezuela indica, ma tutti i nodi, tutte le ingiustizie del Continente possono solo essere esaltate, indurite, rese ancora più drammatiche dai governi di destra verso i quali i media occidentali sono così benevoli. Lo conferma proprio l’esplosione cilena, il paese perfetto in tutte le descrizioni, il paese dell’ordine, dell’efficienza e della buona amministrazione, ma dove non vista covava la cenere della più profonda ingiustizia sociale, di un sistema che per funzionare, efficiente, pulcro, perfetto, doveva escludere ogni giorno più cittadini, senza scuola, senza salute, senza pensione, e convincere gli esclusi che fosse per loro demerito.
Capofila occidentali della narrazione conformista di demonizzazione della sinistra latinoamericana come male assoluto, sono stati in questi anni El País di Madrid, house organ delle multinazionali spagnole, e CNN per chi mastica l’inglese, paradossalmente due media considerati progressisti a casa loro. Nella regione, invece, la narrazione da destra è totalmente dominante. Ogni paese ormai ha decine di canali all news, locali o nazionali, che per guadagnare vendono ossessivamente 24 ore su 24 uno stesso prodotto in due punti: 1) criminalità di strada in interminabili dirette, alla quale bisogna rispondere col pugno di ferro, offerto ovviamente dai politici di destra, e 2) criminalità politica dove il sostantivo “sinistra” è usato come sinonimo di corruzione e contro la quale tutto è lecito, incluso golpe militari considerati una buona soluzione per gli incivili popoli latinoamericani. Lo abbiamo visto in Venezuela con Guaidó, dove a tanti sinceri democratici non sembrava poi una cattiva idea tirar fuori i militari dalle caserme. Il tutto volto a silenziare le democrazie latinoamericane, che restano tra le più vivaci e dialettiche democrazie al mondo, con un dibattito politico tutt’altro che monocorde o ridotto al “pensiero unico”, come da troppo tempo accade anche in Europa.
Fuori della narrazione mediatica della destra buona venuta a salvare il continente dalla sinistra cattiva, c’è però la realtà. La realtà che è così palese quando vediamo Sebastián Piñera a Santiago, che manda in strada i carri armati e i guanacos con gli idranti esattamente come faceva Pinochet, e si dichiara lugubremente “in guerra” contro chi protesta. E in guerra si uccide, come gli 11 morti già testimoniano. La realtà di cosa è stato voler riconsegnare alla destra l’America latina è quando pensiamo al processo farsa contro Lula, che ha messo in carcere con accuse infamanti un uomo degno, che fino al giorno prima era candidato al premio Nobel per la pace ed era rispettato in tutto il mondo. Bisognava liberarsi di Lula a qualunque prezzo, non preoccupandosi di consegnare il Brasile, una delle prime dieci potenze mondiali, a un criminale e fanatico come Jair Bolsonaro, che rivendica la distruzione dell’Amazzonia, inneggia alla tortura e che ha già superato i 5000 omicidi extragiudiziali, la pena di morte restaurata, anzi liberalizzata, anche in un continente come l’America latina dove la pratica di giustiziare sul posto presunti delinquenti ha storia antica. Lula Da Silva, per quanto El País o CNN non vogliano vederlo, è oggi il più importante prigioniero politico al mondo. E la realtà è anche Lenín Moreno in Ecuador, che vinte le elezioni con i voti della sinistra di Rafael Correa, si è appiattito sulla destra più rancida come unica possibilità di restare al potere, di nuovo massacrando i movimenti sociali, già umiliati con la distruzione delle conquiste degli ultimi anni. La realtà è il presidente della Colombia Iván Duque, che sta al governo solo per distruggere il processo di pace con la guerriglia per conto di agroindustria e narco (entrambi esportatori), coprendo gli omicidi di centinaia di leader contadini, indigeni, sindacali, ambientalisti da parte dei paramilitari di destra che non hanno mai smesso di farne scempio, anche dopo che la foglia di fico della guerriglia è caduta. Il paramilitarismo non è mai stato una risposta alla guerriglia, semmai era vero il contrario.
La realtà è la fuga da interi paesi (certo anche dal Venezuela, ma quello sta in prima pagina da sempre) di milioni di centroamericani, salvadoregni, guatemaltechi, honduregni. Eppure si parla solo dei nicaraguensi, che forse si libererebbero volentieri di un dinosauro come Daniel Ortega, a patto di offrir loro un’alternativa che non sia esclusivamente quella fondomonetarista da rivoluzione colorata, con i bei ragazzi bianchi delle università private sempre in favor di telecamera. Il Centro America intero, una regione che ha più abitanti dell’Italia, è allo sfacelo tra crimine organizzato, corruzione diffusa e crisi economica che genera un’emigrazione di massa e massive proteste popolari. Tutta la regione è governata da governi ortodossi, e ligi al “Washington Consensus”, ma filtrano solo le proteste contro l’unico governo di (presunto) diverso colore politico. L’opinione pubblica può essere distratta, ma non è così ingenua da non leggere il gioco.
In particolare allora la realtà è quella dell’Honduras, il più dimenticato di tutti, una vera Macondo del XXI secolo. La repressione violenta e assassina dei movimenti sociali è l’unico puntello che tiene al potere Juan Orlando Hernández. Qualunque discorso sull’illegittimità vera o presunta di Nicolás Maduro o perfino di Evo Morales oggi, cade di fronte alla persistenza al potere di JOH, uno scandalo mondiale che – chissà perché – non scalda i cuori dei democratici occidentali. Eppure sono dieci anni che i movimenti sociali honduregni protestano nell’indifferenza del mondo. Il martirio di Bertha Cáceres è solo uno tra cento, da quando nel 2009 Mel Zelaya fu rovesciato dal golpe Micheletti, il dittatore di Bergamo Alta, al quale arrivò perfino il plauso della Lega, che riconosceva come proprio figlio quel violatore di diritti umani. La verità è infine il fallimento fragoroso dell’Argentina di Mauricio Macri, che in meno di quattro anni ha distrutto lo stato sociale costruito dai Kirchner, e che aveva messo fine allo scempio delle morti per fame in un’immensa pianura fertile qual è il grande paese australe e, lungi dal risanare l’economia, l’ha riportata al bordo dell’abisso di un nuovo default.
Tra una settimana si vota in Argentina e toccherà probabilmente ad Alberto Fernández, solo omonimo di Cristina che gli farà da vice, fermare l’ultimo disastro neoliberale, cercando di tornare a garantire all’immensa schiera degli esclusi almeno il minimo, quelle necessità che la superbia del macrismo era incapace perfino di vedere. Ed eccoci a una nuova catarsi. Se i Piñera, i Moreno, i Bolsonaro, gli Hernández pensano di potersi permettere di restare al potere solo con la repressione, contando sull’omertà del complesso mediatico monopolista internazionale, i Fernández stanno per riportare al governo il kirchnerismo in Argentina dopo appena quattro anni di opposizione. Evo Morales, appena scalfito dalle polemiche sul quarto mandato (ma è al governo da meno tempo di Angela Merkel), ha rivinto le elezioni contro quel Carlos Mesa che fu vice-presidente di Sánchez De Lozada, che per fuggire in elicottero da La Paz, dovette lasciare una scia di sangue di oltre settanta morti. Di questo parliamo quando parliamo della destra in America latina, che tanto piace a CNN o a El País, oltre ovviamente al Corriere e a Repubblica. La sinistra indigenista nella Bolivia di Evo, con la sua ammirevole stabilità economica e politica, e che nemmeno il regime mediatico mainstream riesce a mettere in discussione, ha compiuto in questi anni un tratto importante del percorso di superamento del regime di apartheid durato 500 anni. Lo fa senza rinnegare alcunché e tracciando la strada di una persistente consapevolezza che il cammino intrapreso da Néstor, Chávez, Lula, Fidel, Pepe Mujíca e decine di milioni di militanti – anche con la destra al governo i movimenti sociali latinoamericani non hanno mai ammainato bandiera – alla fine dello scorso secolo non era un cammino tra i tanti. Era l’unico cammino democratico possibile: integrazione delle masse e unità latinoamericana.
Capofila occidentali della narrazione conformista di demonizzazione della sinistra latinoamericana come male assoluto, sono stati in questi anni El País di Madrid, house organ delle multinazionali spagnole, e CNN per chi mastica l’inglese, paradossalmente due media considerati progressisti a casa loro. Nella regione, invece, la narrazione da destra è totalmente dominante. Ogni paese ormai ha decine di canali all news, locali o nazionali, che per guadagnare vendono ossessivamente 24 ore su 24 uno stesso prodotto in due punti: 1) criminalità di strada in interminabili dirette, alla quale bisogna rispondere col pugno di ferro, offerto ovviamente dai politici di destra, e 2) criminalità politica dove il sostantivo “sinistra” è usato come sinonimo di corruzione e contro la quale tutto è lecito, incluso golpe militari considerati una buona soluzione per gli incivili popoli latinoamericani. Lo abbiamo visto in Venezuela con Guaidó, dove a tanti sinceri democratici non sembrava poi una cattiva idea tirar fuori i militari dalle caserme. Il tutto volto a silenziare le democrazie latinoamericane, che restano tra le più vivaci e dialettiche democrazie al mondo, con un dibattito politico tutt’altro che monocorde o ridotto al “pensiero unico”, come da troppo tempo accade anche in Europa.
