#M5S: l’implosione dei grillismo

Boom-M5S-150x150Fin dal giorno della sua fondazione, avvenuta nel 2009, il M5S si è battuto per arrestare la deriva della politica italiana verso la gestione affaristica e spesso ai limiti della legalità della cosa pubblica e riaffermare una nuova etica, dentro e fuori dal Palazzo.

Il tutto attraverso nuove idee ed un’azione democratica che andasse oltre i soliti schemi partendo soprattutto da unademocrazia diretta all’interno dello stesso e la consultazione più ampia e costante possibile con gli elettori.
Intento assolutamente degno di lode anche se in soli cinque anni ed in un’Italia ormai allo sbando socio – economico, difficile da attuare soprattutto in virtù del fatto che certe consuetudini e comportamenti, seppur non scritti, sono incisi come sulla pietra nel dna della classe politica nostrana.
Esso è stato sostenuto da una base eterogenea che lo ha sorretto senza se e senza ma fino a quando le prime crepe nell’apparente granitico apparato movimentista hanno cominciato a manifestarsi paradossalmente con le vittorie elettorali in due piccoli capoluoghi di provincia, ossia Parma e Livorno.
Spacciate come una vittoria storica in centri da sempre governati dalla tanto ostracizzata sinistra, presto le Stalingrado grilline si sono trasformate in una Waterloo senza precedenti, dimostrando quanto sia difficile dismettere i panni dell’opposizione dura e pura, barricadiera sugli scranni parlamentari, contro tutto e tutti ed indossare quelli di una forza di governo responsabile, necessariamente costretta a fare i conti con la quotidianità.
Così tra un “vaffa” ed una proposta, un libro scagliato contro il Presidente della Camera ed un richiamo ai principi della sana politica e della democrazia diretta, diventa difficile mantenere quella coerenza tanto ostentata e della quale se ne è fatto un vanto.
Ed inevitabilmente iniziano i mugugni della base (e non), defezioni, espulsioni da quello che, nato con le caratteristiche di un Movimento, sembra essersi trasformato in un ibrido e dove a farla da padrone sono pochi eletti che stanno conducendo lo stesso verso forme più partitiche con le conseguenti criticità del caso.
Ma veniamo ai casi citati in precedenza, termometro di una situazione tutt’altro che facile.
A Parma, in poco più di un anno e nonostante i proclami in grande stile fatti in campagna elettorale, il sindaco Pizzarotti sembra essere vittima delle sue stesse promesse che si stanno rivelando un vero e proprio boomerang, trasformando la gioia per la vittoria in una sorta di sindrome da sconfitta. Ormai non è più un mistero che sia nei salotti della Parma bene che, tra l’elettorato, il senso di persistente insoddisfazione per alcune scelte operate sia ormai più che un sospetto.
Il senso di malessere è dato innanzitutto dalla politica economica grillina che si sostanzia, né più né meno, in quella che era stata la gestione del Paese del tanto vituperato Mario Monti, ossia più tasse e rigore nei conti con una chiusura del bilancio comunale con tutti gli indicatori delle entrate tributarie in netto aumento. Un trend questo, è bene sottolinearlo, che continuerà almeno per tutto il 2015.
Come riferito da Il Sole 24ore, nel comune ducale l’Imu è tra le più alte d’Italia, con un’aliquota che sfiora il 7% che, tradotto, equivale a circa 85 milioni di euro, cui va aggiunta l’Irpef locale.
Tuttavia, ciò che ha davvero fatto imbestialire i parmigiani è stato l’aumento delle rette dei servizi, in particolare degli asili nido e delle mense per l’infanzia.
In questo caso, infatti, gli incassi sono stati rispettivamente di 3,9 milioni rispetto ai 3,4 precedenti mentre nel secondo caso si parla di un aumento del 30% con incassi che sfiorano i 4,2 milioni di entrate.
A parziale scusante del sindaco e per onestà intellettuale, va detto che la situazione ereditata dalla precedente amministrazione non era delle migliori.
 
Il buco nei bilanci comunali era di circa 800 milioni, ma ciò che si vuol sottolineare in questa sede è la circostanza della difficile arte di amministrare rispetto alla ben più agevole attività di opposizione in parlamento.
 
In pratica, il buon Pizzarotti ha dovuto sperimentare sulla propria pelle la necessità, alla prova dei fatti, di dover governare alla stregua del tanto vituperato RigorMontis (cit. Beppe Grillo, n.d.r) dovendo abiurare in molti casi di fronte all’oggettività della realtà alle idee movimentiste con le quali pensava (ingenuamente) di dominarla.

