Paura di sbagliare? Il vero rischio è l'ignoranza

Busto di Socrate accanto a un quaderno aperto, con il titolo «Non temere di sbagliare. Temi l’ignoranza» e il marchio Free-Italia.

La paura di sbagliare blocca tante persone, ma il rischio più grande è un altro: non accorgersi di non sapere. Benvenuti su Free-Italia. Riprendo una riflessione che ho scritto in inglese nel dicembre 2024 e la ripenso con l'aiuto di Socrate, della scienza e di qualche errore famoso. Leggete fino in fondo, perché alla fine vi faccio una domanda personale.

Perché la paura di sbagliare è il nemico sbagliato?

Da presidente di FreeAstroScience non perdo il sonno per un progetto che va male. Gli intoppi capitano, soprattutto quando provi a spiegare la scienza in modo semplice. Un errore che vedi lo puoi correggere, e spesso ti insegna qualcosa.

Mi spaventa un'altra cosa: non sapere che qualcosa non va. Immaginate un dirigente davanti a una commissione parlamentare, dopo uno scandalo. Gli chiedono come abbia potuto non accorgersene, e lui non sa rispondere. Il suo problema non è aver fallito, è non aver visto.

Qui sta il punto. L'errore è un evento, l'ignoranza è uno stato. Il primo passa, la seconda resta e lavora in silenzio. La prima versione di questa idea l'ho pubblicata su FreeAstroScience, il sito di divulgazione scientifica del Gruppo Free, con il titolo non temere il fallimento, temi l'ignoranza (in inglese).

Socrate e il sapere di non sapere

Nell'Apologia di Platone, Socrate racconta che l'oracolo di Delfi lo aveva dichiarato il più sapiente degli uomini. Lui ne restò stupito e andò a interrogare politici, poeti e artigiani. Scoprì che credevano di sapere cose che non sapevano. La sua sola differenza era che lui sapeva di non sapere.

Duemila anni dopo, nel 1440, Niccolò Cusano scrisse La dotta ignoranza. L'idea è simile: conoscere i propri limiti è già una forma di sapere. Chi sa di ignorare qualcosa cerca, chiede, controlla.

Esistono dunque due ignoranze. C'è quella consapevole, che è il motore di ogni domanda. E c'è quella che non sa di esserlo, che si traveste da certezza. Io temo soltanto la seconda, perché non lascia tracce finché non è troppo tardi.

Cosa insegna la scienza sugli errori?

Da astronomo ho una storia preferita. Nel 1846 Urbain Le Verrier studiò le irregolarità nell'orbita di Urano e calcolò dove doveva trovarsi un pianeta sconosciuto. Il 23 settembre di quell'anno Johann Galle puntò il telescopio di Berlino e trovò Nettuno vicino al punto previsto.

Forte di quel successo, Le Verrier provò lo stesso trucco con Mercurio, che a sua volta non si muoveva come previsto. Ipotizzò un pianeta interno, Vulcano, che molti cercarono per decenni. Non esisteva. Nel 1915 la relatività generale di Einstein spiegò l'anomalia senza bisogno di nuovi pianeti.

Lo stesso metodo, due esiti opposti. Il secondo errore era il più prezioso: indicava che la fisica di Newton aveva un limite. Karl Popper l'ha detto meglio di me in Congetture e confutazioni (1963): la conoscenza cresce perché proviamo a smentire le nostre idee, non perché le difendiamo.

Anche la materia oscura mi fa pensare a questo. Non la vediamo, eppure è la gran parte della materia dell'universo, e ce ne accorgiamo solo dai suoi effetti sulle galassie. Ammettere di non sapere cosa sia è il primo passo per capirlo.

Come si diffonde un'idea sbagliata

Un problema nascosto non nasce sempre da una persona disonesta. Spesso parte da un equivoco piccolo, detto a mezza voce. A forza di essere ripetuto, diventa una regola che nessuno discute più.

Con i social il contagio corre ancora più veloce. L'ho visto quando ho raccontato come X e i chatbot hanno diffuso bugie sulla guerra: un'informazione falsa, ripetuta abbastanza, diventa senso comune.

Per questo leggo i commenti dei lettori anche all'una di notte. Dopo una nuova serie divulgativa su FreeAstroScience abbiamo chiesto un parere a chi ci legge. Alcune risposte mostravano che un principio scientifico chiave era stato frainteso, e lo abbiamo chiarito con articoli successivi. Senza quella domanda, l'equivoco sarebbe rimasto lì, invisibile come la materia oscura.

Perché il dissenso è una forma di conoscenza?

Nel 1859 John Stuart Mill scrisse in Sulla libertà che zittire un'opinione è un danno anche quando quell'opinione è sbagliata. Se è giusta, perdiamo la verità. Se è sbagliata, perdiamo l'occasione di capire meglio perché la nostra idea è vera. Da liberale, questa per me è la base di tutto.

Vale per una squadra di lavoro come per un Paese. Amy Edmondson, docente a Harvard, chiama sicurezza psicologica la fiducia di poter dire «ho sbagliato» o «non sono d'accordo» senza essere puniti. In Italia, dal 2023, una legge tutela chi segnala illeciti sul lavoro, e a novembre 2025 l'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) ha approvato nuove linee guida sui canali di segnalazione. Ma nessuna norma basta, se in riunione chi fa una domanda scomoda viene guardato storto.

Va riconosciuto che il dissenso ha un costo. Chi la pensa diversamente obietta che troppe voci paralizzano e che prima o poi bisogna decidere. Ha ragione: ascoltare tutti non vuol dire votare su tutto. Io però preferisco il fastidio di una verità scomoda al rischio di restare cieco.

Dove il dissenso viene zittito, gli errori crescono indisturbati. È uno dei motivi per cui mi preoccupa la deriva verso la democrazia illiberale, che tocca anche l'Italia. Un potere che non sopporta le critiche si condanna a non sapere.

Cosa ci portiamo a casa

Sbagliare fa parte di ogni ricerca seria, e un errore visto in tempo è un regalo. Le Verrier ci ha dato Nettuno con un calcolo giusto e, con uno sbagliato, un indizio verso Einstein. Il pericolo vero è l'ignoranza che non sa di esserlo, quella che Socrate smascherava nelle piazze di Atene.

La cura è sempre la stessa: domande, dubbi, ascolto di chi ci contraddice. Io continuerò a leggere i vostri commenti, anche quelli che mi danno torto. Adesso tocca a voi: qual è l'ultima volta che avete scoperto di non sapere qualcosa che davate per certo? E come ve ne siete accorti?

Gerd Dani, Free-Italia

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