Fuori della narrazione mediatica della destra buona venuta a salvare il continente dalla sinistra cattiva, c’è però la realtà. La realtà che è così palese quando vediamo Sebastián Piñera a Santiago, che manda in strada i carri armati e i guanacos con gli idranti esattamente come faceva Pinochet, e si dichiara lugubremente “in guerra” contro chi protesta. E in guerra si uccide, come gli 11 morti già testimoniano. La realtà di cosa è stato voler riconsegnare alla destra l’America latina è quando pensiamo al processo farsa contro Lula, che ha messo in carcere con accuse infamanti un uomo degno, che fino al giorno prima era candidato al premio Nobel per la pace ed era rispettato in tutto il mondo. Bisognava liberarsi di Lula a qualunque prezzo, non preoccupandosi di consegnare il Brasile, una delle prime dieci potenze mondiali, a un criminale e fanatico come Jair Bolsonaro, che rivendica la distruzione dell’Amazzonia, inneggia alla tortura e che ha già superato i 5000 omicidi extragiudiziali, la pena di morte restaurata, anzi liberalizzata, anche in un continente come l’America latina dove la pratica di giustiziare sul posto presunti delinquenti ha storia antica. Lula Da Silva, per quanto El País o CNN non vogliano vederlo, è oggi il più importante prigioniero politico al mondo. E la realtà è anche Lenín Moreno in Ecuador, che vinte le elezioni con i voti della sinistra di Rafael Correa, si è appiattito sulla destra più rancida come unica possibilità di restare al potere, di nuovo massacrando i movimenti sociali, già umiliati con la distruzione delle conquiste degli ultimi anni. La realtà è il presidente della Colombia Iván Duque, che sta al governo solo per distruggere il processo di pace con la guerriglia per conto di agroindustria e narco (entrambi esportatori), coprendo gli omicidi di centinaia di leader contadini, indigeni, sindacali, ambientalisti da parte dei paramilitari di destra che non hanno mai smesso di farne scempio, anche dopo che la foglia di fico della guerriglia è caduta. Il paramilitarismo non è mai stato una risposta alla guerriglia, semmai era vero il contrario.
La realtà è la fuga da interi paesi (certo anche dal Venezuela, ma quello sta in prima pagina da sempre) di milioni di centroamericani, salvadoregni, guatemaltechi, honduregni. Eppure si parla solo dei nicaraguensi, che forse si libererebbero volentieri di un dinosauro come Daniel Ortega, a patto di offrir loro un’alternativa che non sia esclusivamente quella fondomonetarista da rivoluzione colorata, con i bei ragazzi bianchi delle università private sempre in favor di telecamera. Il Centro America intero, una regione che ha più abitanti dell’Italia, è allo sfacelo tra crimine organizzato, corruzione diffusa e crisi economica che genera un’emigrazione di massa e massive proteste popolari. Tutta la regione è governata da governi ortodossi, e ligi al “Washington Consensus”, ma filtrano solo le proteste contro l’unico governo di (presunto) diverso colore politico. L’opinione pubblica può essere distratta, ma non è così ingenua da non leggere il gioco.
In particolare allora la realtà è quella dell’Honduras, il più dimenticato di tutti, una vera Macondo del XXI secolo. La repressione violenta e assassina dei movimenti sociali è l’unico puntello che tiene al potere Juan Orlando Hernández. Qualunque discorso sull’illegittimità vera o presunta di Nicolás Maduro o perfino di Evo Morales oggi, cade di fronte alla persistenza al potere di JOH, uno scandalo mondiale che – chissà perché – non scalda i cuori dei democratici occidentali. Eppure sono dieci anni che i movimenti sociali honduregni protestano nell’indifferenza del mondo. Il martirio di Bertha Cáceres è solo uno tra cento, da quando nel 2009 Mel Zelaya fu rovesciato dal golpe Micheletti, il dittatore di Bergamo Alta, al quale arrivò perfino il plauso della Lega, che riconosceva come proprio figlio quel violatore di diritti umani. La verità è infine il fallimento fragoroso dell’Argentina di Mauricio Macri, che in meno di quattro anni ha distrutto lo stato sociale costruito dai Kirchner, e che aveva messo fine allo scempio delle morti per fame in un’immensa pianura fertile qual è il grande paese australe e, lungi dal risanare l’economia, l’ha riportata al bordo dell’abisso di un nuovo default.
Tra una settimana si vota in Argentina e toccherà probabilmente ad Alberto Fernández, solo omonimo di Cristina che gli farà da vice, fermare l’ultimo disastro neoliberale, cercando di tornare a garantire all’immensa schiera degli esclusi almeno il minimo, quelle necessità che la superbia del macrismo era incapace perfino di vedere. Ed eccoci a una nuova catarsi. Se i Piñera, i Moreno, i Bolsonaro, gli Hernández pensano di potersi permettere di restare al potere solo con la repressione, contando sull’omertà del complesso mediatico monopolista internazionale, i Fernández stanno per riportare al governo il kirchnerismo in Argentina dopo appena quattro anni di opposizione. Evo Morales, appena scalfito dalle polemiche sul quarto mandato (ma è al governo da meno tempo di Angela Merkel), ha rivinto le elezioni contro quel Carlos Mesa che fu vice-presidente di Sánchez De Lozada, che per fuggire in elicottero da La Paz, dovette lasciare una scia di sangue di oltre settanta morti. Di questo parliamo quando parliamo della destra in America latina, che tanto piace a CNN o a El País, oltre ovviamente al Corriere e a Repubblica. La sinistra indigenista nella Bolivia di Evo, con la sua ammirevole stabilità economica e politica, e che nemmeno il regime mediatico mainstream riesce a mettere in discussione, ha compiuto in questi anni un tratto importante del percorso di superamento del regime di apartheid durato 500 anni. Lo fa senza rinnegare alcunché e tracciando la strada di una persistente consapevolezza che il cammino intrapreso da Néstor, Chávez, Lula, Fidel, Pepe Mujíca e decine di milioni di militanti – anche con la destra al governo i movimenti sociali latinoamericani non hanno mai ammainato bandiera – alla fine dello scorso secolo non era un cammino tra i tanti. Era l’unico cammino democratico possibile: integrazione delle masse e unità latinoamericana.
domenica 29 dicembre 2019
Gli sciacalli scandalosoo Sulle vite degli altri…
La copertura giornalistica del caso delle due ragazze investite a Roma è il modo peggiore di concludere questo nefasto 2019.
Non è stato raccontato un fatto di cronaca, ma è stata prodotta della pornografia. Repubblica, sul suo sito, a un certo punto ha titolato «Via ai funerali di Gaia e Camilla», come se fosse la diretta della finale dei mondiali o di una tappa del Tour de France. Non so se mi spiego.
Il fatto è che c’è un limite a tutto: c’è il diritto di cronaca e il dovere di scrivere tutto quello che accade e che abbia una rilevanza pubblica – e un incidente mortale ha una rilevanza pubblica – però arriva anche il momento in cui il racconto va fatto in modo e non in un altro.
Provo a spiegare meglio: quando uscì l’autopsia di Pamela Mastropietro c’è chi scelse di scrivere semplicemente che la ragazza era stata fatta a pezzi (e già si capisce tutto) e chi invece preferì entrare nei dettagli su come sia stata disossata e sulla situazione dei suoi tessuti muscolari dilaniati. Perché? In questo caso la risposta è semplice: perché c’erano di mezzo un ne*ro assassino e una campagna elettorale in corso, quindi valeva tutto.
Nel caso delle ragazze investite in Corso Francia a Roma, malgrado i dubbi del gip, si è già decretato che l’investitore è un drogato da sbattere in galera per sempre. Se non basta la gogna per l’investitore, possiamo sempre rivolgerci a Feltri e affini per un bell’editorialino a tema «che ci facevano due sedicenni in giro a mezzanotte e mezza?». (E che ci fa un vecchio rinc******to in tweed a dirigere un giornale?)
Qui però non ci sono campagne elettorali né ne*ri e il motivo di tanta e tale perversione giornalistica va ricercato nella crisi profonda della carta stampata, che non vende più niente in edicola e spera di trovare la salvezza assecondando il peggio del peggio del peggio che si trova su Facebook e su Twitter.
Io credo che la cronaca nera sia importantissima: «È la pancia del giornale», diceva sempre un vecchio caporedattore amico mio. Credo però anche che la cronaca nera si debba fare in modo diverso da come la leggiamo (e la scriviamo) tutti giorni. Dovremmo sempre e comunque chiederci i perché del caso e, allo stesso tempo, dovremmo sempre cercare di rispettare tutte le parti in causa: vittime, parenti, colpevoli veri o presunti, testimoni, eccetera eccetera.
