Io una cosa non capisco dei negazionisti dell’origine antropica del cambiamento climatico.
“Di origine antropica” significa che è colpa dell’uomo. E se è colpa dell’uomo, allora possiamo farci qualcosa. Con tanta fatica, per carità, ma possiamo farci qualcosa.
L’abbiamo incasinato noi, possiamo smettere di farlo. Certo, le cose non tornerebbero come prima subito; ci vorrebbe un sacco di tempo, probabilmente generazioni. Però avremmo almeno una possibilità concreta di intervenire direttamente sul problema.
Invece, per qualche ragione che non sempre coincide con l’essere petrolieri o avere interessi diretti nella questione, ad alcuni piace pensare che il Sole ci stia friggendo senza che possiamo farci niente.
Ecco, questa cosa mi sfugge.
Il paradosso del negazionismo climatico
Se il cambiamento climatico è causato principalmente dalle attività umane, allora significa che il nostro modo di produrre energia, consumare risorse, spostarci, coltivare, costruire e organizzare l’economia ha alterato gli equilibri del pianeta.
È una notizia pessima, certo. Ma dentro questa pessima notizia ce n’è una meno pessima: se siamo parte del problema, possiamo essere parte della soluzione.
Possiamo ridurre le emissioni, cambiare le fonti energetiche, migliorare l’efficienza, proteggere gli ecosistemi, ripensare produzioni e consumi. Non è facile, non è gratis, non è immediato. Ma è possibile.
Se invece il cambiamento climatico fosse davvero un fenomeno naturale incontrollabile, dovuto solo al Sole, ai cicli cosmici o a qualche forza esterna sulla quale non abbiamo alcuna influenza, allora la conclusione sarebbe molto più cupa: non possiamo fare nulla.
Saremmo semplicemente spettatori di una catastrofe. Seduti in platea mentre il teatro prende fuoco.
Perché questa idea dovrebbe essere consolatoria?
Ed è qui che non capisco.
Perché una persona dovrebbe preferire credere a una versione dei fatti in cui siamo totalmente impotenti?
Perché dovrebbe essere più rassicurante pensare: “Non è colpa nostra, quindi non possiamo farci niente”, invece di accettare: “È colpa nostra, quindi possiamo almeno provare a rimediare”?
La prima posizione non è ottimista. È fatalista.
Non dice: “Andrà tutto bene”. Dice: “Andrà come deve andare, e noi non abbiamo alcun controllo”.
Francamente, non mi sembra un grande conforto.
La responsabilità pesa più della paura
Forse il punto è proprio questo: la responsabilità fa paura.
Ammettere l’origine antropica del cambiamento climatico significa ammettere che il nostro stile di vita ha conseguenze. Che il benessere costruito negli ultimi due secoli ha avuto un costo ambientale enorme. Che non esiste crescita infinita dentro un pianeta finito.
Significa anche accettare che qualcosa deve cambiare. E cambiare è scomodo.
È molto più semplice dire che è tutto naturale, che il clima è sempre cambiato, che i ghiacciai si sciolgono e si riformano, che una volta faceva caldo anche senza SUV, condizionatori e centrali a carbone.
Sono frasi che sembrano spiegazioni, ma spesso funzionano come anestetici. Servono a non guardare troppo da vicino il problema.
Il clima è sempre cambiato, ma non così
Certo, il clima della Terra è sempre cambiato. Nessuno scienziato serio lo nega.
Il punto è un altro: la velocità e le cause del cambiamento attuale.
Oggi sappiamo che la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è aumentata in modo rapidissimo dall’inizio dell’era industriale. Sappiamo che questo aumento è legato alla combustione di carbone, petrolio e gas. Sappiamo che i gas serra trattengono calore. Sappiamo che la temperatura media globale sta aumentando.
Non è una sensazione. Non è una moda. Non è un’opinione da salotto televisivo.
È fisica. È chimica. Sono misurazioni. Sono dati raccolti da decenni.
