Eurex di Saluggia. emergenza ambientale


Eurex di Saluggia. Le inconfessabili strategie militari si trasformano in emergenza ambientaleUn veleno che continua a preoccupare gli abitanti e gli ambientalisti. Un veleno la cui esistenza è comprovata da anni, ma per il quale a quasi nulla sono valse le denunce che, ciclicamente, sono state avanzate, per poter sperare di vivere, finalmente, in una cittadina più pulita.


E' Saluggia, un paesino di poco più di 4mila anime ad un passo dalla Dora Baltea, in provincia di Vercelli. Un Eden a portata di mano, a pochi chilometri di distanza dalle verdeggianti colline del Monferrato, ma già nella zona pianeggiante, laddove le risaie si susseguono metro dopo metro. Un paradiso, e così lo chiamavano già quarant'anni fa, aggiungendovi però due parole che guastavano il tutto: “del Nucleare”.
Merito dell'impianto Eurex, un'installazione entrata in funzione nel 1970, che ha potuto godere, negli anni, di veri e propri privilegi, altrove impensabili: l'impianto per esempio, non era assolutamente riportato su alcun tipo di mappa. Come se non esistesse, come se non fosse una presenza incombente ed inquietante. Oltre che, ovviamente, altamente inquinante. Questo perché, tra i privilegi, è spiccato per anni quello peggiore: la possibilità, cioè, di scaricare nelle acque della Dora quantità di rifiuti radioattivi di molto superiori a quelle che erano consentite in qualsiasi altra zona d'Italia.
Non solo “paradiso del Nucleare”. Nei decenni, Saluggia, ha conosciuto molti nomi e s'è vista affibbiare, volente o nolente, le più svariate definizioni. “Il paese delle scorie”, per esempio, stante il fatto che vi erano presenti due terzi del totale dei rifiuti radioattivi italiani. Secondo il professor Carlo Rubbia, invece, il paese era il luogo in cui si correva un rischio planetario. E non si parla di un catastrofista o di un'ambientalista estremista: Rubbia all'epoca era il presidente dell'Enea; conseguentemente il “titolare” degli impianti.
Ma Saluggia venne definita anche “il risultato emblematico della stagione nucleare italiana”: una produzione di poca energia elettrica a fronte di una tanto ingombrante quanto voluminosa generazione di rifiuti radioattivi, la cui conservazione non ha mai, in quel periodo, rappresentato un problema. In linea con un pensiero tipicamente italiano, si è lasciato che questi si accumulassero, forti della convinzione irresponsabile del “ci penseranno i posteri”.
E i posteri ci hanno pensato. Hanno pensato soprattutto a quanto Saluggia rappresentasse un unicum, in Italia, e non solo per l'immane quantità di radioazioni che qui sono presenti, ma anche perché l'Eurex non era una centrale atta a produrre energia elettrica, come ingenuamente i più credevano. Era un impianto di riprocessamento, un luogo -sebbene nessuno l'abbia mai reso ufficiale -strettamente collegato alle strategie militari. Qui infatti le barre di combustibile, provenienti dalle centrali di Trino e di Petten, venivano disciolte per recuperare il plutonio, un elemento non presente in natura, essenziale per la realizzazione di bombe atomiche. Il plutonio però aveva un difetto: per recuperarlo era necessario scinderlo dai prodotti di fusione, ovvero quei frammenti di uranio presenti nelle barre di combustibile; materiali instabili ed estremamente radioattivi. Un lavoro lungo, oltre che dispendioso, sia in termini di liquidità che di fatica. Per recuperare cinque chilogrammi di plutonio, vennero liberati sette milioni di miliardi Becquerel -l'unità di misura dell'attività di un radionuclide- di rifiuti, i quali rimasero semplicemente sul posto in stato liquido, in dei serbatoi interrati, a circa 50 metri dalle acque fiume. Non era sufficiente: si necessitava di più plutonio e, di conseguenza, di più barre combustibili. Si diede così inizio all'importazione: le “materie prime” vennero inviate a Saluggia direttamente dal Canada. Arrivavano in Italia, dopo aver attraversato mezzo mondo, e venivano stipate in due magazzini, uno dei quali altro non era che un impianto di ricerca denominato “Avogadro”.
