Orwell e Huxley: la censura oggi si chiama distrazione
Orwell e Huxley avevano immaginato due modi per spegnere il pensiero: proibire i libri oppure renderli superflui, e nel 2026 il secondo ci somiglia più del primo. Benvenuti su Free-Italia. Lo spunto è un saggio di Riccardo Alberto Quattrini, uscito l'8 ottobre 2026 sul blog Inchiostronero: la libertà di sapere serve a poco senza la voglia di conoscere. Leggete fino in fondo: alla fine c'è anche cosa possiamo fare noi, da domani mattina.
Orwell e Huxley: qual è la differenza tra i due incubi?
Per secoli il potere ha avuto con i libri un rapporto semplice: li temeva. L'Indice dei libri proibiti della Chiesa nacque nel Cinquecento e fu abolito solo nel 1966. Nel maggio 1933 i nazisti bruciarono in piazza i libri che non sopportavano. Chi getta un libro nel fuoco gli riconosce un potere: nessuno brucia ciò che considera innocuo.
George Orwell portò questa logica all'estremo in 1984, uscito nel 1949. Lì il Partito riscrive il passato, taglia le parole con la Neolingua e rende sospetta perfino la memoria. Winston Smith lavora proprio a questo: cancellare ogni prova che sia esistita una verità diversa da quella del giorno. Nel romanzo la conoscenza è pericolosa, e per questo va sorvegliata.
Aldous Huxley aveva immaginato il contrario già nel 1932, con Brave New World. Nella sua società non serve nascondere i libri, perché nessuno ha voglia di aprirli. La pace sociale si regge su consumo, divertimento e una droga, il soma, che scioglie ogni inquietudine. Nel 1958, con Brave New World Revisited, Huxley tornò sul tema parlando di propaganda e persuasione: si può orientare la gente con i desideri, senza bisogno della forza.
Nel 1985 il sociologo americano Neil Postman ci costruì sopra Divertirsi da morire, scritto quando il nemico era la televisione. La sintesi è questa: Orwell temeva chi ci toglie i libri, Huxley chi ci toglie la voglia di leggerli. Io credo che Postman avesse visto giusto, ma con un limite che nel 2026 si vede bene. Ci arrivo tra poco.
La censura non è sparita, ha cambiato indirizzo
Prima di dire che Huxley ha vinto, una precisazione da liberale. Orwell non è un ricordo del Novecento. Il 4 marzo 2022, pochi giorni dopo l'invasione dell'Ucraina, la Duma russa ha approvato una legge che prevede fino a 15 anni di carcere per chi diffonde notizie "false" sulle forze armate. Falso, in pratica, è ciò che contraddice il Cremlino.
Nella Russia di Putin, quindi, il libro proibito e il giornalista arrestato sono cronaca, non letteratura. E chi in Occidente simpatizza con quel modello di potere personale, a destra come a sinistra, dovrebbe ricordarselo. Il vecchio censore non è morto: dove può, lavora ancora a tempo pieno.
Il punto del saggio di Quattrini, però, riguarda noi, che viviamo in una democrazia. Qui nessuno ci vieta di entrare in biblioteca. Possiamo leggere Platone, consultare una legge in Gazzetta Ufficiale, guardare una seduta del Parlamento dal telefono. Lui usa un'immagine che mi è rimasta in testa: la biblioteca è aperta, ma accanto qualcuno ha acceso le luci di un enorme luna park.
La biblioteca deve convincerci a entrare. Il luna park deve solo attirare il nostro sguardo. È una gara impari, e non serve nessun ministero della propaganda per vincerla.
Cosa fa davvero l'algoritmo?
Qui torno al limite di Postman. La televisione aveva orari, un inizio e una fine, e stava in salotto. Lo smartphone ci segue ovunque: alla fermata, in ascensore, in coda alla posta, perfino a letto. Ha riempito i tempi vuoti, quelli in cui la mente vagava, si annoiava e a volte trovava un'idea.
Il criterio con cui i social scelgono cosa mostrarci si chiama engagement: conta quanto reagiamo, commentiamo, restiamo. L'algoritmo non ha bisogno di convincerci di qualcosa. Gli basta che restiamo. E per tenerci lì funzionano meglio la sorpresa, la risata e soprattutto l'indignazione.
Non è un'impressione. Un gruppo della Northwestern University guidato da William Brady ha seguito 2.000 utenti statunitensi di Bluesky per otto settimane intorno alle presidenziali del 2024. Lo studio è uscito su Nature nel 2026. Rispetto all'ordine cronologico, il feed basato sull'engagement ha fatto crescere l'indignazione morale e i contenuti politici di circa il 37% prima del voto e di quasi l'80% dopo.
Un altro studio pubblicato su Nature il 19 febbraio 2026 ha osservato 4.965 utenti di X negli Stati Uniti nel 2023. Chi riceveva il feed algoritmico ha spostato le proprie priorità politiche verso posizioni più conservatrici e ha seguito più account di attivisti di destra. Le testate giornalistiche tradizionali, intanto, scendevano in classifica.
Nel 2023 X era già di Elon Musk, che l'anno dopo avrebbe fatto campagna per Trump. Per questo quel dato mi sembra tutt'altro che neutro.