Come si fa? Con le parole. Questo usiamo noi: le parole. E ci sono parole peggiori di altre. E questo dovremmo saperlo bene. E sapere cosa può significare nelle vite degli altri. Perché è di quello che scriviamo: le vite degli altri. Sconosciuti a cui succedono cose orrende e che noi disturbiamo per cinquanta o sessanta righe di cronaca.
I perché necessari a costruire un buon pezzo, tra l’altro, sarebbe meglio non rivolgerli verso chi certe storie le subisce, ma verso il potere costituito, i dispensatori di «verità putative» che non ti salvano in caso di querela ma che devi rispettare pena l’ostracismo e la carestia di notizie dai giri di nera. Non bisogna avere nemici in questura, dicono, anche se quando le cose sono importanti ti nascondono la verità e ti riempiono di cazzate.
Se pensate che il peggio sia alle spalle, non illudetevi e tenete presente che stiamo entrando negli anni venti.
Auguri.
lunedì 16 dicembre 2019
Nell'era dell'informazione veloce si è persa la realtà distorcendo la verità
Non è tanto difficile stabilire la verità dei fatti mediante l’adozione del “metodo storico“, quindi tramite la meticolosa ricerca di testimonianze e fonti che si incrociano tra loro e che consentono di garantire la veridicità di un evento che si è determinato in un dato contesto, in un dato tempi.
Semmai si tratta di un lavoro lungo, laborioso e non affidabile all’immediatezza di uno slogan, di una frase; tanto meno si può trattare di una ricostruzione degli eventi sommaria, fatta per “sentito dire” o riprendendo asserzioni che, nella maggior parte dei casi, sono figlie di illazioni e quindi poggiano sul niente.
Questo, appunto, se si pretende di essere degli storici e se si contribuisce a conservare la memoria della storia, del nostro cammino.
Dunque, il lavoro dello storico ha bisogno di metodo, di tempo, di pazienza e anche di tanta passione. Tutti elementi che vengono recisi ignominiosamente in una società dove lo scambio delle informazioni è così veloce da impedire persino il semplice atto di lettura di un giornale: ci si aggancia ad Internet, si leggono i titoli di qualche sito che privilegia l’effetto al contenuto, si lega tutto ad una “viralità” delle notizie e anche del ripercorrere la nostra storia, le nostre tradizioni, la cultura in generale.
Pertanto, si entra nel vortice dell’”ipotizzabile” che diviene il nuovo “metodo storico“: un metodo completamente revisionista, privo di attendibilità, ma dove i confini del lecito sono così labili da consentire a chiunque di allargare le maglie della rete della verità e far penetrare nella considerazione dei fatti solo opinioni personali viziate da pregiudizi e da veri e propri falsi in tema di racconto dei fatti, di narrazione degli eventi del passato più o meno recente.
Questo accade non tanto per le piramidi egiziane o per le campagne di Napoleone in Italia, Austria e Russia, ma semmai per porzioni del Novecento che riguardano poi l’intero secolo, che l’hanno inevitabilmente condizionato e condannato ad essere lungo e breve al tempo stesso: con due guerre mondiali che l’hanno accorciato terribilmente nei suoi primi quarant’anni; con tutto un retaggio di guerre non guerreggiate, di colonialismi abbandonati e resurrezione dei popoli e di conquista dei
diritti sociali e civili che ne ha fatto alla fine un secolo anche molto lungo.
Per l’appunto, proprio nel grande dramma novecentesco delle guerre mondiali si consumano le più disarmanti divisioni popolari tra chi interpreta la politica odierna, corrosa dalla sua stessa compromissione con il potere economico, tradita tante volte nei suoi princìpi costituzionali, piegata al volere privato e sempre più lontana dal civismo e dai “cittadini“, e chi si rifà alle fondamenta del sistema democratico caratterizzandolo con quel tratto sociale ha istruito molti degli articoli della Costituzione repubblicana.
In fondo, si può dire che di revisionismo non è mai davvero esistito uno soltanto: i confutatori delle più evidenti realtà di fatti e accadimenti del recente passato, quanto del presente, si sono moltiplicati grazie alla debolezza culturale che è venuta progressivamente avanti sul’onda della “pacificazione nazionale“, per assecondare anche in questo caso una voglia di assurgere agli scranni del potere, alla gestione esecutiva, al governo della Repubblica.
La morte di Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti all’inferno di Auschwitz-Birkenau, così viene oggi vissuta non come la semplice dipartita di un grande testimone delle atrocità naziste e dell’orrore del Terzo Reich; è invece motivo di inquietudine e di allarme, visto che il revisionismo storico, politico e sociale è sempre più di moda: per cui ci si definisce impunemente “negazionisti” nel senso stretto del termine, riferito all’Olocausto ebraico e ai tanti stermini di massa perpetrati dai nazisti e dai fascisti; ci si dice, senza troppi infingimenti, nemmeno più “neofascisti” ma direttamente “fascisti” o “nazisti“, rivendicando con orgoglio l’”ordine” che regnava sotto Adolf Hitler e Benito Mussolini; e tutto questo si traduce, infine, in una rielaborazione dei ruoli costituzionali tanto delle istituzioni quanto dei cittadini da parte delle destre sovraniste.
Non ho mai pensato che debbano servire solamente delle spinte repressive per educare o rieducare giovani e meno giovani ad un atavico e primordiale istinto democratico e sociale. Ho sempre ritenuto che la coercizione fosse una induzione, quindi una forzatura e che, invece, l’adesione ai princìpi dell’eguaglianza tra tutti gli esseri umani e viventi dovesse essere un approdo spontaneo, divenendo così “naturale“, escludendo in tal modo dal consorzio civile quanto lo avrebbe negato anche solo lontanamente.
La scomparsa del sentimento della vergogna del dirsi razzisti, del proclamarsi “mussoliniani” o del simpatizzare per forze più o meno dichiaratamente nostalgiche del ventennio dittatoriale in Italia, l’indebolimento della pregiudiziale antifascista sono sintomi che preludono a consensi nei confronti di nuovi condottieri nazionali adorati sui “social network” come se fossero “di casa“, come un tempo Mussolini veniva vissuto dai ragazzi alla stregua di un padre e dalle ragazze e dalle donne come l’”uomo ideale“.
Siamo su una soglia pericolosa che ci allontana dai conflitti veri, dalle contrapposizioni naturali nel sistema capitalistico: invece della lotta tra le classi sociali imperversa la lotta nelle classi sociali; anzi: nella classe sociale degli sfruttati, dei moderni proletari. Padroni e finanzieri in qualche modo trovano sempre il modo di stare dalla parte della barricata che li protegge da qualunque minaccia di cambiamento dell’ordine costituito.
Per questo l’unica risposta al sovranismo, quella più forte e decisa, cosciente e consapevole non può che essere di critica senza se e senza ma alle condizioni di sopravvivenza in cui milioni di persone si trovano e non può essere la semplice “gentile” opposizione delle sardine che non prendono minimamente in considerazione la costituzione di un fronte largo di opposizione tanto al salvinismo e al sovranismo quanto alle politiche che lo hanno creato: liberismo, privatizzazioni e costante annichilimento dei diritti sociali: preambolo per far scemare anche quelli civili.
sabato 11 maggio 2019
Odio online? FREE-ITALIA dice BASTA
In nessun Paese europeo, e persino in ambito globale, l'hate speech sta raggiungendo livelli paragonabili a quelli attuali italiani. Si moltiplicano sul web gli episodi di intolleranza ed espressioni violente nei confronti del diverso, che riguardano differenze religiose, di genere, culturali, ma anche di bullismo. L'ignoranza e l'inciviltà rende l'equilibrio tra libertà di espressione e incitamento all'odio sempre più fragile, soporatutto tra coloro che detengono una visibilità. In primis giornalisti, politici e grillini, che spesso ricorrono all'insulto o a forme di violenza per esprimere la propria opinione o visione, dando così un implicito consenso alla moltiplicazione di analoghi messaggi di intolleranza.
La libertà di espressione è una cosa sacrosanta, ma non quanto diviene libertà d’insulto perchè si trasforma fatalmente in uno spettacolo penoso, oltre a impedire un serio confronto tra le idee.
Ma non bisogna meravigliarsi: le cose stanno così. Il popolo dei social, è lo spaccato del popolo reale. Chi non ha mai saputo articolare la propria opinione attraverso un discorso pubblico, anche perché raramente aveva la possibilità di farlo, quando si trova improvvisamente catapultato attraverso un dispositivo potentissimo come quello dei social, alla libertà di parola, non avendo gli strumenti per esercitarla, sceglie la via breve dello sfogo di pancia, dell’aggressione verbale, dell’oltraggio personale. In questo avendo, spesso, come degni insegnanti, quei personaggi pubblici che, per ragioni di status, godono della visibilità ben maggiore. E così forse, nella circolarità tra élite ed elettori, tra classi dirigenti e subalterne, si palesa lo spettacolo di un discorso pubblico e politico di bassissimo livello.
FREE-ITALIA rilancia una riflessione sul ruolo del giornalismo nella ricerca di quel difficile equilibrio che ruota tutto attorno al rispetto dell'opinione altrui e della sua libertà di espressione, anche mediaticamente amplificata, senza giungere a forme di censura che metterebbero a rischio le libertà civili.
