Remigrazione: il paradosso di Milano straniera

Confronto simbolico tra un soldato romano presso un insediamento antico e la Milano odierna con il Duomo, sul tema della remigrazione.

Milano era una città straniera, almeno per i Romani. Prima di diventare uno dei centri più importanti dell’Italia romana, Mediolanum apparteneva agli Insubri, una popolazione gallica della pianura padana. Roma la conquistò nel 222 a.C., dopo aver combattuto contro quelli che, dal suo punto di vista, erano stranieri.

Oggi Milano è italianissima, ma oltre duemiladuecento anni fa era Gallia. E nel dibattito politico italiano si torna a parlare di remigrazione, con proposte che puntano a ridurre la presenza straniera nel Paese. Per questo vale la pena guardare come Roma trattava i popoli che incontrava lungo la propria espansione. Li combatteva, li deportava, li vendeva come schiavi. E poi, in determinate circostanze, concedeva loro la cittadinanza e permetteva persino ad alcuni di entrare in Senato. Non erano certo dei santi, ma erano furbi. E avevano un impero da governare.

Benvenuti su Free-Italia: leggete fino in fondo, perché il viaggio parte dalla Milano gallica e arriva alla nostra legge sulla cittadinanza.

Quando Milano era Gallia

In una conferenza dedicata alla conquista romana della Gallia Cisalpina, il professor Alessandro Barbero racconta un’Italia settentrionale molto diversa da quella che immaginiamo oggi. La pianura padana era abitata da popolazioni con lingue e tradizioni proprie: gli Insubri nell’area di Milano, i Boi in parte dell’Emilia, i Senoni lungo la costa adriatica. E poi altre comunità, dai Liguri ai Salassi.

I Romani chiamavano Gallia Cisalpina la Gallia al di qua delle Alpi. La conquista cominciò nel III secolo a.C. e fu tutt’altro che pacifica. Guerre, città occupate, terre confiscate, colonie fondate per insediare cittadini romani. Alcune popolazioni resistettero a lungo, altre accettarono accordi che ne limitavano l’autonomia.

Con il passare dei decenni cambiarono le istituzioni, si diffusero il latino e le consuetudini dei conquistatori. La cittadinanza arrivò successivamente, e non per tutti nello stesso momento.

Tra il 90 e l’89 a.C., durante la guerra sociale, Roma estese la cittadinanza alle comunità della Gallia Cisalpina a sud del Po. Nel 49 a.C. il diritto raggiunse anche quelle settentrionali, Milano compresa. Nel 42 a.C. la Gallia Cisalpina cessò di essere una provincia separata e venne incorporata nell’Italia romana.

Milano era rimasta esattamente dov’era. A cambiare erano stati i confini politici e la condizione giuridica dei suoi abitanti. Per chi considera l’appartenenza a un Paese una questione di origini immutabili, è già un primo inconveniente storico.

La conquista dei Salassi: schiavi e nuovi abitanti

Sarebbe un errore trasformare Roma in una specie di laboratorio dell’accoglienza. La storia dei Salassi, tra l’attuale Valle d’Aosta e il Canavese, basta a rimettere le cose in prospettiva. In quei territori c’erano risorse che interessavano parecchio ai Romani: l’oro della Bessa, nell’attuale Biellese, e il controllo dei passaggi alpini.

Nel 143 a.C. il console Appio Claudio Pulcro combatté contro i Salassi. Le ostilità proseguirono fino alla campagna del 25 a.C., quando le forze di Augusto completarono la conquista della Valle d’Aosta.

Secondo il geografo greco Strabone, nella Geografia, furono venduti come schiavi 36.000 Salassi, compresi 8.000 uomini in età da combattimento. Sono cifre tramandate dall’antichità, impossibili da verificare con precisione. La riduzione in schiavitù degli sconfitti, invece, era una pratica romana ben documentata.

Sul territorio conquistato Augusto fece fondare Augusta Praetoria, l’attuale Aosta, insediandovi circa tremila veterani. Eppure, un’iscrizione dedicata ad Augusto documenta anche la presenza dei Salassi incolae, abitanti di origine salassa inseriti nella nuova comunità coloniale. Non sappiamo quanti fossero e non possiamo considerarli automaticamente cittadini romani. Il termine incolae indicava una condizione distinta da quella dei cittadini della colonia.

Alcuni Salassi erano stati venduti come schiavi, altri avevano trovato posto nella città dei conquistatori. Coinvolgere una parte delle popolazioni sottomesse poteva rendere più semplice il controllo del territorio. Il coinvolgimento delle élite locali poteva favorire alleanze e legare gli interessi delle comunità conquistate al nuovo potere.

Claudio e quei Galli troppo stranieri per il Senato

Nel 48 d.C. l’imperatore Claudio si trovò davanti a una questione che suona sorprendentemente familiare. Alcuni notabili della Gallia Comata, al di là delle Alpi, possedevano già la cittadinanza romana. Chiedevano però di poter accedere alle magistrature che aprivano la strada al Senato. Una parte dei senatori era contraria.

Erano cittadini, certo. Ma erano pur sempre Galli.

Claudio intervenne per sostenerli. E per convincere il Senato ricordò ai presenti la storia di Roma: una città che aveva incorporato fin dalle origini persone provenienti da altri popoli. Alcuni dei suoi re erano stati stranieri. Comunità un tempo nemiche erano diventate parte dello Stato romano.

