Ultras e ordine pubblico. Chi può stare in piazza?
Ultras e ordine pubblico si sono incrociati in due piazze diverse nell’ottobre 2026. A Lecco alcuni tifosi sono scesi in strada dopo un allarme diffuso sui social. A Livorno altri hanno sfilato con chi scioperava contro il carovita e il riarmo. Su Free-Italia parto da queste due scene per chiedermi che cosa intendiamo quando diciamo di voler difendere la nostra città.
Ultras e ordine pubblico. Che cosa è successo a Lecco?
Il 20 ottobre 2026 a Lecco circolavano sui social messaggi che annunciavano saccheggi e devastazioni in centro. Alcuni negozi hanno abbassato le serrande e le forze dell’ordine hanno presidiato la zona. Si sono presentati alcuni tifosi del Lecco, mentre il gruppo annunciato nei messaggi non è arrivato. La sequenza è ricostruita nelle cronache di Il Giorno e Leccoonline.
Capisco il commerciante che decide di chiudere. Una vetrina rotta può costare giorni di lavoro, e l’incertezza pesa quando devi decidere in fretta. Ho scritto dei saccheggi durante gli scontri di Milano proprio perché chi lavora ha diritto a essere protetto.
A Lecco mi colpisce quanto è bastato per cambiare una giornata in città. Il Giorno ha documentato saluti romani durante il raduno. Vedere quel gesto in un presidio per la sicurezza mi preoccupa. Chi usa la paura per intimidire si assume la responsabilità di quella scelta.
A Livorno la curva sfila con il corteo
Dieci giorni dopo, il 30 ottobre, a Livorno si è tenuto un corteo durante lo sciopero generale proclamato dall’Unione sindacale di base. Secondo Urban Livorno, con i manifestanti hanno sfilato anche tifosi della Curva Nord. Dello stesso episodio scrivono Cosimo Pica e Gabriele Granato su Jacobin Italia. Il loro articolo è il punto di partenza di questa riflessione.
Mi interessa che quei tifosi abbiano portato la propria appartenenza in una piazza condivisa con persone che magari non avevano mai messo piede in curva. A legarle, quel giorno, erano questioni come il costo della spesa e il valore dei salari. Mi sembra una possibilità che perdiamo di vista ogni volta che giudichiamo tutte le curve allo stesso modo.
Che cosa ci insegna il Daspo?
Nel libro I ribelli degli stadi, Pierluigi Spagnolo ricostruisce la storia del movimento ultras italiano. In quella storia c’è la capacità di ragazzi e ragazze di organizzarsi attorno a una passione comune. Ci sono anche episodi di violenza. Entrambi fanno parte della storia che serve a capire perché le curve siano state luoghi di aggregazione e perché siano diventate oggetto di misure di sicurezza.
Il Daspo sportivo è il divieto di accesso ai luoghi in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive. La misura è disciplinata dall’articolo 6 della legge n. 401 del 1989. Valerio Marchi si chiedeva che cosa sarebbe successo se i metodi di controllo usati negli stadi fossero diventati la norma anche nelle piazze.
Quando c’è un pericolo concreto, intervenire è un dovere delle autorità. Mi aspetto che ogni restrizione abbia una ragione verificabile, sia proporzionata e possa essere contestata. È il criterio che userei anche fuori dallo stadio, a maggior ragione se la misura riguardasse qualcuno con cui non sono d’accordo.
Quando la paura prende il nome di qualcuno
Nelle cronache di Lecco i giovani attesi in centro erano chiamati «maranza». È una parola che può far sembrare un gruppo riconoscibile prima ancora di sapere chi siano le persone e che cosa abbiano fatto. Pensiamo a un ragazzo che attraversa la piazza per tornare a casa. Se qualcuno lo tratta da sospetto per come si veste o per l’origine che gli attribuisce, quel ragazzo si trova a dover giustificare la propria presenza in un luogo di tutti.
Di fronte a un messaggio che annuncia un’aggressione, cercherei l’originale. Poi controllerei se le autorità hanno pubblicato un avviso. Un rischio immediato va segnalato alle forze dell’ordine.
Far girare un audio anonimo aggiungendoci il nome di un gruppo di ragazzi può spaventare un quartiere intero. Quella paura può ricadere anche su chi passava di lì per caso.
La città che voglio difendere
L’articolo 17 della Costituzione tutela il diritto dei cittadini di riunirsi pacificamente e senza armi. È un principio che vale anche quando una protesta mi disturba o sostiene idee lontane dalle mie. Con lo stesso spirito ho scritto agli studenti scesi in piazza per la scuola e contro il carovita.
La città che voglio difendere è quella in cui il commerciante può tenere aperto il negozio, il ragazzo può attraversare la piazza e chi sciopera può far sentire la propria voce. Una tifoseria può dare una mano, per esempio, tenendo vivo un campo di quartiere o portando in piazza una rivendicazione che riguarda anche chi tifa per un’altra squadra. Nella vostra città, dove avete visto il tifo creare un legame con chi resta fuori dallo stadio?
Gerd Dani, Free-Italia


Commenti
Posta un commento