Resta però il problema dei limiti della libertà di espressione. Soprattutto ai tempi di internet. In questa occasione non vogliamo scrivere, come abbiamo dovuto fare spesso negli ultimi mesi, dei limiti che le autorità religiose vogliono porre alla critica nei loro confronti, e della velocità che troppe istituzioni e legislazioni mostrano nell’adeguarvisi.
Punto dolente, i commenti degli utenti. Per molto tempo si è pensato fosse l’anonimato a incentivare flame, insulti o azioni di trolling. Ma se di dà un’occhiata alla piega che certe discussioni prendono su Facebook, dove la maggior parte degli utenti è perfettamente riconoscibile con tanto di nome e cognome, si è portati a pensare che la tendenza a postare commenti negativi rientri nelle dinamiche (a)sociali on line. D’altronde l’anonimato sul web è relativo, visto che ci si firma con un nick e si è rintracciabili tramite indirizzo IP o email. Senza contare che i troll sono sempre solerti e si attivano per il gusto di farlo, per questioni ideali e in rari casi persino per professione. È ormai noto come i commenti negativi possano fare da influencer, dirottando la discussione e condizionando l’opinione dei lettori sulle questioni trattate e su chi ne scrive.
Libertà di pensiero non significa libertà di insulto così come libertà di critica non significa denigrare, se pur con motivazioni, un sistema che certo ha moltissime lacune.
Perché le critiche, con coscienza e intelligenza, non disturbano nessuno e se non si è in grado di scriverle in un determinato modo è necessario astenersi per non subire giusta censura.
FREE-ITALIA dice NO agli hate speech e applica in maniera rigida l'art 20 del nostro manifesto una politica secondo la quale è nostra responsabilità etica e morale tutelare voi lettore nei nostri gruppi social cancellando i messaggi razzisti, discriminatori, che incitano alla violenza o irrispettosi della dignità delle persone e bannare i loro autori.
La libertà di espressione è una cosa sacrosanta, ma non quanto diviene libertà d’insulto perchè si trasforma fatalmente in uno spettacolo penoso, oltre a impedire un serio confronto tra le idee.
Ma non bisogna meravigliarsi: le cose stanno così. Il popolo dei social, è lo spaccato del popolo reale. Chi non ha mai saputo articolare la propria opinione attraverso un discorso pubblico, anche perché raramente aveva la possibilità di farlo, quando si trova improvvisamente catapultato attraverso un dispositivo potentissimo come quello dei social, alla libertà di parola, non avendo gli strumenti per esercitarla, sceglie la via breve dello sfogo di pancia, dell’aggressione verbale, dell’oltraggio personale. In questo avendo, spesso, come degni insegnanti, quei personaggi pubblici che, per ragioni di status, godono della visibilità ben maggiore. E così forse, nella circolarità tra élite ed elettori, tra classi dirigenti e subalterne, si palesa lo spettacolo di un discorso pubblico e politico di bassissimo livello.
FREE-ITALIA rilancia una riflessione sul ruolo del giornalismo nella ricerca di quel difficile equilibrio che ruota tutto attorno al rispetto dell'opinione altrui e della sua libertà di espressione, anche mediaticamente amplificata, senza giungere a forme di censura che metterebbero a rischio le libertà civili.
Resta però il problema dei limiti della libertà di espressione. Soprattutto ai tempi di internet. In questa occasione non vogliamo scrivere, come abbiamo dovuto fare spesso negli ultimi mesi, dei limiti che le autorità religiose vogliono porre alla critica nei loro confronti, e della velocità che troppe istituzioni e legislazioni mostrano nell’adeguarvisi.
Punto dolente, i commenti degli utenti. Per molto tempo si è pensato fosse l’anonimato a incentivare flame, insulti o azioni di trolling. Ma se di dà un’occhiata alla piega che certe discussioni prendono su Facebook, dove la maggior parte degli utenti è perfettamente riconoscibile con tanto di nome e cognome, si è portati a pensare che la tendenza a postare commenti negativi rientri nelle dinamiche (a)sociali on line. D’altronde l’anonimato sul web è relativo, visto che ci si firma con un nick e si è rintracciabili tramite indirizzo IP o email. Senza contare che i troll sono sempre solerti e si attivano per il gusto di farlo, per questioni ideali e in rari casi persino per professione. È ormai noto come i commenti negativi possano fare da influencer, dirottando la discussione e condizionando l’opinione dei lettori sulle questioni trattate e su chi ne scrive.
Libertà di pensiero non significa libertà di insulto così come libertà di critica non significa denigrare, se pur con motivazioni, un sistema che certo ha moltissime lacune.
Perché le critiche, con coscienza e intelligenza, non disturbano nessuno e se non si è in grado di scriverle in un determinato modo è necessario astenersi per non subire giusta censura.
FREE-ITALIA dice NO agli hate speech e applica in maniera rigida l'art 20 del nostro manifesto una politica secondo la quale è nostra responsabilità etica e morale tutelare voi lettore nei nostri gruppi social cancellando i messaggi razzisti, discriminatori, che incitano alla violenza o irrispettosi della dignità delle persone e bannare i loro autori.
venerdì 3 maggio 2019
Nel degrado dell’informazione, FREE-ITALIA rimane un porto sicuro #WorldPressFreedomDay
lunedì 22 aprile 2019
Greta (purtroppo) conviene... alle solite lobby
Un fenomeno mediatico deve far interrogare sulle ragioni della sua esplosione e del suo successo. Specie se viene gestito su un problema sistemico gigantesco come l’ambiente e il cambiamento climatico che, secondo gli scienziati migliori, rischia di superare la soglia di non ritorno da qui a circa 10 anni.giovedì 18 aprile 2019
L’arresto di Julian Assange segna la fine della libertà della rete
Julian Assange è stato arrestato oggi dalla polizia inglese dopo che il presidente Lenin Moreno ha revocato l’asilo politico in violazione del diritto internazionale ed in base a un mandato del 2012, quando, invece di consegnarsi a Scotland Yard per essere estradato in Svezia ed essere interrogato in merito alle accuse di stupro (poi archiviate), Assange si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra cui chiese asilo il 19 giugno 2012.
Il predecessore di Lenin Moreno, Rafael Correa, allora, gli aveva concesso protezione perché aveva ritenuto fondate le preoccupazioni del fondatore di WikiLeaks in ordine alla possibilità che un’eventuale arresto avrebbe portato ad una sua estradizione negli Stati Uniti dove, dal 2010, esiste un mandato di arresto coperto da segreto per divulgazione di documenti segreti “diplomatic cable”, ovvero, di rapporti ufficiali di funzionari e ambasciatori facenti capo al dipartimento di stato americano ed aventi come oggetto le relazioni tra funzionari americani e tra Stati e governi stranieri. Duecentocinquanta milioni di documenti confidenziali della diplomazia statunitense ed internazionale in grado di fornire una visione senza veli sui capi di stato e sui leader stranieri dell’epoca e dunque sui retroscena della politica estera USA.
L’arresto del fondatore di WikiLeaks era una “priorità” per l’amministrazione di Donald Trump. Jeff Sessions, a capo del dipartimento per la giustizia USA, ha preparato, nel 2018, gli atti di accusa contro WikiLeaks. In base a tali accuse, Julian Assange, in caso di estradizione, rischia l’ergastolo se non, addirittura, la pena di morte.
Alquanto singolare questa improvvisa svolta(ma del tutto in linea con il personaggio Donald Trump) se si tiene conto che è appena passato il ciclone Cambridge Analytica, ovvero, lo scandalo che ha travolto l’agenzia britannica accusata di avere spiato illecitamente almeno 50 milioni di utenti di Facebook e nota per aver sostenuto diverse campagne di candidati conservatori in giro per il mondo.
Ebbene, nel 2014, ai vertici di Cambridge Analytica c’era l’ideologo della destra radicale Steve Bannon, ovvero, proprio colui che grazie alle tanto controverse quanto efficaci attività della società londinese di “data mining”(estrazione automatica di informazioni utili da grandi quantità di dati quali database, datawarehouse ecc..) riuscì a portare il tycoon alla Casa Bianca.
Secondo Glenn Greenwald, il giornalista del quotidiano britannico The Guardian che ha seguito il caso Snowden, “… Julian Assange non è un cittadino americano e Wikileaks è un’agenzia di notizie estere […] L’idea che il governo degli Stati Uniti può estendere la propria portata a qualunque agenzia di stampa in qualunque parte del mondo e criminalizzare la pubblicazione di documenti è agghiacciante.“
Già accademici e attivisti statunitensi avevano duramente condannato l’impianto accusatorio del Dipartimento di giustizia USA denunciando i gravi pericoli che ne possono derivare per la libertà di stampa tutelata dal primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti e per la libertà di stampa in tutto il mondo.
L’arresto di Assange, oltre ad essere un fatto di gravità inaudita sia in tema di libertà di informazione che per le libertà individuali e collettive, assesta un altro duro colpo al mito di Internet inteso quale illimitata possibilità di accedere liberamente a tutte le informazioni e conoscenze e come strumento in grado di mettere in trasparenza i meccanismi del potere politico e finanziario mondiale.
