Chatbot e salute, chi ci ascolta dopo mezzanotte?

Di notte, un uomo legge una chat sul telefono al tavolo della cucina, accanto a un referto.

Chatbot e salute si incontrano di notte, quando un dubbio ci tiene svegli e il telefono è già a portata di mano. Su Free-Italia vorrei partire da quel gesto, facile da capire per chiunque abbia passato una notte in attesa di una risposta. Che cosa stiamo davvero chiedendo alla macchina? Per arrivarci, seguiamo la domanda dallo schermo fino alla porta di un ambulatorio.

Chatbot e salute, che cosa cambia di notte?

In uno studio pubblicato su Nature Health nell’aprile 2026, un gruppo di ricercatori di Microsoft ha analizzato 617.827 conversazioni sulla salute con Copilot, raccolte nel gennaio dello stesso anno. Tra le sei e mezzogiorno, il 10,6% delle chat esaminate per fascia oraria riguardava sintomi e dubbi sulla salute. Tra mezzanotte e le sei, la quota saliva al 13,4%. Sul telefono quella categoria pesava più che sul computer.

Queste percentuali dicono che cosa cambia fra le domande poste nelle due fasce. Per capire se nella fascia notturna ci siano più richieste in assoluto servirebbe anche il totale delle chat per fascia.

Dopo aver scritto, qualcuno ha chiamato il medico? Qualcuno ha aspettato il mattino? I dati descrivono ciò che le persone hanno scritto. Quel che è successo dopo resta fuori dallo studio.

A me interessa il momento in cui si apre la chat. Puoi scrivere dal letto, cancellare e ricominciare. Puoi usare una parola che ti sembra sciocca senza dover vedere la faccia di chi l’ascolta. Riconosco che questa libertà ha un valore, soprattutto quando il dubbio ti pare troppo piccolo per svegliare qualcuno e troppo grande per addormentarti.

La domanda dietro la domanda

Pensiamo a due persone che digitano la stessa domanda sugli effetti collaterali di un farmaco. Una ha appena letto il nome e vuole sapere a che cosa serve. L’altra ha preso la prima compressa da poche ore e sta cercando di capire se la sensazione che prova abbia a che fare con quel farmaco. Le parole sullo schermo possono essere identiche.

Nel libro The Illness Narratives, l’antropologo e psichiatra Arthur Kleinman distingue l’esperienza di chi si sente male dal modo in cui il medico la interpreta. Ci penso quando leggo una domanda formulata con cura, quasi da manuale. Una persona può scegliere parole neutre proprio perché dire «ho paura» le costa di più.

In ambulatorio si può fare spazio a quella frase con una domanda in più. Anche una chat può chiedere dettagli. Resta da vedere come li userà.

La cortesia ha un peso. Nel 2023, in uno studio condotto da John Ayers e colleghi, un gruppo di valutatori ha giudicato più empatiche le risposte del chatbot rispetto a quelle scritte da medici su un forum pubblico. I valutatori confrontavano risposte scritte, fuori da una visita. Lascia aperta la domanda su come avrebbero orientato una persona alle prese con il suo problema.

Che cosa succede dopo la risposta?

Nel febbraio 2026, Nature Medicine ha pubblicato una prova con 1.298 partecipanti basata su dieci casi clinici simulati. Provati da soli, i modelli individuavano una condizione pertinente nel 94,9% dei casi. Le persone che potevano servirsi degli stessi modelli ci riuscivano in meno del 34,5% dei casi. Il gruppo di confronto, libero di scegliere le proprie fonti, ha ottenuto risultati almeno altrettanto buoni.

Mi colpisce la distanza fra i due numeri. In una prova il compito è già nelle mani del modello. Nell’altra qualcuno deve capire che cosa raccontare, fare una domanda e scegliere quali parole della risposta contano. È il passaggio che rischiamo di perdere quando giudichiamo un chatbot dalla qualità di una singola risposta.

Su FreeAstroScience, il sito di divulgazione scientifica del Gruppo Free, abbiamo discusso che cosa promette un servizio come ChatGPT Health (in inglese).

Il tempo per farsi ascoltare

Immagino una scena italiana. Una persona apre un referto sul telefono e trova un asterisco. Vorrebbe chiedere a chi conosce la sua storia se quel segno ha un peso. Prima ancora deve capire chi contattare e quando può farlo.

Digitare la domanda nella chat è il passaggio più breve. Se la risposta è chiara, può almeno darle le parole per spiegare meglio da dove nasce il dubbio.

Per me, la sanità accessibile a tutti si misura anche in quella distanza tra l’asterisco e una persona a cui chiedere. Mi piacerebbe che un referto fosse accompagnato da un’indicazione semplice. Se hai un dubbio, ecco chi può parlarne con te.

Penso anche a chi deve farsi leggere il referto da un figlio. Se l’unico recapito sta dietro un altro accesso, il figlio dovrà esserci due volte. Il diritto a capire un referto dovrebbe valere anche per chi non può contare su quel favore.

Il dibattito sulla fiducia nella scienza di chi è in difficoltà aiuta a capire perché tengo a quel dettaglio. È più facile fare domande quando sai a chi rivolgerti e hai il tempo di farti capire.

A chi vorremmo portare la nostra domanda?

Mi piacerebbe che una chat fosse, quando serve, il posto in cui trovare le parole per una domanda difficile. Immagino quel dubbio scritto di notte, salvato e portato il giorno dopo a qualcuno che può fare altre domande e seguire la risposta nel tempo. Il telefono ha reso facile il primo gesto.

A chi vorresti poter portare quella domanda al mattino?

Testo preparato con assistenza dell’intelligenza artificiale a partire dai materiali editoriali di Gerd Dani.

Gerd Dani, Free-Italia

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