Scontri a Milano: cambiare sì, ma non con i saccheggi
Gli scontri a Milano del 17 e 18 ottobre 2026 hanno lasciato vetrine sfondate, un supermercato saccheggiato e, solo domenica, 160 persone portate in questura, l'80% minorenni. Benvenuti su Free-Italia: oggi vi parlo di cambiamento. Credo che il conflitto sociale sia il sale della democrazia, e proprio per questo i saccheggi mi fanno arrabbiare. Leggete fino in fondo: alla fine c'è una domanda per voi.
Cosa è successo negli scontri a Milano?
Secondo la diretta di Repubblica aggiornata alle 20 di domenica 18 ottobre, circa duemila giovani vestiti di nero hanno preso d'assalto il centro. Era il secondo giorno di fila. Gli scontri erano nati il giorno prima dalla manifestazione "Italia in piazza".
Il Carrefour di via Torino è stato devastato e saccheggiato, e un addetto alla sicurezza che provava a fermare l'assalto è stato aggredito. Sono state colpite una vetrina della Rinascente, il Decathlon di piazza Cairoli e diversi locali in zona Moscova. In piazza Duomo è esplosa una bomba carta e la polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti.
Alle 19:10 le persone accompagnate in questura erano 160, per alcune potrebbero scattare denunce per resistenza e devastazione. Delle prime sessanta, la maggior parte era stata fermata prima degli scontri, durante i controlli in piazza Duomo, in base al nuovo decreto sicurezza. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato per lunedì 19 ottobre una riunione sull'ordine pubblico.
Sullo sfondo c'è una mobilitazione studentesca vera. Venerdì 16 ottobre migliaia di studenti hanno sfilato in molte città, come ha ricostruito il Post. Chiedevano scuole sicure e più fondi e contestavano il tetto del 30% per alcune categorie di alunni stranieri e il modello 4+2 nei tecnici e nei professionali. Quel giorno a Milano non ci furono scontri.
Il cambiamento ha bisogno di conflitto
Parto dall'argomento più forte di chi difende la piazza dura, perché in buona parte lo condivido. Le lotte nascono quando una comunità si accorge che qualcosa le è stato tolto o negato, e non per errore. Chi protesta non è un postulante che chiede un favore con il cappello in mano.
Perché una voce pesi, dice questo ragionamento, qualcosa deve fermarsi: uno sciopero, un'occupazione, un blocco. Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, scriveva che i conflitti tra plebe e senato avevano reso libera Roma. Mao Zedong ripeteva che la rivoluzione non è un pranzo di gala.
La storia gli dà ragione più spesso di quanto piaccia all'ordine costituito. Lo Statuto dei lavoratori, la legge 300 del 20 maggio 1970, arrivò dopo le lotte dell'autunno caldo. In Francia il contratto di primo impiego per gli under 26 fu approvato il 31 marzo 2006. Il 10 aprile Jacques Chirac lo ritirò: il 28 marzo circa 3 milioni di persone avevano scioperato e più della metà delle università era occupata.
Anche la nostra Costituzione lo sa: l'articolo 40 tutela lo sciopero, l'articolo 17 il diritto di riunirsi, pacificamente e senza armi. Lo avevo scritto per lo sciopero del 22 settembre 2025, quando sostenevo la causa di Gaza ma condannavo i vandali della stazione Centrale. Lo penso ancora.
Perché un saccheggio non è una lotta?
Qui mi separo da chi giustifica tutto con la rabbia dei giovani. C'è chi la paragona a un fiume trascurato per decenni che prima o poi straripa. L'immagine è bella, ma assolve troppo: un fiume non sceglie di entrare in un supermercato e uscire con le bottiglie di alcolici.
Uno sciopero toglie qualcosa a chi decide e costa a chi lo fa: un giorno di paga, un'assenza, la faccia. Un saccheggio toglie qualcosa a un cassiere, a un vigilante, al barista che smonta il dehors per paura. E regala al governo la scena che cercava.
