Concerto per pianoforte n. 1 di Čajkovskij: come ascoltarlo

Un pianista al pianoforte a coda con orchestra sul palco illuminato, per la guida all’ascolto del Primo concerto di Čajkovskij.

Il Concerto per pianoforte n. 1 di Čajkovskij si apre con una delle melodie più famose di sempre, e il suo segreto è che dopo l'introduzione non torna più. Benvenuti su Free-Italia: vi guido nell'ascolto direttamente al pianoforte, dall'inizio alla fine, per capire come prende forma quest'opera per pianoforte e orchestra. Restate fino in fondo, perché parliamo anche di Putin e di chi si è preso Čajkovskij.

Cosa rende unica l'apertura del Concerto per pianoforte n. 1 di Čajkovskij?

Tutto comincia con i corni. Quattro note che scendono, ripetute tre volte, come un richiamo. Poi entra il pianoforte con accordi pieni che salgono lungo la tastiera. Sopra, gli archi cantano la melodia larga che conoscete anche se non siete mai entrati in una sala da concerto.

Il dettaglio che pochi notano è la tonalità. Il concerto è in si bemolle minore, ma l'introduzione è in re bemolle maggiore, la sua relativa maggiore. È come entrare in casa dalla porta del giardino: il posto è giusto, l'ingresso no. Per questo l'attacco suona così aperto, prima che arrivi il dramma.

Al pianoforte lo si sente subito. In quei primi minuti il solista fa da fondale: gli accordi sostengono, la melodia è dell'orchestra. Solo dopo il pianoforte prende il tema e lo fa suo, con una cadenza tutta per sé.

C'è un paradosso che mi piace molto. Čajkovskij non si considerava un pianista, come scrisse alla mecenate Nadežda von Meck, eppure ha firmato uno dei concerti più amati di sempre.

Perché quella melodia non torna più?

Qui sta la stranezza più grande. Il tema dell'apertura, dopo l'introduzione, non ricompare più: né nel primo movimento, né negli altri due. Per un compositore dell'Ottocento era quasi uno spreco, perché le idee forti si facevano tornare più volte.

Il musicologo Francis Maes ha notato che quella melodia contiene i nuclei dei motivi di tutto il concerto, e che i temi dei tre movimenti sono legati tra loro. Io la vedo così: Čajkovskij vi regala subito la cosa più bella, poi la ritira e vi lascia i semi. Il resto del concerto cresce da lì.

Perché certe melodie ci sembrano familiari al primo ascolto? Me l'ero chiesto anche quando ho raccontato il filo nascosto che lega Pachelbel ai Queen e a Lady Gaga. Qui, secondo me, conta anche l'attesa: i corni preparano il terreno e l'orecchio è pronto a ricevere.

Finita l'introduzione, il primo movimento cambia faccia. Entra l'Allegro con spirito, in si bemolle minore, con un tema nervoso che viene da un canto popolare ucraino. Čajkovskij racconta di averlo sentito da un cantore cieco che si accompagnava con una specie di lira. Tutti i cantori ciechi, scrisse, suonavano sempre la stessa melodia.

Come ascoltare i tre movimenti

Un'esecuzione completa dura circa 35 minuti. Ecco cosa tenere d'orecchio, movimento per movimento.

  • Allegro non troppo e molto maestoso: dopo l'introduzione, seguite come pianoforte e orchestra si passano il tema ucraino, quasi litigando. È il movimento più lungo e il più spettacolare per il solista.
  • Andantino semplice: torna il re bemolle maggiore e il flauto canta una melodia semplice. Al centro c'è una parte velocissima che cita una canzonetta francese, Il faut s'amuser, danser et rire, che i fratelli del compositore cantavano di continuo nei primi anni Settanta dell'Ottocento.
  • Allegro con fuoco: il finale corre come una danza sul canto ucraino Vyidy, vyidy, Ivanku. Verso la fine arriva un secondo tema largo, che l'orchestra porta a una chiusa trionfale in si bemolle maggiore.

Un consiglio pratico. La prima volta ascoltatelo tutto, senza fermarvi. La seconda volta seguite solo il pianoforte e chiedetevi quando guida e quando accompagna: è la domanda da cui parto anch'io quando vi porto dentro il concerto.

Dalla stroncatura al trionfo: com'è nato il concerto?

Čajkovskij lo scrisse tra novembre 1874 e febbraio 1875. La vigilia di Natale del 1874 lo suonò a Nikolaj Rubinstein, pianista e direttore del Conservatorio di Mosca, sperando che fosse lui il primo interprete. La risposta fu una stroncatura durissima, con una lista di modifiche. Čajkovskij rifiutò: il concerto sarebbe uscito così com'era.