Per più di un decennio, le attività dell'Eurex si limitarono a questo. Finché, negli anni '80, qualcuno non cominciò a rendersi conto dell'emergenza che stava venendosi a creare. Nell'84, le attività vennero interrotte. Nel giro di pochi anni le informazioni iniziarono a divenire di dominio pubblico: finalmente comparvero delle mappe, così come dei dati, rappresentazioni disarmanti della drammaticità di un sistema fruttuoso ma incosciente. I cittadini cominciarono a richiedere delle risposte, la politica fingeva di non sentire. E intanto la situazione peggiorava. Tanto da costringere l'Enea a cedere e, nel 2003, la gestione dell'impianto venne affidata alla società di Stato Sogin, incaricata della bonifica.
Lieto fine? Inizio di un'odissea. Nel 2004, appena un anno dopo, dal primo magazzino -quello a pochi metri dalla Dora- prese fuoriuscire acqua contaminata. Per due anni, le autorità finsero di non saperlo. Anche in questo caso, gli appelli e le denunce caddero nel vuoto, finché non fu più possibile negare l'evidenza: era il 2006, due anni di avvelenamento per i cittadini, che si trovarono elementi radioattivi persino nei pozzi ad uso privato, a tre chilometri più a valle degli impianti. Ci vollero altri dodici mesi prima che gli addetti ai lavori riuscissero a svuotare il magazzino per spostare tutte le barre di combustibile all'interno del secondo deposito, l'Avogadro, nonostante ci si rendesse perfettamente conto di quanto fosse inadeguato. E infatti, pochi mesi dopo, nei pressi della struttura, venne riscontrata un'altra contaminazione. Essenziale sottolineare che, a meno di due chilometri da esso, nel senso in cui scorre la falda acquifera, si trovano i pozzi dell'acquedotto più grande del Piemonte, quello del Monferrato, in grado di servire più di cento comuni.
Il trasferimento all'interno del deposito Avogadro doveva comunque trattarsi di una soluzione temporanea: qui le barre sarebbero rimaste fintanto che non fossero partite per la Francia per il riprocessamento. Un'operazione che è cominciata solo nel 2011 e che continua tutt'oggi e che ha sollevato le proteste dei cittadini. Le date in cui i treni colmi di scorie radioattive partono da Vercelli alla volta di La Hague, laddove vengono trattate per poi essere rispedite in Italia, non vengono infatti mai rese adeguatamente note. Viaggi mensili che si organizzano nel silenzio e si compiono nell'inconsapevolezza degli abitanti, con treni che attraversano -spesso di notte- centri abitati portando con sé un pericolo assolutamente non sottovalutabile. E che, comunque, non rappresentano la soluzione. “Nessuno dice che questi trasporti (inutili e dannosi) non risolvono comunque il vero enorme problema dell’area nucleare di Saluggia”, aveva spiegato in merito il responsabile di Legambiente per il vercellese, Gianpiero Godio, “che è quello dei rifiuti radioattivi qui presenti da oltre trent’anni in forma liquida come risultato della pregressa attività di riprocessamento che era praticata presso l’impianto Eurex negli anni 70-80 e che ha fatto sì che Saluggia abbia sul proprio territorio oltre l’80% dei rifiuti radioattivi di tutta Italia”.
Inutile, dunque, in questo senso, trasportare lontano le barre combustibili, se i prodotti delle precedenti attività di estrazione di plutonio restano a pochi metri dalla Dora, infiltrandosi nelle falde acquifere.