Il negazionismo come scelta identitaria
Poi c’è un altro problema: il cambiamento climatico è diventato una questione identitaria.
In certi ambienti, accettare l’origine antropica del riscaldamento globale viene percepito come un atto politico, quasi come un cedimento culturale. Come se dire “la CO₂ scalda il pianeta” significasse automaticamente iscriversi a un partito, abbracciare una certa ideologia o volere il ritorno alle candele.
Ma la realtà non funziona così.
Un fatto scientifico non diventa falso solo perché lo dice qualcuno che ci sta antipatico.
La gravità non è di destra o di sinistra. La fotosintesi non vota. L’effetto serra non ha una tessera di partito.
“Non possiamo farci niente” è una scusa comoda
Dire che il cambiamento climatico non dipende da noi permette una cosa molto comoda: non cambiare nulla.
Se non è colpa nostra, allora nessuno può chiederci di modificare abitudini, consumi, politiche energetiche, modelli produttivi.
Possiamo continuare come prima, magari lamentandoci del caldo a giugno, delle alluvioni, della siccità, degli eventi estremi, ma senza mai mettere in discussione il meccanismo che contribuisce ad alimentarli.
È una forma di assoluzione preventiva.
Non sono io. Non siamo noi. È il Sole. È sempre successo. È la natura. È un ciclo.
E così la coscienza resta pulita, almeno in apparenza.
Ma la realtà resta lì
Il problema è che la realtà non ha bisogno del nostro consenso per esistere.
Possiamo discutere quanto vogliamo, possiamo litigare sui social, possiamo condividere grafici tagliati male, video complottisti e frasi ad effetto. Ma intanto i ghiacciai arretrano, gli oceani si scaldano, gli eventi estremi aumentano, le stagioni cambiano, gli ecosistemi si modificano.
La realtà non si offende se la neghiamo. Semplicemente procede.
E prima o poi presenta il conto.
Il punto non è sentirsi colpevoli, ma responsabili
Attenzione: riconoscere l’origine antropica del cambiamento climatico non significa passare il tempo a sentirsi individualmente colpevoli per ogni lampadina accesa o ogni viaggio in macchina.
Il punto non è trasformare la questione climatica in un esercizio di autoflagellazione quotidiana.
Il punto è capire che esiste una responsabilità collettiva, politica, economica e industriale. E che proprio perché il problema nasce anche dalle nostre scelte, dalle nostre tecnologie e dai nostri modelli di sviluppo, allora possiamo intervenire su quelle scelte, quelle tecnologie e quei modelli.
La responsabilità non è solo un peso. È anche una possibilità.
Meglio responsabili che impotenti
È questo che continuo a trovare assurdo.
Tra due visioni del mondo, una in cui abbiamo fatto danni ma possiamo agire, e una in cui siamo completamente in balia di forze incontrollabili, alcuni scelgono la seconda e la presentano pure come più razionale, più libera, più rassicurante.
A me sembra il contrario.
Preferisco una verità scomoda ma utile a una bugia comoda e paralizzante.
Preferisco sapere che abbiamo responsabilità, perché almeno significa che abbiamo margine d’azione.
Preferisco l’idea che il futuro non sia già scritto, anche se richiede fatica, conflitto, cambiamento e coraggio.
Conclusione
Quello che mi sfugge, in fondo, è proprio questo: perché qualcuno dovrebbe trovare consolatorio credere che il pianeta si stia scaldando per cause fuori dal nostro controllo?
Perché preferire l’impotenza alla responsabilità?
Perché scegliere una spiegazione che ci assolve, sì, ma allo stesso tempo ci condanna a non poter fare nulla?
Io non lo trovo liberatorio. Lo trovo disperante.
Se invece accettiamo che il cambiamento climatico ha una forte origine antropica, allora la storia cambia. Non diventa facile. Non diventa allegra. Ma almeno diventa una storia in cui possiamo ancora fare qualcosa.
E in questo momento, mi sembra già moltissimo.
Illuminatemi.

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