Certo, le scomode eredità possono essere anche rifiutate ma se si decide di accettarle almeno che lo si faccia tenendo un profilo basso, e non volando alto, forse troppo, come ha fatto il nostro in campagna elettorale promettendo ciò che probabilmente sapeva di non poter mantenere come la spinosa questione relativa all’inceneritore.
 
Il Primo cittadino aveva più volte ribadito che “non si sarebbe mai fatto”.Peccato che lo stesso abbia cominciato a funzionare dopo che il Tribunale del riesame ha respinto la richiesta di sequestro.
 
Ed ancora, altra sconfitta del Sindaco, è stata quella relativa all’incremento dell’organico della Polizia Municipale che, effettivamente, lascia parecchio a desiderare, e che invece è stato ridotto di circa 40 unità – con annesso taglio dei turni notturni –  suscitando non poche polemiche tra la cittadinanza.
 
Di certo non va meglio a Livorno, dove il Sindaco Nogarin, figura a quanto pare emergente in seno al Movimento, si dibatte tra scelte di Assessori a sua insaputa e problemi amministrativi quotidiani. Al di là degli annunci, nei primi cento giorni gli atti posti in essere sono stati esclusivamente la continuazione delle scelte fatte dall’amministrazione precedente.
 
Non un buon viatico, questo, per chi faceva della discontinuità rispetto al passato un cavallo di battaglia. Tanti discorsi, incontri, conferenze stampa ma, di concreto, ancora nulla, come la mancata convocazione degli Stati Generali della città per la discussione del futuro del capoluogo.
Questo è stato da molti interpretato come un atteggiamento classico delle vecchie segreterie di partito cui il Movimento afferma tanto di non assomigliare.
A Livorno, i problemi più urgenti sono quelli riguardanti l’Ospedale ed il Porto. Nel primo caso, tante belle parole ma nessuna azione concreta che comporterebbe la disdetta dell’accordo di programma con la Regione e la restituzione di 3,5 milioni su 15 che ha già incassato per la viabilità”, come afferma il capogruppo PD in Consiglio, Marco Ruggeri.
Stesso discorso vale per il secondo, “dove la riapertura della procedura  del Prg portuale  vorrebbe dire far perdere al nostro porto altri tre o quattro anni” continua Ruggeri.
Il Movimento, dunque, si trova ad affrontare forse per la prima volta una impasse difficile da metabolizzare con gli elettori che chiedono un maggiore confronto ed una strutturazione dello stesso più solida: praticamente come un partito, seppur con i dovuti distinguo del caso.
Non basta più la cosiddetta base senza “leader” (?), non ci si accontenta più della continua piazza anche in parlamento, dei “vaffa” e degli “str..” ma si pretende, ormai, una linea programmatica precisa e propositiva.
 
Infatti, le dichiarazioni alterne ai limiti della contraddizione che si susseguono ogni giorno da parte degli esponenti di spicco del Movimento, dove è arduo trovare una benché minima coerenza, stanno creando non pochi malumori. Come l’esclusione dalla kermesse romana del Circo Massimo dello stesso Sindaco Pizzarotti dal palco dei relatori che, ormai e secondo voci attendibili, è diventato più un problema che una risorsa.
Ciò perché reo di avere una propria posizione non esattamente in linea con la troika che attualmente gestisce “la cosa” penta stellata.
Anche i sostenitori della prima ora non ne hanno capito le ragioni ed insistono per un chiarimento ed una maggiore democrazia interna volta al dibattito, alla proposta storcendo il naso di fronte alle repentine espulsioni di quelle voci fuori dal coro il cui pensiero viene considerato aprioristicamente eretico.
In sostanza, dopo gli ultimi flop compresa la manifestazione romana che doveva rappresentare nelle intenzioni degli organizzatori una riaffermazione della forza del Movimento, con la auspicata partecipazione di orde di attivisti, cosa che non è stata,urge probabilmente un chiarimento, se non un vero e proprio redde rationem interno sulla politica da seguire.
Una politica che non è quella della caciara istituzionale come ci hanno abituati ma di responsabilità, proposta e progettualità condivise con forze ad esso affini, sia in Italia che in Europa dove l’alleanza con il reazionario Farange non è andata giù nemmeno al più acceso dei sostenitori.
E l’unica strada, a nostro avviso, resta quella di un confronto con le forze di Governo, sereno e pacato se davvero il Movimento non vorrà perdere un’altra chance e perdersi definitivamente nella deriva cui sarà giocoforza costretto se continuerà nel proprio delirio di onnipotenza nonostante tutto.

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