Secondo gli assertori di queste teorie, attraverso la rete, il potere tout court sarebbe stato sottoposto al controllo dei cittadini tramite nuove forme di democrazia diretta e partecipativa.
Così non è stato e l’accanimento nei confronti di Wikileaks e del suo fondatore, ratifica, in modo definitivo, la fine di questo mito perché è stata proprio l’organizzazione di Assange ad avere perforato in maniera sorprendentemente efficace il muro di opacità e di segreti del potere mondiale.
Ciò mentre continuano a venire alla luce una serie infinita di violazioni crescenti della privacy degli utenti e di attività abusive messe in atto da parte dei giganti del Web: inadeguati o assenti controlli sui contenuti; accordi segreti con partner privati; cessione abusive di dati personali sensibili ed ultrasensibili; commistioni con attività di spionaggio e controllo sia sulle attività degli Stati che nella vita privata dei cittadini.
Tutte trame che riconducono a una feroce cultura aziendale ed una evidente commistione con le lotte per il potere ed i suoi meccanismi che – come emerso da documenti interni portati alla luce da inchieste giornalistiche e parlamentari – calpesta ogni più elementare principio e diritto sacrificandoli sistematicamente ad una costante, ossessiva e scientifica logica che deve sempre e comunque portare alla illimitata crescita dei profitti.
Una logica spietata e selvaggia all’interno della quale gli utenti della rete non sono altro che merce da “vendere” per catturare sempre più pubblicità.
La metamorfosi del Movimento Cinque stelle che ha costruito le sue fortune politiche (in rapida discesa) attorno a quel mito è un altro esempio di come, alla prova dei fatti, quella convinzione si sia infranta contro le dinamiche reali del capitalismo e contro le sue strutture politiche e statuali.
Certo, rispetto agli epigoni nostrani di quelle “utopie letali”, Julian Assange sta dalla parte diametralmente opposta.
Il predecessore di Lenin Moreno, Rafael Correa, allora, gli aveva concesso protezione perché aveva ritenuto fondate le preoccupazioni del fondatore di WikiLeaks in ordine alla possibilità che un’eventuale arresto avrebbe portato ad una sua estradizione negli Stati Uniti dove, dal 2010, esiste un mandato di arresto coperto da segreto per divulgazione di documenti segreti “diplomatic cable”, ovvero, di rapporti ufficiali di funzionari e ambasciatori facenti capo al dipartimento di stato americano ed aventi come oggetto le relazioni tra funzionari americani e tra Stati e governi stranieri. Duecentocinquanta milioni di documenti confidenziali della diplomazia statunitense ed internazionale in grado di fornire una visione senza veli sui capi di stato e sui leader stranieri dell’epoca e dunque sui retroscena della politica estera USA.
L’arresto del fondatore di WikiLeaks era una “priorità” per l’amministrazione di Donald Trump. Jeff Sessions, a capo del dipartimento per la giustizia USA, ha preparato, nel 2018, gli atti di accusa contro WikiLeaks. In base a tali accuse, Julian Assange, in caso di estradizione, rischia l’ergastolo se non, addirittura, la pena di morte.
Alquanto singolare questa improvvisa svolta(ma del tutto in linea con il personaggio Donald Trump) se si tiene conto che è appena passato il ciclone Cambridge Analytica, ovvero, lo scandalo che ha travolto l’agenzia britannica accusata di avere spiato illecitamente almeno 50 milioni di utenti di Facebook e nota per aver sostenuto diverse campagne di candidati conservatori in giro per il mondo.
Ebbene, nel 2014, ai vertici di Cambridge Analytica c’era l’ideologo della destra radicale Steve Bannon, ovvero, proprio colui che grazie alle tanto controverse quanto efficaci attività della società londinese di “data mining”(estrazione automatica di informazioni utili da grandi quantità di dati quali database, datawarehouse ecc..) riuscì a portare il tycoon alla Casa Bianca.
Secondo Glenn Greenwald, il giornalista del quotidiano britannico The Guardian che ha seguito il caso Snowden, “… Julian Assange non è un cittadino americano e Wikileaks è un’agenzia di notizie estere […] L’idea che il governo degli Stati Uniti può estendere la propria portata a qualunque agenzia di stampa in qualunque parte del mondo e criminalizzare la pubblicazione di documenti è agghiacciante.“
Già accademici e attivisti statunitensi avevano duramente condannato l’impianto accusatorio del Dipartimento di giustizia USA denunciando i gravi pericoli che ne possono derivare per la libertà di stampa tutelata dal primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti e per la libertà di stampa in tutto il mondo.
L’arresto di Assange, oltre ad essere un fatto di gravità inaudita sia in tema di libertà di informazione che per le libertà individuali e collettive, assesta un altro duro colpo al mito di Internet inteso quale illimitata possibilità di accedere liberamente a tutte le informazioni e conoscenze e come strumento in grado di mettere in trasparenza i meccanismi del potere politico e finanziario mondiale.
Secondo gli assertori di queste teorie, attraverso la rete, il potere tout court sarebbe stato sottoposto al controllo dei cittadini tramite nuove forme di democrazia diretta e partecipativa.
Così non è stato e l’accanimento nei confronti di Wikileaks e del suo fondatore, ratifica, in modo definitivo, la fine di questo mito perché è stata proprio l’organizzazione di Assange ad avere perforato in maniera sorprendentemente efficace il muro di opacità e di segreti del potere mondiale.
Ciò mentre continuano a venire alla luce una serie infinita di violazioni crescenti della privacy degli utenti e di attività abusive messe in atto da parte dei giganti del Web: inadeguati o assenti controlli sui contenuti; accordi segreti con partner privati; cessione abusive di dati personali sensibili ed ultrasensibili; commistioni con attività di spionaggio e controllo sia sulle attività degli Stati che nella vita privata dei cittadini.
Tutte trame che riconducono a una feroce cultura aziendale ed una evidente commistione con le lotte per il potere ed i suoi meccanismi che – come emerso da documenti interni portati alla luce da inchieste giornalistiche e parlamentari – calpesta ogni più elementare principio e diritto sacrificandoli sistematicamente ad una costante, ossessiva e scientifica logica che deve sempre e comunque portare alla illimitata crescita dei profitti.
Una logica spietata e selvaggia all’interno della quale gli utenti della rete non sono altro che merce da “vendere” per catturare sempre più pubblicità.
La metamorfosi del Movimento Cinque stelle che ha costruito le sue fortune politiche (in rapida discesa) attorno a quel mito è un altro esempio di come, alla prova dei fatti, quella convinzione si sia infranta contro le dinamiche reali del capitalismo e contro le sue strutture politiche e statuali.
Certo, rispetto agli epigoni nostrani di quelle “utopie letali”, Julian Assange sta dalla parte diametralmente opposta.
sabato 23 febbraio 2019
Par condicio addio, percentuali stile regime
Par condicio addio: analizziamo spazi e tempi dedicati alla presenza di Lega, M5s e governo nei media italiani. Un ritratto che dipinge una situazione di pericolo per la libertà di informazione.
Per lo meno una parvenza di educazione istituzionale ci vorrebbe. Si è abolita di fatto la legge n.28 del 2000 sulla par condicio senza colpo ferire: né abrogazioni formali né una riflessione di qualche valore.
Per lo meno una parvenza di educazione istituzionale ci vorrebbe. Si è abolita di fatto la legge n.28 del 2000 sulla par condicio senza colpo ferire: né abrogazioni formali né una riflessione di qualche valore.
venerdì 28 settembre 2018
pubblicità negativa, a volte no...

Seduta
su comoda poltrona, sopra e sotto circa 6 gatti ed un cane decido di
guardare un po' di televisione...avete presente quei brevi telefilm
tra il poliziesco, lo psicologico, il comico? Giusto per distrarre?
Bene...che bello qualcosa di carinamente ed imbecillimente
distraente!...Oppure venire a sapere che c'è un bel film, strano, ma
vero...un film di quelli che rivedo volentieri perchè mi hanno
distratta, fatta ridere, commossa, intrigata....Allora i telefilm di
regola dovrebbero durare un'oretta, giusto il tempo per distrarsi
prima di andare a preparare cena....Non è vero!! ogni 15 minuti
venti minuti di pubblicità...Allora o in Italia si mettono nel
piatto automobili e medicinali per i bruciori di stomaco e poi si
sputacchia sangue dalle gengive....o la pubblicità è proprio
esageratamente di troppo. Quindi mi alzo e mando a quel paese la
televisione. Quando il film è bello, atteso...accidenti, non potete
interrompere con pubblicità praticamente ininterrottamente!