La dedica andò a Hans von Bülow, pianista e direttore tedesco, che ne lodò l'originalità. La prima esecuzione si tenne a Boston, alla Music Hall, il 25 ottobre 1875, diretta da Benjamin Johnson Lang. Il pubblico la accolse con entusiasmo. Chi vuole la cronologia completa la trova nella scheda del concerto su Tchaikovsky Research.

Poi la sorpresa. Nel 1878 fu proprio Rubinstein a suonarlo, a Mosca e poi a San Pietroburgo e Parigi, e Čajkovskij gli dedicò il secondo concerto. Ci vedo una lezione semplice: una critica dura non è una sentenza. Il compositore lo ritoccò nel 1879 e nel 1889, e quella del 1889 è la versione che si suona nelle sale.

Nell'aprile 1958 il concerto fece la storia una seconda volta. Al primo Concorso Čajkovskij di Mosca vinse il texano Van Cliburn, 23 anni. In piena guerra fredda i giudici chiesero il permesso a Nikita Chruščëv prima di premiare un americano. Il suo disco del concerto fu il primo album di musica classica a diventare disco di platino.

Di chi è Čajkovskij? La cultura russa tra Cremlino e Ucraina

Da parte di padre, Čajkovskij discendeva da una famiglia cosacca chiamata Chaika. A Kamianka, in Ucraina, viveva la sorella Aleksandra Davydova, e lì lui soggiornò decine di volte tra il 1865 e il 1893. In quella casa lavorò all'Ouverture 1812, al secondo concerto per pianoforte e alla Serenata per archi.

Il Cremlino, invece, ha costruito un Čajkovskij su misura. Nel settembre 2013 il ministro della Cultura Vladimir Medinsky dichiarò che non c'erano prove della sua omosessualità. Era l'anno in cui Putin aveva firmato la legge contro la cosiddetta propaganda gay, e un film finanziato dallo Stato evitava l'argomento. Gli storici, invece, la considerano documentata.

Il 13 aprile 2022 la Federazione mondiale dei concorsi musicali internazionali ha espulso il Concorso Čajkovskij. Il motivo: è finanziato dal regime russo e usato come propaganda. Dall'altra parte, a dicembre 2025 il ministero della Cultura ucraino ha tolto il nome di Čajkovskij all'Accademia nazionale di musica di Kyiv, definendolo un simbolo della politica imperiale russa.

Su Kyiv riconosco che la scelta ha una logica. Quel nome era stato dato nel 1940, in epoca sovietica, e decidere come chiamare le proprie istituzioni spetta agli ucraini. Il dibattito, però, è stato vero anche lì: nel giugno 2022 il consiglio accademico aveva votato per tenerlo.

È giusto smettere di suonare Čajkovskij per colpa di Putin?

Nel marzo 2022, dopo l'invasione dell'Ucraina, l'orchestra amatoriale Cardiff Philharmonic tolse dal programma un concerto dedicato a Čajkovskij, con l'Ouverture 1812. Nel dicembre 2022 il ministro della Cultura ucraino Oleksandr Tkachenko chiese agli alleati di sospendere le esecuzioni delle sue opere finché la Russia non avesse fermato l'invasione.

L'argomento del ministro va preso sul serio. Secondo Tkachenko, Putin usa l'arte del suo Paese come uno strumento e perfino come un'arma, e il caso del Concorso gli dà ragione. Non chiedeva di cancellare Čajkovskij, ma una pausa. Per chi vive sotto le bombe, sentire celebrare la grandezza russa può fare male.

Io però non sono d'accordo, e lo dico da persona che si oppone a Putin e alla sua guerra. Il Čajkovskij vero, omosessuale, di casa in Ucraina, applaudito per la prima volta a Boston, è l'esatto contrario di quello che il Cremlino vuole raccontare. Smettere di suonarlo significa lasciare a Putin la versione falsa.

Ha senso, invece, chiudere le porte a chi sostiene la guerra: nel 2022 la Filarmonica di Monaco ha licenziato il direttore Valery Gergiev perché non aveva preso le distanze dall'invasione. Giudicare le scelte di una persona viva è giusto. Mettere al bando un compositore morto nel 1893 è cancel culture, la stessa che ho criticato quando ha cambiato lato ed è passata a destra.

Cosa ci portiamo a casa

Il primo concerto per pianoforte di Čajkovskij ci prende perché rompe le regole. Una melodia enorme, nella tonalità sbagliata, appare una volta sola e lascia spazio a canti ucraini, a una canzonetta francese e a un finale travolgente. È nato da una stroncatura ed è diventato un trionfo, a Boston nel 1875 e a Mosca nel 1958.

La sua storia ci ricorda anche che la cultura non appartiene ai regimi. La prossima volta che lo ascoltate, seguite il pianoforte: quando accompagna, quando litiga, quando vince. E ditemi nei commenti: secondo voi un compositore va giudicato per le scelte del governo del suo Paese, più di un secolo dopo la sua morte?

Gerd Dani, Free-Italia

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