La vicenda è documentata dalla Tavola claudiana conservata al museo Lugdunum di Lione, un’iscrizione bronzea che conserva parte del discorso pronunciato dall’imperatore. La questione è raccontata anche da Tacito negli Annali.

Claudio ricordò che Roma aveva già aperto le proprie istituzioni ai popoli dell’Italia e della Gallia Cisalpina. I senatori contrari temevano invece di dover condividere cariche e prestigio con gli aristocratici provinciali. Duemila anni dopo, l’argomento continua a godere di ottima salute.

La proposta fu accolta e gli Edui furono i primi, tra i popoli della Gallia Comata, a ottenere l’accesso alle magistrature che potevano condurre al Senato. Riguardava una ristretta élite già in possesso della cittadinanza. Roma rimaneva una società profondamente gerarchica. Ma essere di origine gallica non doveva più impedire a quegli uomini di aspirare alle istituzioni romane.

Anche i Romani espellevano gli stranieri (ma non come “remigrazione”)

Nel 186 a.C. un gruppo di Galli transalpini attraversò le Alpi e si stabilì nell’attuale Friuli, con l’intenzione di fondare una città. Tito Livio parla di circa dodicimila uomini armati. Secondo il suo racconto, non avevano devastato il territorio né attaccato Roma. Tre anni dopo, Roma decise che dovevano andarsene.

Nel 183 a.C. il console Marco Claudio Marcello intervenne contro l’insediamento e i Galli furono costretti a tornare oltre le Alpi. La vicenda è raccontata da Tito Livio, nel libro XXXIX della Storia di Roma. Nel 181 a.C., appena due anni dopo, Roma fondò Aquileia nella stessa area.

I Galli avevano cercato di stabilirsi in quel territorio. Roma li allontanò e poco dopo vi mandò i propri coloni.

L’episodio dimostra che i Romani conoscevano benissimo le espulsioni. E chi oggi sostiene politiche di allontanamento degli stranieri potrebbe trovare nella storia romana parecchi precedenti. Naturalmente i Romani non la chiamavano “remigrazione”. E sarebbe un errore sovrapporre quell’espulsione militare alle proposte politiche di oggi. I Galli erano un gruppo armato arrivato per fondare un insediamento, in un territorio conteso da una potenza in espansione.

Il peso delle origini

Il comitato Remigrazione e Riconquista, promosso anche da CasaPound Italia, propone di rafforzare le espulsioni degli stranieri irregolari e di quelli condannati per determinati reati. Propone inoltre di incentivare economicamente il rientro nei Paesi d’origine degli stranieri regolarmente soggiornanti e di abolire il sistema dei decreti flussi. Contemporaneamente, vuole favorire il trasferimento in Italia dei discendenti degli emigrati italiani.

Il programma distingue le espulsioni dal rientro volontario incentivato. Sono misure differenti, anche se entrambe rientrano nell’obiettivo dichiarato di ridurre la presenza straniera. Per chi vive regolarmente qui, magari da anni, si prevede un incentivo economico per partire. Per chi discende da italiani, anche se vive da generazioni altrove, si vuole favorire l’arrivo.

In un caso si finanzia la partenza. Nell’altro il ritorno. A decidere è soprattutto l’origine familiare.

Roma aveva conquistato la pianura padana combattendo contro i Galli. Poi aveva esteso la cittadinanza alle comunità conquistate, fino a incorporare quei territori nell’Italia romana. Il programma di Remigrazione e Riconquista segue una logica differente: propone incentivi alla partenza degli stranieri regolarmente residenti e favorisce l’arrivo di persone con antenati italiani. Due epoche lontanissime, con istituzioni e diritti incomparabili. Ma due modi diversi di concepire l’appartenenza politica.

Quando l’origine conta più della vita che hai costruito

In Italia la regola è nell’articolo 4 della legge 91 del 1992. Una persona nata nel nostro Paese da genitori stranieri, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino ai diciotto anni, può dichiarare di voler acquistare la cittadinanza entro un anno dalla maggiore età. Nascere in Italia, frequentare le scuole italiane, crescere parlando italiano e vivere qui per tutta l’infanzia non comporta quindi automaticamente il riconoscimento della cittadinanza.

La legge prevede anche altre possibilità. L’articolo 9, ad esempio, consente ai cittadini stranieri extracomunitari di chiedere la cittadinanza per concessione dopo almeno dieci anni di residenza legale, purché siano soddisfatti gli altri requisiti previsti. Il raggiungimento di quel termine non garantisce automaticamente il riconoscimento.

Nelle proposte sulla remigrazione, la discendenza italiana diventa un criterio per favorire nuovi arrivi, mentre a persone che vivono già nel Paese si propone un incentivo per andarsene. La legge sulla cittadinanza segue regole diverse, ma mostra quanto nascita, residenza e origine familiare continuino a incidere sul riconoscimento dell’appartenenza.

Roma aveva costruito un impero combattendo gli stranieri. Poi aveva imparato che, qualche volta, conveniva farli diventare romani.

E voi cosa ne pensate: conta di più da dove vieni o la vita che hai costruito qui? Scrivetelo nei commenti.

Gerd Dani, Free-Italia

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