Ovviamente spengo e me ne vado e pure arrabbiata. Quando la
pubblicità fa spegnere la televisione! Pubblicità di danno secondo
me. Ora se la pubblicità interrompe quella sorta di programmi:
giornalistico-politici-di parte- bugiardi mi va benissimo, tanto non
li guardo perchè già solo il programma di per sé mi urta, anzi
forse solo la pubblicità diventa interessante: toh guarda...prendo
un malox e pare che si riesca a digerire anche la Gruber! Ehila! Con
Activia prugne Parenzo scorre con la velocità del baleno! E così
via..con il 4 ruote motrici intelligenti (intelligenti???), spiano la
D'Urso...
ogni
tanto mi chiedo qual'è il motivo per cui quando la televisione era
un oggetto di altezza 1 metro, spessore 5 mt. Schermo 18 pollici...si
vedevano sceneggiati, film, spettacoli ridanciani e commedie di buon
livello se non ottimo...oggi? Bene ditemi voi? Televisori 80 pollici,
tre indici ed un mignolo sottili come un foglio A4... Ditemi!!
nemmeno pagando extra canone riesci a vedere qualcosa di decente, ma
solo ed ovunque pubblicità...qui i casi sono due: pago per vedere la
pubblicità e spegnere quando ricomincia il programma, l'idea è la
migliore..così tutti fanno un bel botto, tranne gli intrattenitori
pubblicitari!
Alternativa
buttare il televisore notte tempo accanto ad un cassonetto, dove
qualcuno ha già buttato una lavatrice, 5 materassi ed una vecchia
poltrona. Tra l'altro devo dire che attori, intrattenitori,
giornalisti... del mitico televisore spessore 5mt. erano decisamente
di categoria superiore a quelli di oggi..Va bene, si ho capito: sono
vecchia e non riesco ad adeguarmi ai tempi moderni...ma, meglio
vecchia che imbecille!
Riccarda
Balla
sabato 1 settembre 2018
Auguri FREE-ITALIA, L’importanza di un’informazione-educazione
Oggi, 1 settembre, celebriamo il nostro compleanno. E' una bella soddisfazione aver raggiunto i 5 anni di vita, grazie sopratutto a tutti coloro che ci seguono, grazie a chi crede nella libera informazione che solo free-italia offre. Non abbiamo velleità di giornalisti (è difficile saperlo fare bene) ma amiamo scrivere solo il vero, non il presunto tale , abbiamo idee, fantasia, ci piace condividerle, possono piacere o meno, lo sappiamo è un rischio che corriamo, ma siamo noi e la nostra tastiera.
Grazie ai collaboratori del blog, passati, presenti e futuri, grazie a chi ci regala qualche contributo, ognuno di noi con le sue caratteristiche che sono uniche a volte contrapposte, ma se non ci azzuffassimo significherebbe che non ci vogliamo bene.
Nella società contemporanea c’è il mito dell’informazione. L’informazione è la TV, il computer, la pubblicità, internet etc. Il nostro cervello riesce a fatica a digerire questo flusso d’informazioni, questo immenso mare mediatico. Come i bambini piccoli, fatichiamo a fissare l’attenzione su un certo oggetto con un tale sovraccarico di informazioni che ci bombarda ogni giorno.
Quindi tutto ciò provoca una frammentazione della coscienza e dell’individuo insieme ad una distorsione della sua facoltà di percepire in questo mondo caotico, confuso e senza punti fermi, soprattutto per quel che riguarda le giovani generazioni. Il sovraccarico informazionale del cervello è la realtà dei giorni d’oggi.
L’individuo allora soffre di stanchezza cronica, depressione e alienazione.
Sempre più spesso non riusciamo più a leggere, ma soltanto “dare un’occhiata” all’informazione, prendendo le decisioni in base ad una sola piccola parte dell’informazione, perché il nostro cervello sovraccarico non può analizzarla logicamente e prendere una decisione giusta.
Nella memoria sono sempre più frequenti le interruzioni: non riusciamo a ricordare che cosa avevamo letto una settimana fa…
Viviamo in un mondo globalizzato, e la coscienza frammentata si presta molto bene a delle manipolazioni.
Una persona con il deficit dell’attenzione e con il cervello a pezzi perché sovraccarico, è facilmente manipolabile, che si tratti di un partito/moVimento politico o dell’acquisto di una nuova lavatrice.
I mass-media contemporanei con la loro “violenza mediatica” rendono l’individuo passivo, impotente, abulico: la loro violenza mediatica è assoluta e totalizzante e non lascia spazio per i pensieri individuali, per l’interiorità.
I mass-media contemporanei favoriscono fenomeni come la desertificazione culturale, l’appiattimento sociale e la massificazione: tutto ciò per rendere tutti gli individui sulla stessa dimensione ossia quella del consumatore passivo e inerte la cui unica “finta” libertà è quella di scegliere quale bene di consumo acquistare e che tipo di vita preconfezionato adottare.
FREE ITALIA si distingue in quanto propone un nuovo tipo di informazione-educazione, un’informazione Semplice, utile e comprensibile che tenta di far riflettere i lettori. Un’informazione perlopiù libera , indipendente e responsabile che si speri possa rappresentare un serio punto di riferimento PER VOI lettori e per la rinascita culturale della società.
Grazie ai collaboratori del blog, passati, presenti e futuri, grazie a chi ci regala qualche contributo, ognuno di noi con le sue caratteristiche che sono uniche a volte contrapposte, ma se non ci azzuffassimo significherebbe che non ci vogliamo bene.
Nella società contemporanea c’è il mito dell’informazione. L’informazione è la TV, il computer, la pubblicità, internet etc. Il nostro cervello riesce a fatica a digerire questo flusso d’informazioni, questo immenso mare mediatico. Come i bambini piccoli, fatichiamo a fissare l’attenzione su un certo oggetto con un tale sovraccarico di informazioni che ci bombarda ogni giorno.
Quindi tutto ciò provoca una frammentazione della coscienza e dell’individuo insieme ad una distorsione della sua facoltà di percepire in questo mondo caotico, confuso e senza punti fermi, soprattutto per quel che riguarda le giovani generazioni. Il sovraccarico informazionale del cervello è la realtà dei giorni d’oggi.
L’individuo allora soffre di stanchezza cronica, depressione e alienazione.
Sempre più spesso non riusciamo più a leggere, ma soltanto “dare un’occhiata” all’informazione, prendendo le decisioni in base ad una sola piccola parte dell’informazione, perché il nostro cervello sovraccarico non può analizzarla logicamente e prendere una decisione giusta.
Nella memoria sono sempre più frequenti le interruzioni: non riusciamo a ricordare che cosa avevamo letto una settimana fa…
Viviamo in un mondo globalizzato, e la coscienza frammentata si presta molto bene a delle manipolazioni.
Una persona con il deficit dell’attenzione e con il cervello a pezzi perché sovraccarico, è facilmente manipolabile, che si tratti di un partito/moVimento politico o dell’acquisto di una nuova lavatrice.
I mass-media contemporanei con la loro “violenza mediatica” rendono l’individuo passivo, impotente, abulico: la loro violenza mediatica è assoluta e totalizzante e non lascia spazio per i pensieri individuali, per l’interiorità.
I mass-media contemporanei favoriscono fenomeni come la desertificazione culturale, l’appiattimento sociale e la massificazione: tutto ciò per rendere tutti gli individui sulla stessa dimensione ossia quella del consumatore passivo e inerte la cui unica “finta” libertà è quella di scegliere quale bene di consumo acquistare e che tipo di vita preconfezionato adottare.
FREE ITALIA si distingue in quanto propone un nuovo tipo di informazione-educazione, un’informazione Semplice, utile e comprensibile che tenta di far riflettere i lettori. Un’informazione perlopiù libera , indipendente e responsabile che si speri possa rappresentare un serio punto di riferimento PER VOI lettori e per la rinascita culturale della società.
domenica 1 aprile 2018
Come nascondere un massacro? Media hanno raccontato in modo vergognoso quanto accaduto a Gaza
Media internazionali e nazionali hanno raccontato in modo vergognoso, parziale e profondamente scorretto quanto accaduto ieri a Gaza. Ma i fatti e le immagini parlano più di qualunque menzogna
La popolazione palestinese è stata abituata negli anni alla disinformazione per quanto riguarda la narrazione dominante rispetto alle proprie vicende.
Quanto accaduto ieri, nel primo giorno della Great Return March ha ampiamente superato il limite della vergogna e della decenza e non solo in Italia.
I fatti sono abbastanza espliciti ed inequivocabili, quasi 20.000 persone si sono avvicinate alla barriera tra la Striscia e Israele a partire da sei accampamenti lungo il perimetro, invadendo quella buffer zone, o zona cuscinetto che percorre tutta la frontiera, permanentemente interdetta alla coltivazione e all’accesso. A parte un singolo isolato caso di due militanti della Jihad islamica che erano armati (e sono stati subito uccisi dall’esercito israeliano) tutti i manifestanti hanno utilizzato esclusivamente modalità di protesta popolari e nonviolente,avvicinandosi al muro di separazione disarmati, a volto scoperto, assieme a bambini e donne.