Perfino Machiavelli lodava i tumulti che producevano leggi e magistrature, come i tribuni della plebe. E la plebe romana, quando voleva farsi ascoltare, usciva dalla città e incrociava le braccia: la prima secessione fu, a conti fatti, uno sciopero generale.
Devo ammettere un punto scomodo. Secondo la ricostruzione di Wikipedia, sul ritiro del contratto francese pesò anche la paura del partito di Chirac per le proteste sfociate in guerriglia. Il disordine a volte spaventa il potere. Ma a fermare la Francia furono 3 milioni di scioperanti, non un cassonetto in fiamme.
Pensiamo a una ragazza di 17 anni che venerdì ha sfilato per avere un'aula senza infiltrazioni. Domenica sera, nei telegiornali, la sua richiesta è sparita dietro la vetrina della Rinascente. Su quei saccheggi nessun governo cambierà una riga sulla scuola. Cambierà, semmai, un altro decreto sicurezza.
Governo e opposizione recitano lo stesso copione
Dopo ogni piazza agitata va in onda lo stesso sceneggiato. Il governo elogia in astratto il diritto di manifestare e ne condanna l'esercizio concreto. L'opposizione risponde a mezza voce che la violenza è sempre sbagliata, ma che distrae dalle ragioni della protesta.
Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha parlato di «immagini di razzie, non di manifestazioni studentesche». E ha chiesto il pugno duro, nel rispetto della legge. Ha ragione sul primo punto. Chi sfonda una vetrina per rubare non è uno studente in lotta, ed è giusto dirlo senza se e senza ma.
Il sindaco Beppe Sala ha espresso una condanna totale e chiesto più agenti. Secondo Franco Gabrielli, di Più Uno, già capo della Polizia, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi gli ha risposto dandogli del «radical chic». Gabrielli ha replicato che «porsi domande non significa delegittimare». Sono d'accordo con lui.
Da liberale, poi, una cosa voglio capirla. Molte delle prime sessanta persone portate in questura erano state fermate prima che succedesse qualcosa: con quali criteri? In uno Stato di diritto si ferma chi commette un reato. E la legge deve pesare uguale per tutti: per i trattori degli agricoltori come per il primo blocco stradale degli studenti.
Cosa può fare chi vuole cambiare davvero?
Se avete 17 o 20 anni e siete arrabbiati per la scuola che avete, la rabbia è sacrosanta. Il punto è farla pesare su chi decide, non su chi passa. Ecco cosa funziona, a mio avviso:
- Richieste scritte e verificabili: aule sicure, fondi, costi di libri e trasporti. Quelle del 16 ottobre lo erano.
- Forme che fermano il potere e non i passanti: sciopero, assemblee, occupazioni dichiarate, numeri in piazza.
- Un servizio d'ordine che isola i violenti e una presa di distanza immediata, senza giri di parole.
- Volto scoperto: chi ha ragione non ha bisogno di nascondersi.
Anche un gesto individuale può contare, se è chiaro. Lo si è visto con la studentessa che alla maturità 2025 rifiutò l'orale. Ho criticato quella scelta, ma ha aperto un dibattito vero sulla scuola dei voti. Una vetrina rotta invece non apre niente, chiude il discorso.
Il cambiamento che voglio
Riassumo. Il conflitto serve, e chi lo riduce a ordine pubblico ha paura della democrazia. Scioperi e occupazioni hanno costruito diritti, dallo Statuto dei lavoratori al contratto francese ritirato. I saccheggi di Milano invece hanno colpito lavoratori, commercianti e turisti, e hanno spento le richieste degli studenti.
Voglio un cambiamento che faccia paura a chi governa male, non a chi fa la spesa in via Torino. E voglio uno Stato che punisca i reati senza criminalizzare il dissenso. Voi dove mettete il confine: il blocco stradale è lotta o già violenza? Scrivetemelo nei commenti.
Gerd Dani, Free-Italia

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