Forme di violenza: le vetrine rotte e quelle invisibili

Montaggio editoriale con una vetrina infranta, una donna in attesa in ospedale e un’aula deteriorata, simboli di violenza visibile e danni sociali.

Le forme di violenza non sono solo quelle dei cortei: accanto alle vetrine rotte di Milano c'è una violenza silenziosa fatta di tasse evase, cure negate e scuole cadenti. Benvenuti su Free-Italia. Parto da un testo breve che mi ha colpito, perché mette in fila le due facce della violenza e chiude con una domanda secca. Ho controllato i numeri che cita e vi chiedo di leggere fino in fondo, perché alla fine provo a rispondere.

Quali sono le forme di violenza che non fanno notizia?

Il testo da cui parto distingue due cose. C'è la violenza visibile: ragazzi che spaccano tutto, studenti che entrano a scuola in motorino, facinorosi che sfasciano negozi. E c'è quella strisciante, che secondo l'autore è forse più dura.

Nell'elenco della seconda ci sono agricoltori e camionisti ridotti alla fame, chi non paga le tasse, chi ripete che va tutto bene a chi non arriva a fine mese. Ci sono anche le scuole private per i figli dei ricchi e quelle cadenti per gli altri, gli ospedali d'élite per pochi e quelli inadeguati per tutti gli altri.

Non è un'idea nuova. Nel 1969 il sociologo norvegese Johan Galtung la chiamò violenza strutturale: il danno che nessuno sferra con le mani, ma che le regole e le scelte politiche producono ogni giorno. Una lista d'attesa di un anno non lascia lividi. Eppure può costare la salute a chi non può pagare un privato.

La violenza che si vede la condanno, sempre

Lo dico subito, così nessuno equivoca. Nel fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026 a Milano, Bologna, Torino e Bergamo ci sono stati disordini e negozi devastati. Il 19 ottobre il presidente Mattarella ha parlato di quasi 200 feriti tra le forze dell'ordine. Per me su questo non ci sono attenuanti.

Chi spacca la vetrina di un commerciante non colpisce il potere. Colpisce una persona che magari fa fatica quanto lui. Come ho scritto quando la violenza politica ha ucciso Charlie Kirk, chi passa dalle parole ai colpi tradisce proprio la causa che dice di difendere.

Detto questo, sono un liberale e qualcosa mi preoccupa. Il governo prepara un decreto con il fermo preventivo anche per i minorenni e 500 militari in più a Milano, da discutere in Consiglio dei ministri il 20 ottobre. Le leggi scritte in 24 ore sull'onda della rabbia di solito sono leggi scritte male.

Poi c'è la riga sui «violenti in chioma arancione». Il riferimento è a Donald Trump. Il 20 gennaio 2025, appena tornato alla Casa Bianca, ha concesso la grazia ai condannati per l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Chi in Italia lo applaude non può poi indignarsi a giorni alterni per le vetrine rotte.

Davvero 25 italiani su 100 pagano le tasse per tutti?

Qui il testo esagera, e va detto con i numeri. L'Osservatorio di Itinerari Previdenziali, pubblicato a settembre 2026, ha analizzato le dichiarazioni dei redditi 2024. Su circa 42,8 milioni di dichiaranti, quelli che versano almeno un euro di Irpef sono circa 34,1 milioni.

Il dato che si avvicina alla frase del testo è un altro. Il 18,78% dei contribuenti, quelli sopra i 35.000 euro lordi, paga circa il 65% di tutta l'Irpef. Quindi sì, meno di uno su cinque regge buona parte del peso.

Ma gli altri non stanno «ingrassando senza misura». Il 31,36% dei lavoratori dipendenti guadagna fino a 15.000 euro e non paga Irpef perché resta sotto la no tax area. Parliamo di lavori poveri, part-time e contratti brevi. Metterli nello stesso sacco degli evasori sarebbe un'altra piccola violenza.

L'evasione però esiste, ed è enorme. La relazione del ministero dell'Economia trasmessa al Parlamento il 23 ottobre 2025 la stima tra 98,1 e 102,5 miliardi di euro per il solo 2022. Facciamo un conto semplice: sono circa 1.700 euro per ogni abitante, neonati compresi. Questa sì che è una violenza contro chi paga fino all'ultimo euro.

Cure e scuola: la violenza delle attese

Sulla sanità il testo coglie nel segno. Il 6 novembre 2025 il presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli, ha detto in Parlamento che nel 2024 ha rinunciato a curarsi il 9,9% delle persone. Sono 5,8 milioni, contro 4,5 milioni l'anno prima.

La causa principale sono le liste d'attesa, indicate dal 6,8% della popolazione. Pensiamo a una pensionata che aspetta mesi per una visita cardiologica. Se ha i soldi va dal privato e si cura.

Se non li ha, aspetta e spera. Nessuno le ha alzato le mani addosso, ma il risultato può essere peggiore.

Lo stesso vale per la scuola. Chi può paga una retta e sceglie. Chi non può prende quello che trova sotto casa, anche quando cade a pezzi. Sulle scuole cadenti non ho un dato nazionale aggiornato da darvi, quindi mi fermo al principio: la Costituzione chiede di rimuovere gli ostacoli, non di gestirli.

La povertà poi pesa anche su cose che non immaginiamo. Il 18 ottobre raccontavo come chi ha pochi soldi si fidi meno della scienza. Quando lo Stato ti lascia indietro, smetti di credere anche a chi ti dice la verità.

Chiamare tutto violenza è un rischio?

C'è un'obiezione seria a tutto il discorso, e devo ammettere che ha un fondamento. Se chiamiamo violenza anche le tasse evase e le liste d'attesa, la parola perde peso. E c'è chi ne approfitta: se il sistema è violento con me, allora posso esserlo anch'io. È il ragionamento di chi spacca le vetrine e si sente nel giusto.

Ha ragione chi teme questo slittamento. Per questo tengo le due cose distinte. L'ingiustizia sociale si combatte con il voto, con le leggi, con gli scioperi e con la protesta pacifica. Non dà mai il diritto di colpire qualcuno.

Sul resto del testo vado più cauto. Dice che i telegiornali censurano le proteste di chi non arriva a fine mese. Può darsi che certe piazze abbiano poco spazio, ma una censura sistematica va dimostrata con i fatti, e io quei fatti non li ho. Mi piace invece la nota finale dell'autore: le critiche vanno a tutti i partiti, per quello che fanno e per quello che non fanno.

Quale violenza pesa di più?

La domanda del testo è semplice: «Quale forma di violenza è la peggiore?». Io rispondo che non si fa una classifica. La vetrina rotta si vede, si condanna e si punisce. Quella delle attese e dell'evasione non si vede, colpisce milioni di persone e quasi nessuno ne risponde.

Per questo, secondo me, è più pericolosa: fa danni lenti e lascia tutti senza un colpevole. Uno Stato serio ferma chi devasta le città e, con la stessa fermezza, chi ruba 100 miliardi l'anno alla collettività. Se fa solo la prima cosa, perde credibilità anche quando ha ragione.

Voi cosa ne pensate? Quale delle due violenze vi ha toccato di più nella vita di tutti i giorni? Scrivetelo nei commenti, vi leggo tutti.

Gerd Dani, Free-Italia

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