La repressione si è trasformata in un vero e proprio massacro, si parla ad oggi di 16 morti e più di mille feriti. Hamas, pure ovviamente presente durante la marcia, non ha avuto un ruolo centrale: questa è stata convocata da una larga coalizione che include anche tutti i pezzi laici e di sinistra della società civile palestinese. Non a caso, parti della sinistra israeliana si sono organizzate nei giorni scorsi per manifestare il proprio supporto dall’altra parte del muro. Nessun soldato israeliano è stato ferito nella giornata di ieri.
Vediamo cosa riportano i giornali. Repubblica parla di «violenti scontri» «violentissima battaglia». Perché un massacro di persone disarmate diventa improvvisamente una battaglia? Una battaglia linguisticamente parlando è un confronto tra due entità armate. La Stampa titola «Hamas sposta le masse al confine e punta al ritorno dei profughi del 1948» mentre l’articolo è ancora peggiore: «La strategia adottata da Hamas ha messo in difficoltà Israele e costretto i suoi militari nella difficile posizione di chi deve sparare sui civili. L’esercito se lo aspettava, perché i preparativi andavano avanti da giorni, ma non era facile trovare contromisure». Del resto, cosa altro si può fare davanti a migliaia di persone disarmate che vanno verso un confine invalicabile, se non sparare?
Il Corriere (che oggi ha già spostato molto giù l’articolo) riporta «La “Marcia del ritorno” finisce in un bagno di sangue: l’esercito ebraico risponde con caccia e blindati all’attacco dei manifestanti: bombardati 3 siti di Hamas». A quale attacco si risponde con caccia e blindati? A quello di migliaia di persone disarmate?
Il Messaggero si unisce alla definizione «scontri al confine» e riporta un articolo in cui sono virgolettati solo comunicati dell’esercito israeliano e di media israeliani, i palestinesi non meritano neanche il microfono, strana deontologia professionale.
Anche a livello internazionale la giornata è stata riportata in modo non meno grave, come Mondoweiss sottolinea, riportando la lettura estremamente parziale e ingiusta dello stesso New York Times.
Ieri la popolazione di Gaza ha dimostrato coraggio e capacità di mobilitazione impensabili dopo anni di prigionia dentro la Striscia dove le condizioni di vita sono impossibili, come ha raccontato recentemente Dinamo.
La popolazione palestinese è stata abituata negli anni alla disinformazione per quanto riguarda la narrazione dominante rispetto alle proprie vicende.
Quanto accaduto ieri, nel primo giorno della Great Return March ha ampiamente superato il limite della vergogna e della decenza e non solo in Italia.
I fatti sono abbastanza espliciti ed inequivocabili, quasi 20.000 persone si sono avvicinate alla barriera tra la Striscia e Israele a partire da sei accampamenti lungo il perimetro, invadendo quella buffer zone, o zona cuscinetto che percorre tutta la frontiera, permanentemente interdetta alla coltivazione e all’accesso. A parte un singolo isolato caso di due militanti della Jihad islamica che erano armati (e sono stati subito uccisi dall’esercito israeliano) tutti i manifestanti hanno utilizzato esclusivamente modalità di protesta popolari e nonviolente,avvicinandosi al muro di separazione disarmati, a volto scoperto, assieme a bambini e donne.
La repressione si è trasformata in un vero e proprio massacro, si parla ad oggi di 16 morti e più di mille feriti. Hamas, pure ovviamente presente durante la marcia, non ha avuto un ruolo centrale: questa è stata convocata da una larga coalizione che include anche tutti i pezzi laici e di sinistra della società civile palestinese. Non a caso, parti della sinistra israeliana si sono organizzate nei giorni scorsi per manifestare il proprio supporto dall’altra parte del muro. Nessun soldato israeliano è stato ferito nella giornata di ieri.
Vediamo cosa riportano i giornali. Repubblica parla di «violenti scontri» «violentissima battaglia». Perché un massacro di persone disarmate diventa improvvisamente una battaglia? Una battaglia linguisticamente parlando è un confronto tra due entità armate. La Stampa titola «Hamas sposta le masse al confine e punta al ritorno dei profughi del 1948» mentre l’articolo è ancora peggiore: «La strategia adottata da Hamas ha messo in difficoltà Israele e costretto i suoi militari nella difficile posizione di chi deve sparare sui civili. L’esercito se lo aspettava, perché i preparativi andavano avanti da giorni, ma non era facile trovare contromisure». Del resto, cosa altro si può fare davanti a migliaia di persone disarmate che vanno verso un confine invalicabile, se non sparare?
Il Corriere (che oggi ha già spostato molto giù l’articolo) riporta «La “Marcia del ritorno” finisce in un bagno di sangue: l’esercito ebraico risponde con caccia e blindati all’attacco dei manifestanti: bombardati 3 siti di Hamas». A quale attacco si risponde con caccia e blindati? A quello di migliaia di persone disarmate?
Il Messaggero si unisce alla definizione «scontri al confine» e riporta un articolo in cui sono virgolettati solo comunicati dell’esercito israeliano e di media israeliani, i palestinesi non meritano neanche il microfono, strana deontologia professionale.
Anche a livello internazionale la giornata è stata riportata in modo non meno grave, come Mondoweiss sottolinea, riportando la lettura estremamente parziale e ingiusta dello stesso New York Times.
Ieri la popolazione di Gaza ha dimostrato coraggio e capacità di mobilitazione impensabili dopo anni di prigionia dentro la Striscia dove le condizioni di vita sono impossibili, come ha raccontato recentemente Dinamo.
lunedì 5 marzo 2018
I media CENSURANO i bimbi uccisi dai ribelli siriani
Ci sono bambini di serie A e di serie B. La differenza? Quelli di serie B muoiono nel silenzio più assoluto. Per raccontare l’inferno dei bimbi della Ghouta è stata giustamente lanciata una campagna social chiamata #IAmStillAlive, ovvero “sono ancora vivo”. L’obiettivo, secondo quanto si legge nelle agenzie che diffondono la notizia, è quello di raccontare l’assedio che le truppe governative stanno sferrando contro le forze ribelli che si trovano alle porte di Damasco. Un’iniziativa sacrosanta che però racconta solamente una parte della realtà.
Già perché anche dall’altra parte, quella governativa, ci sono bambini che muoiono e per i quali andrebbe lanciata una campagna di sensibilizzazione. Ma quei morti non fanno notizia. O, meglio, non interessano a nessuno in occidente.
Quasi che siano meno innocenti e meno civili degli altri, come il piccolo Omar Oasheh Bashi , colpito da un missile dei ribelli la scorsa settimana. Mille frammenti incandescenti lo hanno colpito mentre giocava con i suoi amici a calcio nel quartiere di Rukn al-Din. È successo tutto in pochi secondi. Il boato, la polvere e il caldo. Il piccolo è stato investito dalla violenza dell’esplosione e il suo volto, sorridente fino a pochi secondi prima, è diventato di cera.
Omar, però, non è stato l’unico bambino che si trovava a Damasco e che è stato colpito dai missili sparati dalla Ghouta orientale. Don Mounir, sacerdote salesiano, ci aveva raccontato: “Cercano di colpirci negli orari in cui i ragazzi escono da scuola e in cui le persone vanno al lavoro per fare più morti possibili. La città è paralizzata. E questo è il loro obiettivo: rendere tutto triste”.
E gli obiettivi dei ribelli sembrano essere proprio i civili, in particolare i giovani. Solamente nella giornata del 22 gennaio, i colpi partiti dalla Ghouta orientale hanno ucciso “una ragazza di 17 anni di nome Rita, altri due adolescenti e un bambino di tre anni”, come riporta Asianews. Un mese dopo è stata la volta di Darin Malla, che non avrà avuto più di cinque anni. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo…
Già perché anche dall’altra parte, quella governativa, ci sono bambini che muoiono e per i quali andrebbe lanciata una campagna di sensibilizzazione. Ma quei morti non fanno notizia. O, meglio, non interessano a nessuno in occidente.
Quasi che siano meno innocenti e meno civili degli altri, come il piccolo Omar Oasheh Bashi , colpito da un missile dei ribelli la scorsa settimana. Mille frammenti incandescenti lo hanno colpito mentre giocava con i suoi amici a calcio nel quartiere di Rukn al-Din. È successo tutto in pochi secondi. Il boato, la polvere e il caldo. Il piccolo è stato investito dalla violenza dell’esplosione e il suo volto, sorridente fino a pochi secondi prima, è diventato di cera.
Omar, però, non è stato l’unico bambino che si trovava a Damasco e che è stato colpito dai missili sparati dalla Ghouta orientale. Don Mounir, sacerdote salesiano, ci aveva raccontato: “Cercano di colpirci negli orari in cui i ragazzi escono da scuola e in cui le persone vanno al lavoro per fare più morti possibili. La città è paralizzata. E questo è il loro obiettivo: rendere tutto triste”.
