Montichiari. Proposto un nuovo hub: spreco o risorsa per il futuro?

In Italia il numero di aeroporti è eccessivo: a dirlo sono diversi esperti di infrastrutture che lamentano un enorme numero di scali sparsi per tutto il territorio nazionale.
Se da un lato questo comporta un sistema capillare, dall'altro significa preventivare un continuo esborso finanziario nonché l'impossibilità di una buona crescita per quelli ubicati in aree strategiche.
Se questo non bastasse le lamentele riguardano anche la questione hub: nel Belpaese se ne contano due, Roma e Milano, entrambi supportati dalla stessa compagnia di bandiera che, se già di suo non è riuscita a imporsi sul mercato tra i primi vettori del vecchio continente, si ritrova ora costretta a dividere gli sforzi tra due differenti sistemi, incrementando notevolmente la voce delle spese.

Secondo questa analisi, le parole di Bernardo Caprotti, patron dell'Esselunga, non possono convincere. La sua idea è semplice: prendere lo scalo bresciano di Montichiari, attualmente utilizzato esclusivamente dai cargo, e realizzare un hub capace di servire una delle regioni più ricche d'Europa con un bacino di utenza che sfiora i trenta milioni di cittadini. Tutto a discapito diMalpensa che, secondo le parole dell'imprenditore, non è in grado di adempiere a tale ruolo e dovrebbe venire quindi relegato al solo traffico cargo e a voli low cost.
La proposta sembra però non tenere conto di diversi fattori.
Anzitutto il pre-esistente: inserire un progetto di questo tipo in un'area come quella della Lombardia orientale significa andare a compromettere tutti gli altri aeroporti cittadini del nord e nord-est, nonché modificare pesantemente il sistema milanese. Se Malpensa dovesse diventare la sede dei low cost,allora Orio Al Serio andrebbe ridimensionato e ripensato totalmente. In secondo luogo si andrebbe a ricreare un hub in un'area molto concorrenziale dove alla vicinanza geografica di Roma e Zurigo, si andrebbe a sommare quella di scali appetibili come nel caso di Parigi e Amsterdam. Per non parlare dello sforzo economico richiesto: per Caprotti le risorse sarebbero disponibili nel giro di 15-20 anni, ma non tutti la pensano allo stesso modo.
Quello che pare essere sbagliato è uno dei principi base del ragionamento: il concetto del termine hub. Quando parliamo di questo tipo di scalo non facciamo riferimento a un aeroporto capace di gravare in un'area altamente demografica che sia connesso con città sparse per tutto il mondo, ma di un'infrastruttura posizionata in luogo strategico che sia in grado di richiamare grossi traffici di passeggeri per direzionarli verso le loro mete. Tradotto significa che un buon hub deve avere molti collegamenti diretti con il territorio d'influenza e una capacità di smaltimento che consenta di spostare grosse masse in giro per il mondo. Il fatto che siano poi posizionati spesso in aree ad alta densità è una scelta dettata dal desiderio di avere un bacino di utenza fisso costante.
Per chiarire meglio proviamo a riportare un possibile esempio: un uomo deve partire da Trapani per andare a Des Moines per una conferenza. L'ideale sarebbe un Trapani – Des Moines diretto che però, per ovvie ragioni di numero utenti e costi, non sarà possibile avere. Allora la soluzione migliore potrebbe essere effettuare un Trapani – Roma, un cambio tra l'hub della capitale e una grossa città americana, come New York, da cui prendere un volo per Des Moines.
Se per un romano la soluzione Roma – New York è abbastanza ovvia, non lo è altrettanto per un cittadino siciliano che potrebbe trovare maggior convenienza a cambiare a Parigi, Lisbona o in qualche altro hub del vecchio continente o addirittura dell'Africa. Ecco perché verso questi grossi scali è importante un'ottima gestione sia delle tratte che degli orari: proprio sfruttando questo aspetto la Turchia è diventata un esempio da seguire: con molte connessioni con Europa e Medio Oriente, è un punto di riferimento per i viaggiatori che devono arrivare nell'Asia orientale, nello stesso Medio Oriente o addirittura in Oceania.
In quest'ottica Montichiari non ha un grosso appeal: il famoso bacino di quasi 30 milioni di utenti non è realmente tale. A un torinese non converrà mai affrontare un viaggio in treno di 2-3 ore per arrivare nel bresciano e prendere un aereo; al contrario probabilmente preferirà prendere un volo da Caselle diretto a Roma o a Parigi e da lì muoversi verso la meta finale.
L'utenza a media distanza è quella più facile da perdere e va conquistata a suon di connessioni e orari idonei alle esigenze dei passeggeri.

Commenti