Rapporto Cnel e Istat: in Italia gestione dell’ambiente da rivedere

Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e l’Istituto nazionale di statistica nella seconda edizione del “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile” (Bes 2014) riportano un’importante analisi degli elementi fondanti del benessere e del progresso in Italia e nei suoi territori. In particolare sull’ambient



Nel rapporto Bes 2014, il dominio ambiente è strutturato in sei dimensioni che descrivono il contributo dell’ambiente al benessere collettivo: qualità delle acque; qualità dell’aria; qualità del suolo e del territorio; biodiversità; valutazione soggettiva della qualità dell’ambiente naturale; materia, energia e cambiamenti climatici. Per l’Italia, che dispone di una ricchezza straordinaria di beni ambientali, territoriali e paesaggistici, il legame tra benessere-ambiente è ancora più sentito. Sotto l’impulso delle normative comunitarie, il nostro Paese ha compiuto molti passi avanti per la tutela dell’ambiente. Tuttavia gli indicatori presi a riferimento dall’Istat, mostrano che l’Italia ancora ha evidenti difficoltà, dovute in gran parte alla carenza di armonizzazione dei sistemi di governance locali e alla mancanza di continuità nella gestione delle politiche ambientali. Nel corso dell’ultimo anno emergono segnali contraddittori nella gestione dell’ambiente. Migliora, anche se lievemente, la qualità dell’aria e diminuisce (da 59 a 52) il numero di comuni che ne denunciano l’allerta per la salute umana superando il valore limite previsto per il particolato PM10 per più di 35 giorni l’anno. Continua ad aumentare la produzione di energia elettrica derivante da fonti rinnovabili, che soddisfa in misura crescente il consumo interno lordo di elettricità, ponendo l’Italia sopra la media europea. Nel 2012, la quota del consumo interno lordo di energia elettrica coperta da fonti rinnovabili è pari al 26,9% e presenta un incremento consistente, di 3,1 punti percentuali, rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2012, risultano in calo il consumo di risorse materiali interne e l’emissione di gas serra (da 10,11 a 8,30 tonnellate di gas CO2- equivalenti pro capite tra il 2003 e il 2011). Tuttavia, queste riduzioni si spiegano anche con la forte contrazione della produzione provocata dalla crisi economica e dal rallentamento delle attività. Emergono invece alcune criticità nella bonifica dei siti contaminati e nella dispersione di acqua potabile dalle reti di distribuzione comunali. Nonostante le campagne di informazione ambientali, non sembra migliorare di molto nel corso del tempo, il livello di consapevolezza dei cittadini verso l’importanza della biodiversità, tematica che tocca più la sensibilità dei giovani che quella degli adulti. Il patrimonio culturale italiano, di cui il paesaggio può essere considerato parte integrante, è il prodotto di un processo di accumulazione e stratificazione storica la cui tutela si misura, nel nuovo rapporto sul benessere equo e sostenibile, sulla scala della percezione e della sensibilità delle generazioni. E’ noto che l’Italia detiene uno straordinario patrimonio culturale e paesaggistico, che non tutela e valorizza adeguatamente, confermandosi come uno dei paesi meno generosi d’Europa nel finanziamento della cultura e della tutela paesaggistica. Un piccolo segnale positivo emerge dall’ultimo Censimento dell’agricoltura, che mostra, per la prima volta in quarant’anni, un netto rallentamento della perdita di superficie agricola utilizzata (Sau), condizione necessaria, anche se non sufficiente alla conservazione dei paesaggi rurali. Fra il 2000 e il 2010 l’estensione complessiva della Sau si è ridotta del 2,5% (-0,3 milioni di ettari, che in valore assoluto corrisponde a una superficie pari all’incirca a quella della Valle d’Aosta).
Al contempo, i dati della produzione edilizia confermano – anche per effetto della crisi economica – una riduzione del flusso di nuove costruzioni. Quest’ultimo, alimentando il processo di urbanizzazione, può ritenersi uno dei principali fattori di insostenibilità del modello di sviluppo italiano, anche per le forme e la portata assunte negli ultimi decenni, che è andato a incidere molto sulla conservazione del paesaggio. Tuttavia, ad oggi, l’indice di abusivismo edilizio, che nel Nord era sceso a 3,2 costruzioni illegali per 100 costruzioni autorizzate nel 2008, è risalito, nel 2013, a quota 5,3. Nel Mezzogiorno, la quota di abitazioni illegali, che oscillava tra il 20% e il 25% di quelle autorizzate prima del 2008, negli ultimi anni supera il 35%. La crisi, in sostanza, ha inciso negativamente più sulla produzione edilizia legale che su quella illegale, soprattutto nel Mezzogiorno.

Commenti