Attenzione però a non trasformarlo in un complotto. Gli autori dello studio su Bluesky ricordano i limiti: due mesi soltanto e un campione sbilanciato a sinistra. Da astronomo sono abituato a distinguere un'associazione da una causa, e qui la regola vale lo stesso.
Gli italiani leggono ancora? I numeri contro il catastrofismo
Se la tesi del luna park fosse vera fino in fondo, dovremmo vedere le biblioteche deserte. I numeri dicono qualcosa di più sfumato. Secondo il report ISTAT pubblicato il 9 luglio 2026, nel 2024 il 57,1% degli italiani dai 6 anni in su ha letto almeno un libro. Nel 2015 era il 59,4%, nel 2000 il 60%.
Facciamo il conto: in 24 anni, con l'arrivo di internet, degli smartphone e dei social, abbiamo perso meno di tre punti. È un calo, ma non è un crollo. Il problema vero è l'altro lato della medaglia: oltre 23 milioni di persone non hanno aperto un libro in un anno intero. E nel 2025 solo il 14,9% è entrato almeno una volta in biblioteca.
Va riconosciuto anche l'argomento di chi la pensa diversamente. Ogni nuovo mezzo ha avuto il suo allarme: Platone, nel Fedro, fa dire a Socrate che la scrittura avrebbe indebolito la memoria. Poi è toccato ai romanzi, ai fumetti, alla televisione. Sugli effetti dei social sull'attenzione, gli studi mostrano associazioni con disattenzione e impulsività, ma non provano con sicurezza chi causa cosa.
Lo prendo sul serio, eppure c'è una differenza che il paragone con il passato non cancella. Nessun romanzo dell'Ottocento si aggiornava in tempo reale per capire cosa ci tiene incollati. L'ignoranza che ci minaccia non è quella di chi non sa e lo sa, di cui ho scritto parlando del rischio vero di non accorgersi di non sapere. È un'ignoranza comoda, piacevole, che non fa male.
Vietare i social è la soluzione?
La tentazione, a questo punto, è chiamare il censore buono: vietiamo, blocchiamo, spegniamo. Capisco chi la sente, soprattutto quando si parla di ragazzi. Ma da liberale diffido di una cura che consiste nel chiamare Orwell per guarirci da Huxley. Chi stabilisce i divieti adesso non sarà lo stesso che li stabilirà tra cinque anni.
C'è una strada migliore, e in Europa esiste già. Il Digital Services Act, il regolamento UE sui servizi digitali, all'articolo 38 obbliga le grandi piattaforme a offrire almeno un feed non basato sulla profilazione. Tradotto: abbiamo il diritto di vedere i contenuti senza che un algoritmo li scelga in base a ciò che sa di noi.
Non è un divieto, è una scelta in più. A me sembra la risposta più liberale e più di sinistra insieme: regole per i potenti, libertà per le persone.
Il prezzo più alto lo paga la politica: una riforma fiscale o una guerra non stanno in trenta secondi, uno slogan sì. Così finiamo per conoscere la battuta del politico meglio della legge che vota. Ne avevo parlato raccontando il degrado del linguaggio sui social, che non risparmia nessuna parte. Abbiamo sempre più opinioni e impieghiamo sempre meno tempo a formarcele.
Cosa possiamo fare noi, da domani
Sarebbe comodo dare tutta la colpa all'algoritmo e uscire da questo articolo assolti. Quattrini lo dice bene: nessuno ci obbliga a scorrere. L'uomo davanti al libro proibito doveva conquistare una libertà. Noi la libertà ce l'abbiamo, e dobbiamo conquistare la voglia di usarla.
Qualche gesto concreto, senza moralismi:
- Nelle impostazioni dei social scegliete il feed dei profili che seguite, in ordine cronologico. Nell'Unione Europea le grandi piattaforme sono tenute a offrire un'opzione non profilata.
- Spegnete le notifiche che non vi servono davvero. Ognuna è un invito a tornare dentro.
- Lasciate il telefono in un'altra stanza quando leggete, anche solo per venti pagine.
- Tenete qualche tempo vuoto: la fermata dell'autobus, la coda, la passeggiata. La noia non è un guasto da riparare.
- Fate la tessera della biblioteca comunale. È gratuita quasi ovunque e funziona ancora benissimo.
Non si tratta di trasformare il piacere in una colpa. Il luna park non va raso al suolo, e nessuno deve passare le serate su Kant per sentirsi una persona migliore. Basta ricordarsi che la porta accanto esiste ancora.
La biblioteca è aperta, tocca a noi entrare
Orwell e Huxley non si escludono. Dove c'è un regime come quello di Putin il censore lavora ancora; nelle democrazie il rischio più vicino è la distrazione. I dati italiani non raccontano un crollo della lettura, ma una vasta zona di persone che un libro non lo apre più. Gli studi sui social mostrano che il modo di ordinare i contenuti cambia la politica che vediamo.
La risposta, secondo me, non è un nuovo divieto. Sono regole che restituiscano scelta a chi usa le piattaforme, e un po' di disciplina personale che nessuna legge può darci. Abbiamo in tasca la biblioteca più grande della storia, e intanto scorriamo.
E voi, quando avete letto l'ultima volta venti pagine di fila senza guardare il telefono? Raccontatemelo nei commenti.
Gerd Dani, Free-Italia


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