Studenti in piazza, una lettera: io sto con voi

Illustrazione editoriale di studenti riuniti pacificamente in piazza, con il titolo “Lettera agli studenti: io sto con voi”, ritratto di Gerd Dani e marchio Free-Italia.

Agli studenti in piazza dal 16 ottobre 2026 voglio dire una cosa semplice: io sto con voi, con le vostre ragioni e con il vostro diritto di manifestare. Benvenuti su Free-Italia. Questa è una lettera aperta, scritta per chi sabato 24 ottobre torna in corteo e per i genitori che stanno a guardare con il fiato sospeso. Vi chiedo di leggerla fino in fondo, perché dentro c'è anche quello che non vi piacerà sentire.

Cosa chiedono gli studenti in piazza?

Venerdì 16 ottobre 2026 migliaia di ragazzi sono scesi in strada in molte città italiane. A Roma si sono fermati sotto il ministero dell'Istruzione. Firenze ha visto sfilare oltre 2.000 giovani. A Cagliari circa 600 studenti hanno protestato per lo stato degli edifici scolastici.

Le richieste sono concrete: più soldi alla scuola pubblica, aule che non cadono a pezzi, spazi per stare insieme, prezzi che una famiglia normale possa reggere. Molti contestano anche le spese militari, che crescono mentre le scuole restano quelle di sempre. A Torino hanno bruciato un carro armato di cartone per dirlo.

Sabato 17 ottobre, a Milano, Torino e Bologna, alcuni cortei contro il carovita sono finiti in guerriglia. Il governo ha risposto il 20 ottobre con un nuovo decreto sicurezza. Il 23 ottobre, in un'assemblea a Milano, una studentessa del collettivo Deriva ha detto a Open una frase che mi è rimasta in testa: «Ci sembra che ogni manifestazione purtroppo non conti niente».

Perché avete ragione

Partiamo da qui. Contate eccome. Le vostre richieste non sono capricci: sono i problemi di un Paese che da anni investe poco su chi studia e molto su chi è già arrivato. Chi vi tratta da ragazzini viziati non ha mai visto un bagno chiuso da mesi in un liceo di periferia.

Ho letto una lettera aperta agli studenti, scritta da un quarantenne. Il suo messaggio è secco: non imitateci. Racconta una generazione che a vent'anni voleva cambiare le cose, poi è uscita dal G8 di Genova del 2001 ferita e confusa. Amnesty International definì quei giorni la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal dopoguerra.

Alla scuola Diaz la polizia arrestò 93 persone e nessuno di quegli arresti fu convalidato. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha parlato di tortura. Eppure in televisione passò l'immagine di una città messa a ferro e fuoco dai manifestanti. Ecco perché capisco la vostra rabbia contro un racconto fatto solo di scontri.

Cosa prevede il decreto sicurezza sui minori?

Il decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190, è in vigore dal 23 ottobre. Secondo il riepilogo del testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, i punti che vi riguardano sono questi:

  • dai 14 anni si presume che un ragazzo sia capace di intendere e di volere, salvo prova contraria;
  • i genitori pagano una sanzione se il figlio partecipa a certi reati, a meno di dimostrare che non potevano impedirlo;
  • il trattenimento negli uffici di polizia fino a 12 ore vale anche per i minorenni;
  • il questore può vietare per un anno di radunarsi in certi luoghi anche a chi ha 14 anni e precedenti;
  • nasce il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, per i gruppi che lanciano oggetti mettendo in pericolo le persone.

Devo ammettere che chi difende il decreto ha un argomento serio. La premier Giorgia Meloni ha detto che nessun disagio giustifica le devastazioni. Chi ha visto la vetrina del proprio negozio in frantumi, o un agente ferito, ha diritto a una risposta. Su questo il governo ha ragione: chi spacca e picchia deve risponderne.

Il problema è il metodo. Finora la legge chiedeva di dimostrare la maturità di un quattordicenne prima di processarlo. Adesso si parte dal presupposto opposto.

Da liberale, questo mi preoccupa: in uno Stato di diritto le garanzie servono proprio quando la paura spinge a toglierle. È l'ottavo pacchetto sicurezza di questo governo, e nessuno ha ancora aggiustato un tetto.

Perché la violenza vi danneggia

Adesso la parte che non vi piacerà. Chi sabato 17 ottobre ha sfasciato vetrine non ha aiutato la vostra causa. Ha regalato al governo le immagini per scrivere il decreto e ai telegiornali il titolo per non parlare di scuola. Ogni sasso lanciato cancella mille cartelli.

So che esiste anche una violenza meno visibile. L'ho raccontata quando ho scritto delle vetrine rotte di Milano e dei danni che nessuno fotografa, come le cure negate e le scuole cadenti. Ma una cosa non giustifica l'altra. Chi rompe una vetrina non punisce il potere: punisce il negoziante sotto casa.

Vale anche al contrario. Sabato 24 ottobre a Roma sfileranno gli studenti di destra di Azione Universitaria. La loro piazza ha lo stesso diritto della vostra. Io la penso in modo opposto a loro, ma difendo il diritto di manifestare per tutti, anche per chi non è d'accordo con me.

Cosa potete fare adesso

Le prossime date sono il 30 ottobre, con lo sciopero generale dei sindacati di base, e il 20 novembre, con quello della Cgil. Vi propongo poche cose pratiche:

  • restate nei cortei grandi e organizzati, e allontanatevi da chi arriva con il volto coperto e le mani piene;
  • mettete per iscritto le vostre richieste, scuola per scuola, e portatele a presidi, Comuni e Regioni;
  • usate i social per organizzarvi, ma non lasciate che un algoritmo decida di cosa vi arrabbiate;
  • parlate con i vostri genitori del decreto: adesso la multa arriva a casa loro.

Sui social, quella lettera è durissima. Cita il libro di Jonathan Haidt La generazione ansiosa, uscito in Italia nel 2024, sui danni degli smartphone agli adolescenti. Il consiglio è giusto: la piazza vera vale più di cento storie su Instagram. E diffidate di chi vi promette che basterà lavorare sempre di più, magari per addestrare un'intelligenza artificiale per pochi centesimi.

Non fate come noi, ma non fate da soli

Ricapitolo. Le vostre ragioni sono vere: scuole cadenti, carovita, un futuro che sembra in affitto. Il decreto sicurezza punisce la violenza, e su questo ha ragione, ma tratta i minorenni da sospetti e i genitori da complici. La violenza di pochi rischia di cancellare le ragioni di tutti.

Su un punto non sono d'accordo con quella lettera. Dice di non essere rispettosi verso chi è più grande. Io vi dico: non siate obbedienti, ma cercate alleati.

Insegnanti, genitori, sindacati, perfino qualche adulto che scrive su un blog. Da soli si viene schiacciati più in fretta.

Io continuerò a raccontare quello che succede, anche quando sbagliate. E voi, cosa vorreste che noi adulti facessimo davvero per la vostra scuola? Scrivetelo nei commenti: li leggo tutti.

Gerd Dani, Free-Italia

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