Proprio per far fronte a quest'emergenza, nel 2006, Sogin realizzò un nuovo parco serbatoi per i rifiuti liquidi a più alta attività, dove vennero trasferiti nel 2008, in attesa della loro cementazione all'interno del “Cemex”, la cui costruzione è stata autorizzata definitivamente dal Ministero dell'Ambiente soltanto nel marzo del 2013. Si tratterebbe, questo, di un progetto del valore di circa 80 milioni di euro che prevede la cementazione dell'impianto di Saluggia, con la realizzazione di un nuovo deposito temporaneo, il D3, in cui le scorie troveranno spazio in vista del loro successivo trasferimento al deposito unico nazionale. Secondo la società, i lavori per la realizzazione del Cemex dovrebbero dirsi conclusi in 42 mesi: “Una tappa fondamentale per proseguire le attività di bonifica dell'impianto Eurex”, la considerano. Eppure, la comunità scientifica non concorda. Anzi, ritiene l'idea di cementare gli scarti atomici uno spreco di risorse che non porterà alcun giovamento. Attualmente, infatti, non è ancora stata individuata alcuna miscela di cemento in grado di rendere inerti le sostanze radioattive. Piuttosto, gli esperti evidenziano come sarebbe stato più idoneo affidarsi alla vetrificazione, già adottata in Francia e Gran Bretagna. Essa è una tecnologia che permette di inertizzare rifiuti tossico-nocivi permettendone quindi lo smaltimento in discarica, il tutto in accordo con le attuali disposizioni legislative. Inoltre, questo processo ha la capacità di “fissare” i metalli pesanti e gli elementi radioattivi mediante la fusione: tutte le scorie diventano infatti parte del reticolo vetroso e non possono più interagire e, quindi, creare danno alle persone e all'ambiente. Ma non importa: ormai i giochi sono fatti e la Sogin ha assegnato la gara per la costruzione. L'esperienza, talvolta insegna: d'altra parte, nel 2008, la società affidò, senza gara d'appalto, i lavori per lo smantellamento della centrale nucleare di Caorso alla ditta Eco.ge di Genova, gestita dalla famiglia calabrese Mamone. Nel 2012 il titolare, Gino Mamone, venne condannato a 3 anni di reclusione, mentre la Direzione investigativa antimafia considera l'intera famiglia“imparentata ed organica alla 'ndrangheta”.
Sempre riguardo i rifiuti liquidi, nell'agosto di quest'anno si sono finalmente concluse le operazioni di svuotamento e bonifica della vasca Wp 719, quella che più di tutte preoccupava la cittadinanza. Si trattava, questa, di una piscina di stoccaggio finita nella bufera due anni fa, quando l'Ispra rivelò che i liquidi in essa contenuti non potevano assolutamente essere versati nella Dora, in quanto i livelli di radioattività superavano quelli consentiti. Come se non bastasse, qui, mesi fa, erano state scoperte due fessure dalle quali fuoriusciva americio, cesio, stronzio e -sorpresa!- plutonio. La stessa vasca, inoltre, era collocata in un'area a forte edificazione e transito di mezzi pesanti, che la rendevano soggetta a forti vibrazioni -si stava costruendo il deposito D2, per il contenimento temporaneo dei rifiuti solidi, terminato questo giugno-. Importante ricordare anche che Saluggia ha già conosciuto, nella sua storia, diverse alluvioni, e una vasca a cielo aperto, a un passo dal fiume e dall'acquedotto non era certo quanto gli abitanti auspicassero. Per questo, la bonifica si rendeva assolutamente urgente, nonostante, per lungo tempo, dalla Sogin avessero fatto sapere come le perdite fossero irrilevanti e non rappresentassero alcun rischio, in netto contrasto con l'allerta che era venuta a crearsi tra la popolazione.
I lavori però non sono ancora finiti: c'è ancora tanto da fare e la Sogin lo sa. Così come lo sa anche la cittadinanza e le autorità, che tengono sott'occhio il sito nucleare temendo ancora il peggio. E dovranno trattenere il respiro per molto tempo ancora: la società di Stato, infatti, prevede il termine definitivo dei lavori di bonifica dell'Eurex nel 2029. Fino ad allora, non resta che aspettare e incrociare le dita.

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