Poltronesofà sconti: cosa c'è dietro il prezzo barrato

Gli sconti di Poltronesofà sono di nuovo sotto accusa: a gennaio 2026 l'Antitrust ha multato l'azienda per 1 milione di euro, perché il prezzo pieno dei divani in promozione quasi nessuno lo pagava. Benvenuti su Free-Italia: il 17 ottobre 2026 il canale YouTube Fegialo ha pubblicato un'inchiesta di 18 minuti sul lato oscuro degli sconti, e io ho controllato i dati principali. Vi racconto cosa regge e cosa no. Leggete fino in fondo: alla fine trovate qualche consiglio pratico per il prossimo divano.

Cosa non tornava negli sconti di Poltronesofà?

Tutto parte da una visita. A febbraio 2025 i funzionari dell'Antitrust entrano nella sede dell'azienda insieme al Nucleo speciale antitrust della Guardia di Finanza. Portano via mail, listini interni e i report che i responsabili dei negozi compilano sulle campagne. L'istruttoria era nata dalle segnalazioni di Codacons, di Altroconsumo e di singoli clienti.

Dieci mesi dopo arriva un provvedimento di oltre 100 pagine. Il cuore del problema ha un nome: Collezione Promo. Accanto alla collezione base, venduta a listino e scontata ogni tanto, l'azienda prepara tre-cinque modelli per ogni campagna. Sono divani nati per essere venduti in sconto, non divani che a un certo punto finiscono in offerta.

E la cifra barrata? Secondo quanto ricostruito nel provvedimento, l'azienda parte dal costo di produzione e aggiunge il margine che avrebbe applicato alla collezione base. In pratica il prezzo barrato è quello che il divano avrebbe avuto se fosse appartenuto a un'altra collezione. Per l'Autorità questo viola gli articoli 20, 21 e 22 del Codice del consumo: i dettagli sono nella scheda di Altroconsumo sulla sanzione.

Il divano a prezzo pieno che quasi nessuno comprava

Dal 2023 vale in Italia una regola europea: lo sconto va calcolato sul prezzo più basso praticato nei 30 giorni prima. Serve a impedire il trucco del cartellino alzato poco prima dei saldi.

Secondo il video, che cita il provvedimento, i modelli della Collezione Promo restavano al prezzo intero solo per un mese, proprio prima della promozione. Tra giugno 2024 e maggio 2025, in quel mese, nel negozio spesso il divano non c'era. C'era un cartellone su un piedistallo, con foto e prezzo, e il divano arrivava quando partivano gli sconti.

I numeri li ha dati l'azienda stessa. Tra gennaio 2023 e febbraio 2025 i divani della Collezione Promo venduti in sconto sono decine di migliaia. Quelli venduti senza sconto sono qualche centinaio, tra lo 0 e il 5% del totale. Tra 100 e 200 modelli pubblicizzati con il prezzo barrato non sono mai stati venduti a quel prezzo.

La difesa dell'azienda, e perché non mi convince

Poltronesofà sostiene di aver rispettato la legge: lo sconto era calcolato sul prezzo più basso dei 30 giorni. Conta che il divano sia stato offerto a quel prezzo, dice, non quante persone lo abbiano comprato. Ed è normale che i clienti aspettino la promozione. Riconosco che, sulla carta, l'argomento ha una sua logica.

L'Autorità risponde che rispettare la forma della regola non basta, se il messaggio nel suo insieme promette un risparmio che non c'è. Sto con l'Autorità. Un prezzo che non puoi vedere, provare o toccare non è un prezzo di riferimento: è una scenografia.

Chi cuce davvero i divani degli spot?

Per capire il prezzo bisogna capire il modello. A metà degli anni 90 Renzo Ricci, nel distretto del divano di Forlì, fa una scelta controcorrente: apre un negozio con un marchio suo invece di una fabbrica. I divani li fanno le aziende della zona. Lui disegna, compra, vende e soprattutto decide il prezzo.

Il risultato si vede nei conti citati dal video: circa 700 dipendenti, di cui gli operai sono tre. A cucire sono una decina di fornitori, secondo un'inchiesta della televisione svizzera del 2023. Il più grande è ATL Group, che nel 2012 rilevò a Faenza lo stabilimento dell'Omsa in chiusura. In un'intervista del marzo 2016 il vertice di ATL disse che il 90% della produzione andava a Poltronesofà.

