Stragi di Bologna e Ustica: la mano dei servizi


Franco Di Carlo il periodo di detenzione nel carcere di Londra lo ricorda come il ‘collegio’. In quegli anni lo hanno incontrato uomini sotto copertura, ma con le stellette “Ho incontrato gente dei servizi, i più assidui erano quelli arabi”.
Ha una posizione di privilegio tra i tanti detenuti per terrorismo, garantita dall’aura del mafioso.
Il 17 aprile 1986 i giornali pubblicano la notizia del mancato attentato ad un aereo che doveva decollare da Heathorw con 400 persone a bordo. Di Carlo aveva condiviso segreti e confidenze con l’architetto dell’attentato, Nizar Hindawi. Agente dei servizi siriani, palestinese di origine, Hindawi si era formato nei campi di addestramento libici.

Tempi in cui la tensione era alle stelle, l’Europa e il Regno unito in particolare vedeva in Gheddafi un nemico mortale. L’anno precedente, nel ottobre del 1985, l’Italia era stata teatro del sequestro dell’Achille Lauro e pochi mesi dopo, a dicembre, segue la strage all’aereoporto di Fiumicino.
Hindawi a Londra convive con una ragazza inglese, le propone di sposarla, ma non in Inghilterra, bensì in Palestina, dove vive la sua famiglia. La ragazza accetta e il terrorista inizia a progettare l’attentato all’aereo. La promessa sposa diventa una kamikaze a sua insaputa.
Hindawi prepara un ordigno ad orologeria e lo sistema nel pacco che contiene l’abito nunziale. Ma il piano fortunatamente fallisce, la bomba, per quanto nascosta con cura, viene scoperta dai sistemi di sicurezza. La ragazza fermata, racconta tutto e Hindawi viene arrestato presso l’ambasciata siriana a Londra.
Good father, così chiamavano Di Carlo, raccoglie le confidenze di Nizar Hindawi, viene a sapere che il terrorista ha lavorato in Italia, gli racconta di un aereo precipitato a Marghera, un attentato, a suo dire, organizzato dal Mossad, che non aveva digerito il rifiuto dell’Italia di consegnare detenuti palestinesi.
Si tratta di uno dei periodi più oscuri della storia d’Italia e Hindawi è una miniera di notizie. Tra le mura del carcere si parla di terrorismo internazionale, anche della strage di Bologna, 2 agosto 1980, 85 morti e 200 feriti, si parla della Strage di Ustica, con 81 vittime a bordo del Dc9 Itavia, precipitato al largo delle coste siciliane.
Di Carlo è interessato alla strage della stazione di Bologna, due fratelli di Altofonte, suoi amici, erano morti nell’attentato. Hindawi racconta a Di Carlo che Giusva Fioravanti e Francesca Mambro non c’entrano nulla. I perché di quell’attentato vanno ricercati proprio nella strage di poco più di un mese prima, Ustica.
La sera del 27 giugno 1980 i servizi segreti di mezzo mondo avevano saputo che Gheddafi avrebbe dovuto recarsi in un paese dell’Est Europa, un viaggio segretissimo, ma i segreti sono fatti per essere scoperti. Hindawi racconta che la Cia si accorda con i servizi italiani per eliminare il colonnello, facendo intervenire aerei americani presenti nel mediterraneo.
Il caccia americano avrebbe dovuto seguire la rotta del Dc9 Itavia per non essere individuato dal radar dell’aereo presidenziale libico. Qualcuno però avvisa il controspionaggio libico del piano anti Gheddafi e sul Mediterraneo quella sera si scatena una vera e propria battaglia. L’aereo americano intercettato chiede il rinforzo di un altro caccia che, colpito, precipita in mare. Attorno all’airbus Itavia si scatena il fuoco di un caccia americano e di un velivolo militare libico, un razzo colpisce il Dc9, che si inabissa con i suoi 81 passeggeri e membri dell’equipaggio, dopo essere esploso in volo.
Il pilota e il copilota si erano resi conto della situazione, alla radio chiesero invano il permesso di di cambiare rotta e scendere di quota, ma troppi occhi avevano visto troppe cose e la priorità stava nell’esigenza di cancellare le prove di tutto.
Anche Gheddafi, tempo dopo, ammise che Ustica aveva a che fare con un attentato ai suoi danni e questo evidentemente non gli era andato giù. Qualcuno doveva pagare il complotto italo-americano per eliminarlo. Bologna non venne scelta a caso, si trattava della città da cui il Dc9 Itavia era partito.
Franco Di Carlo, rientrato in Italia, raccontò tutto al giudice Rosario Priore,che verificò l’attendibilità delle sue dichiarazioni, mettendo i tasselli al loro posto, nonostante i depistaggi. Priore non si è mai arreso, ma in Italia, quando si tratta di ragion di Stato, è impossibile ottenere giustizia e verità.

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