Ciao, sono Gerd Dani. Oggi non vi parlo di politica né di economia. Vi parlo di qualcosa che brucia di più: la fine dell'educazione. E per arrivarci, parto da una vicenda culturale che ha fatto molto rumore. Quella del Premio Strega. Restate con me, perché quello che ho letto mi ha davvero tolto il respiro.
Premio Strega 2026: la scintilla di una polemica più grande
Forse avete seguito la vicenda. Michele Mari, grande favorito di questa edizione con I convitati di pietra, è finito nella bufera per alcune dichiarazioni considerate sessiste, pronunciate durante un viaggio con gli altri finalisti. Teresa Ciabatti ha reagito pubblicamente, con toni accesi. Una polemica letteraria, certo. Legittima, discutibile, ma letteraria.
Fin qui, niente di nuovo.
Il problema è arrivato dopo. Nei commenti sotto un post che raccontava la vicenda, ho letto cose che non dimenticherò facilmente.
I commenti che mi hanno tolto il respiro
«Balena sarda. Cessa. Trippona. Frigida e acida.»
Sto citando commenti reali, scritti da persone reali. Commenti che hanno ricevuto like, risate, condivisioni. Il podio, però, va a questo capolavoro di miseria umana: «era la solita donna frigida e acida».
Fermiamoci un secondo.
Non sto parlando di una critica letteraria aspra. Sto parlando di insulti gratuiti, volgari, brutali, diretti a una persona che non aveva fatto nulla se non partecipare a un premio letterario.
E la cosa che più mi ha colpito? Questi commenti raccoglievano applausi.
Il vero problema non è il Premio Strega
Chiariamoci subito. Non è una questione di donne contro uomini, né di ipocrisia letteraria. Il vero nodo è un altro. È la volgarità come norma.
Pensateci un momento. I nostri nonni — anche quando non amavano qualcuno, anche quando lo criticavano aspramente — usavano un registro diverso. C'era misura. C'era forma. Non per ipocrisia, ma per rispetto di sé prima ancora che degli altri.
Quella misura è sparita.
E sapete cosa mi ha fatto venire in mente, leggendo quei commenti? Tony Effe. La musica trap. Quel linguaggio fatto di insulti estetici, di umiliazioni come forma d'espressione, di volgarità come vanto. Quel linguaggio è ormai la lingua dei social. E non è un caso.
Quando la cattiveria diventa sincerità
Stiamo vivendo un paradosso inquietante.
Più un commento è cattivo, più viene apprezzato. Più è volgare, più fa ridere. Più è umiliante, più viene condiviso. La gentilezza? È diventata ipocrisia. Il rispetto? Debolezza. La decenza? Roba da vecchi.
Abbiamo perso qualcosa di essenziale. Non l'intelligenza. L'educazione. Quella cosa semplice, antica, preziosa che ti dice: puoi avere un'opinione senza calpestare la dignità di un'altra persona.
Che esempio stiamo dando ai giovani?
Questa è la domanda che mi ronza in testa.
Se un ragazzo di quindici anni cresce in un ambiente dove l'insulto più creativo raccoglie più like, cosa impara? Che offendere è potere. Che umiliare è divertente. Che la crudeltà paga.
Non è una questione di censura. Non voglio nessuna polizia del pensiero. Voglio qualcosa di più difficile e più bello: una cultura del rispetto. Che si costruisce giorno per giorno, commento per commento.
Un piccolo gesto di speranza
Qui su Free-Italia so che ci sono persone che scrivono buongiorno e buonasera. Che ringraziano. Che dissentono senza aggredire. Per citare Guccini: «mi dà un piacere assurdo la sua antica cortesia».
Non è nostalgia. È resistenza.
Quando vado su altre pagine vedo il contrario: un vuoto morale travestito da libertà di espressione. E no, non mi ci riconosco. Non mi ci voglio riconoscere.
Conclusione: la volgarità non è libertà
Ricapitoliamo, perché il punto è semplice.
La vicenda del Premio Strega ha aperto, per l'ennesima volta, una finestra su ciò che siamo diventati online. I commenti volgari non sono stati un incidente isolato. Sono stati la norma. E questa norma ci sta cambiando, lentamente, senza che ce ne accorgiamo.
La soluzione non è tecnologica. È culturale. È scegliere ogni giorno di essere un po' meno cattivi. Di aggiungere un grazie dove non è obbligatorio. Di non premere invio su quel commento che fa male solo per il gusto di farlo.
La decenza non è debolezza. È l'unica forma di civiltà che ci rimane.
— Gerd Dani, Free-Italia

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