Più si scende nella catena, meno si vede. ATL affida alcune lavorazioni a laboratori esterni, come la messa in bianco, cioè l'imbottitura del telaio. In alcuni, racconta l'inchiesta svizzera, lavorano solo operai cinesi. Un operaio parla di lavoro in nero, un'ex collaboratrice di uno stage da 450 euro al mese per 40 ore a settimana.

Attenzione: sono racconti giornalistici, non sentenze, e riguardano aziende due gradini sotto. L'azienda ha risposto che i suoi fornitori diretti sono italiani e che i contratti impongono il rispetto delle norme sul lavoro. Nel 2023 ha dichiarato che il 67% della produzione avviene in Italia.

Dove si produce non è un dettaglio, come avevamo scritto parlando di delocalizzazioni e posti di lavoro persi. E le filiere lunghe nascondono spesso paghe da fame, come quelle dei braccianti pugliesi pagati duecento euro al mese.

Artigiani in tv: perché la Francia ha detto basta

Dal 2013 lo slogan è "gli artigiani della qualità". Prima con Sabrina Ferilli in laboratorio, poi con due artigiani, padre e figlio, che parlano in camera. In Francia, dove il marchio ha più di 100 negozi, quella parola è costata cara.

A novembre 2022 la filiale francese ha chiuso con una transazione da 800.000 euro un'indagine della repressione frodi, la DGCCRF. Riguardava gli spot tra il 2017 e il 2019. Le contestazioni erano due: presentarsi come artigiani senza esserlo e alcune promozioni non reali.

C'era anche un dettaglio di legge: in Francia un distributore non può pubblicizzare in tv le proprie promozioni, un fabbricante sì. Una transazione non è una condanna: l'azienda ha scelto di chiudere pagando.

Devo essere onesto anche qui. Gli artigiani esistono davvero e lavorano nei capannoni di Forlì e della Murgia, solo che non sono dipendenti di chi li mette nello spot. E tenersi le fabbriche non è garanzia di successo. Natuzzi, che le ha tenute, a maggio 2026 ha avviato la composizione negoziata della crisi.

Come difendersi dagli sconti che scadono domenica

Non serve un boicottaggio. Serve un cliente informato. Ecco cosa farei io prima di firmare per un divano, da Poltronesofà o altrove:

  • Non decidete per la scadenza. Un'offerta che "termina domenica" e torna la domenica dopo non è un'occasione.
  • Guardate il prezzo finale, non la percentuale. Confrontatelo con divani simili di altri negozi.
  • Chiedete il prezzo minimo degli ultimi 30 giorni e se il modello è nato per la promozione.
  • Controllate che la fattura riporti gli sconti promessi. Altroconsumo ha raccolto casi in cui non comparivano.
  • Ricordate la garanzia legale di due anni dalla consegna per i difetti.

Se qualcosa non torna, il primo passo è un reclamo scritto. Per i casi concreti conviene farsi seguire da un'associazione dei consumatori: io non sono un avvocato, e ogni contratto ha i suoi dettagli.

Cosa mi porto a casa da questa storia

Mettiamo in fila i fatti. Tre interventi dell'Antitrust in 12 anni: nel 2014, nel 2021 e a fine 2025. La multa del 2021 era di 1 milione, poi ridotta dal Consiglio di Stato a 500.000 euro. Nel 2024 la società italiana ha fatturato 539 milioni con quasi 46 milioni di utile, e ha speso tra 50 e 54 milioni l'anno in pubblicità.

Ora fate il conto con me: cinquanta milioni di spot all'anno sono circa 1 milione a settimana. La multa vale più o meno una settimana di pubblicità. Per questo credo che il problema non si risolva con le sanzioni una tantum. Si risolve con regole che guardano a quanto si vende davvero a prezzo pieno, e con filiere trasparenti fino all'ultimo laboratorio.

Il modello in sé è legittimo, e lo dice anche l'Antitrust. Quello che non accetto è il racconto: artigiani che non sono tuoi e sconti su prezzi che nessuno paga. Voi avete mai comprato un divano "perché finiva domenica"? Raccontatemelo nei commenti.

Gerd Dani, Free-Italia

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