E gli obiettivi dei ribelli sembrano essere proprio i civili, in particolare i giovani. Solamente nella giornata del 22 gennaio, i colpi partiti dalla Ghouta orientale hanno ucciso “una ragazza di 17 anni di nome Rita, altri due adolescenti e un bambino di tre anni”, come riporta Asianews. Un mese dopo è stata la volta di Darin Malla, che non avrà avuto più di cinque anni. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo…
venerdì 8 settembre 2017
la violenza sulle donne NON ha razza nè colore
Sembra che per certi (pseudo)giornali italiani parrebbe che il reato di violenza sessuale sia stato introdotto di recente nel codice penale. Guarda caso quasi in concomitanza con il fenomeno migratorio. Come a ribadire stoicamente che la pratica dello stupro appartiene solamente agli invasori. Anzi, addirittura, sembrerebbe che i nuovi barbari siano peggiori di quelli del ‘43-45, oggi come allora fiancheggiati dai traditori della Patria. Tanto da stimolare anacronistici rigurgiti fascisti, risalenti all’epoca della Rsi e riadattabili all’uopo.
mercoledì 6 settembre 2017
Certa "informazione" va sanzionata, soprattutto se procura FALSI allarmi e razzismo. #Libero
Certi quotidiani ci hanno abituato a titoli gridati e notizie spazzatura. Materiale odioso molto spesso, ma corrispondente all’ambiente che lo produce e lo recepisce. Ma è cosa totalmente diversa fare titoli come quello oggi in copertina, non solo perché palesemente falso, ma perché semina volutamente allarmi infondati e istigazione all’odio; benzina sul fuoco sulla già rovente situazione in Italia.
Diffondere l’idea di un nesso tra immigrati e ricomparsa di malattie estinte nel nostro paese non solo è scientificamente sbagliato, ma è socialmente pericoloso.
L’unico “mediatore” esistente per tramettere il virus della malaria tra umani (a parte la trasfusione diretta, che nel caso di Trento non c’è stata) è la zanzara anofele. Nessun altro tipo di zanzara può riuscirci. Il ritorno o meno di questo tipo di zanzara sul territorio italiano dipende eventualmente dai mutamenti climatici, non dalle migrazioni. Se anche un “africano” volesse portarsi qualche zanzara al seguito (al guinzaglio, in valigia, ecc), questa non potrebbe sopravvivere in un clima inadatto.
Questo è quanto ci dice la scienza.
Naturalmente sappiamo bene che malattie un tempo debellate (al pari della malaria) oggi tornano ad affacciarsi. Basta pensare che sono stati chiusi ospedali dedicati e sanatori per alcuni casi di Tbc, la cosiddetta “malattia dei poveri”, che insorge a causa delle condizioni di vita (abitazione insalubri, scarsa o cattiva alimentazione, ecc) che rendono vulnerabili all’eventuale contagio.
Ci sembra improbabile che i direttori di Libero e de il Tempo non abbiano sentito nessun medico per informarsi meglio prima di fare un titolo così. Dunque è stata una decisione a mente fredda, volontaria e con l’intenzione scoperta di speculare sulla morte di una bambina di quattro anni.
Per questo riteniamo indispensabile, in casi come questo, sanzionare un organo di dis-informazione. A tutti – anche a noi – capita di sbagliare o di prendere fischi. Qui non c’è nessun errore, ma una volontà perversa, razzista, senza scrupoli.
Capiamo benissimo che invocare sanzioni contro l’informazione spazzatura e allarmista è un terreno scivoloso, così come sono evidenti i tentativi di enfatizzare le fake news per ridurre le possibilità che in Rete si sviluppi un serio sistema mediatico alternativo ed efficace, fuori e contro il monopolio mainstream di giornali e telegiornali.
Ma è anche necessario che chi fa informazione – così come medici o ingnegneri – abbia e rispetti scrupolosamente un codice deontologico e, qualora non lo faccia, che gli organi preposti al rispetto di questo codice intervergano. In questo caso è l’Ordine dei Giornalisti.
Se l’informazione spazzatura diffonde invece allarmi sociali infondati, che possono innescare azioni e reazioni pericolose nelle relazioni sociali del paese, si configura un reato vero e proprio e qui non è più un problema deontologico, ma penale.
Il problema sorge quando l’”informazione spazzatura” coincide con la strategia non dichiarata di “autorità costituite”, che hanno contribuito al diffondersi di un clima razzista e xenofobo nel paese per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica la nuova escalation colonialista verso l’Africa, fino a renderla la soluzione migliore e ineluttabile.
Diffondere l’idea di un nesso tra immigrati e ricomparsa di malattie estinte nel nostro paese non solo è scientificamente sbagliato, ma è socialmente pericoloso.
L’unico “mediatore” esistente per tramettere il virus della malaria tra umani (a parte la trasfusione diretta, che nel caso di Trento non c’è stata) è la zanzara anofele. Nessun altro tipo di zanzara può riuscirci. Il ritorno o meno di questo tipo di zanzara sul territorio italiano dipende eventualmente dai mutamenti climatici, non dalle migrazioni. Se anche un “africano” volesse portarsi qualche zanzara al seguito (al guinzaglio, in valigia, ecc), questa non potrebbe sopravvivere in un clima inadatto.
Questo è quanto ci dice la scienza.
Naturalmente sappiamo bene che malattie un tempo debellate (al pari della malaria) oggi tornano ad affacciarsi. Basta pensare che sono stati chiusi ospedali dedicati e sanatori per alcuni casi di Tbc, la cosiddetta “malattia dei poveri”, che insorge a causa delle condizioni di vita (abitazione insalubri, scarsa o cattiva alimentazione, ecc) che rendono vulnerabili all’eventuale contagio.
Ci sembra improbabile che i direttori di Libero e de il Tempo non abbiano sentito nessun medico per informarsi meglio prima di fare un titolo così. Dunque è stata una decisione a mente fredda, volontaria e con l’intenzione scoperta di speculare sulla morte di una bambina di quattro anni.
Per questo riteniamo indispensabile, in casi come questo, sanzionare un organo di dis-informazione. A tutti – anche a noi – capita di sbagliare o di prendere fischi. Qui non c’è nessun errore, ma una volontà perversa, razzista, senza scrupoli.
Capiamo benissimo che invocare sanzioni contro l’informazione spazzatura e allarmista è un terreno scivoloso, così come sono evidenti i tentativi di enfatizzare le fake news per ridurre le possibilità che in Rete si sviluppi un serio sistema mediatico alternativo ed efficace, fuori e contro il monopolio mainstream di giornali e telegiornali.
Ma è anche necessario che chi fa informazione – così come medici o ingnegneri – abbia e rispetti scrupolosamente un codice deontologico e, qualora non lo faccia, che gli organi preposti al rispetto di questo codice intervergano. In questo caso è l’Ordine dei Giornalisti.
Se l’informazione spazzatura diffonde invece allarmi sociali infondati, che possono innescare azioni e reazioni pericolose nelle relazioni sociali del paese, si configura un reato vero e proprio e qui non è più un problema deontologico, ma penale.
Il problema sorge quando l’”informazione spazzatura” coincide con la strategia non dichiarata di “autorità costituite”, che hanno contribuito al diffondersi di un clima razzista e xenofobo nel paese per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica la nuova escalation colonialista verso l’Africa, fino a renderla la soluzione migliore e ineluttabile.
giovedì 31 agosto 2017
#Harvey DEVE FARCI RIFLETTERE SUL CLIMA
È giunto il momento di parlare del cambiamento climatico (solo noi lo facciamo sul serio) che rende disastri come Harvey catastrofi umane. Nei media ci dicono che questo tipo di precipitazioni non ha precedenti e che nessuno l’avesse previsto, e come quindi nessuno potesse prepararsi adeguatamente. Quel che non dicono è il motivo per cui eventi climatici del genere stiano avvenendo con tale regolarità.
sabato 19 agosto 2017
LA IL-LOGICA DEL'ISIS, Decine di foreign fighters rientrati ma il Terrore lo affida a 12 ragazzini
NOn si vedeva un preapismo belligerante e anti-islamico di questo genere dai tempi di George W. Bush. D’altronde, come dar loro torto: dopo aver visto le loro brillanti tesi da cavernicoli smentite dai fatti oltre che dalla Storia, dopo aver incassato la figura di merda dell’avventura siriana anti-Assad, ecco che i nostri Rambo in grisaglia hanno una nuova battaglia da combattere: quella contro il jihad in Europa, il secondo tempo del film di quell’Isis creato ad arte da loro eroi, come il senatore John McCain, che ora tenterebbe lo european tour come una rock band in cerca di affermazione.
mercoledì 19 aprile 2017
NO Vax, informazione e politica criminale sulla pelle dei bambini
Ora comincia davvero a configurarsi danno e crimine. E’ sulla pelle dei bambini soprattutto che si esercita una macabra raccolta di voti e di audiance. Certi politici e certa stampa si arrogano il diritto e la competenza di assecondare e far da sponda ai no-vax, lo sappiano o no, ne siano o no coscienti, portano la responsabilità non più tanto indiretta del riapparire oggi di malattie e del coltivare epidemie per domani.
sabato 1 aprile 2017
Mediaset e il degrado politico-culturale
L’avevamo già capito in tanti, ma ora è ufficiale e una ricerca scientifica viene a confermarlo, lo si può dire senza cadere nel radical-chic o partire prevenuti: le reti Mediaset sono state decisive per determinare il degrado culturale italiano favorendo così successo politico del loro proprietario.
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