Nino Di Matteo, l’eroe solo


Nino Di Matteo, la solitudine dell'eroeE' una storia antica, da tragedia greca. La solitudine dell'eroe, quella concepita da Sofocle nel V a.C., l'isolamento percepito dall'uomo più grande, colui, ovvero, che fa quello che sa andrebbe fatto, secondo coscienza, a prescindere dal rischio di fallimento, sconfitta e morte. L'eroe, coerente alla propria coscienza, che si misura da solo con il proprio destino e nessuno può sollevarlo dalla sua sorte.
 

Sta tutto lì, il fulcro della tragedia: la contrapposizione tra necessità e libertà. La scelta più difficile, che comporta una serie di conseguenze spesso drammatiche. E, nel tempo, nei secoli e nei millenni, non è poi mutato. Inutile sperare che un giorno gli eroi possano diventare, da straordinari, a ordinari: un eroe in un mondo di eroi non sarebbe altro che un mediocre tra mediocri e non potrebbe più rappresentare così la speranza del futuro.
E' la storia che si ripete: gli eroi mitologici svaniscono nella memoria, si perdono nell'epos, si studiano a scuola con la convinzione che, d'altra parte, nella realtà, non esistono. E invece non è vero: invece gli eroi esistono sul serio, camminano tra noi, si confondono nella folla e appaiono come persone normali, umili nella loro grandezza. Non li si riconoscono. Ci ricordiamo di loro solo quando le conseguenze delle loro decisioni cominciano a manifestarsi, quando i pericoli si fanno più concreti, vicini, preoccupanti. Quando uno come Riina, per esempio, ne decreta la condanna a morte. 
L'eroe dei tempi nostri è Nino Di Matteo, il simbolo di quello Stato buono, di quelle istituzioni che si battono contro il marciume e il fango che imbratta il resto del Paese. E' il Di Matteo che cerca la verità a prescindere dal pericolo che lo incalza e le minacce di chi non vorrebbe mai che la verità emergesse. E' il Di Matteo che indaga sulla trattativa, che rifiuta di trasferirsi in un luogo protetto perché casa sua è Palermo, è il capoluogo siciliano, è la città in cui hanno camminato Falcone e Borsellino. In cui sono morti, Falcone e Borsellino. 
Nino Di Matteo ne ha raccolto l'eredità, la passione per la giustizia, l'impegno per un'Italia libera dalla criminalità organizzata, dal giogo della mafia. Ha proseguito per la strada segnata dai due giudici antimafia e ha continuato a muovere un passo dopo l'altro, verso un traguardo che, se nessuno vi credesse, apparirebbe utopia. Forse è proprio questo, il compito degli eroi: credere profondamente e intrinsecamente in un ideale, in un astrattismo, tanto da modellarlo nella realtà, attraverso il pensiero, la volontà, la lotta per esso. Mediante l'avverbio “nonostante”. Nonostante le avversità, nonostante i pericoli, nonostante le difficoltà, nonostante la paura, nonostante tutto.
Nonostante uno Stato assente, sempre e comunque. Quello stesso gigante che, consapevole di farlo, chiude gli occhi per non vedere chi calpesta e poter, successivamente, osservare i corpi riversi in terra, martoriati e schiacciati, e piangerli, nell'ipocrisia. Lo Stato che non ha certo offerto il proprio appoggio ai magistrati della trattativa, che tanto ha tentato, ancora, di insabbiare. Che ha ottenuto la distruzione delle intercettazioni tra Mancino e Napolitano, per esempio. Che ha assolto Mario Mori, per farne un altro. Lo Stato, sempre lo stesso, tentacolare ancor più che Cosa Nostra, che impedisce a Di Matteo di ricevere i “bomb jammer”, quegli stessi dispositivi che, due decenni fa, richiedeva anche Falcone e -pure a lui- vennero negati. Troppo pericolosi, poco efficaci, ma solo per il magistrato. Perché, invece, per i vari politicanti -vedi Alfano, Berlusconi, Napolitano stesso- magicamente non si rivelano dannosi. 
E' lo Stato, sempre lui, che continua ad abbandonare i suoi servitori più leali e giusti, perché quella stessa giustizia e lealtà sarebbe potenzialmente in grado di piegarlo, mutilarlo, farlo rinascere, più pulito. E non è accettabile. Per questo si guarda e si attende. E' solo questo: attesa. Che Cosa Nostra si muova e compia quello che lo Stato, quello marcio, vorrebbe e, subdolamente, rinnega successivamente in fiumi di lacrime postume, assolvendosi, macchiandosi, suicidandosi.

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