Nevio Coral è una figura emblematica nel rapporto 'ndrangheta-politica. Imprenditore a capo di un gruppo industriale attivo nel nord Italia e all'estero, è stato sindaco di Leinì per diciassette anni, prima di passare lo scettro al figlio Ivano e tentare di occupare la poltrona di primo cittadino a Volpiano, il paese confinante. Un altro suo figlio, Claudio, è il marito di Caterina Ferrero, l'ex assessore regionale alla Sanità, arrestata nell'ambito di un'inchiesta sulla corruzione. Secondo il riesame, inoltre, il suocero le permise, tramite i contatti con la 'ndrangheta, di vincere le elezioni ed essere eletta nella giunta Cota. Il braccio destro di Coral, Piero Gambarino, oltre ad essere uno stretto collaboratore della Ferrero, sarebbe socio di Achille Berardi (ritenuto affiliato alla locale di Cuorgnè) e Valerio Ierardi (ritenuto affiliato alla “bastarda”). Il trio, infatti, possiede la società “Sport nel Canavese S.r.l”, che ha in gestione dal 2007 il centro polisportivo “Palalancia” di Chivasso, su cui Gambarino, socio di maggioranza, effettuò alcune opere edili di rinnovamento.
Nel 2009, Nevio Coral era consigliere comunale di Leinì e cercava di fare propaganda per il figlio Ivano, candidato alle provinciali per il Pdl.
Era il 18 maggio: l'ex sindaco si mise in contatto con Vincenzo Argirò chiedendogli un incontro, fissato per due giorni dopo, il 20, presso il ristorante di suo figlio Claudio.
Alla cena, oltre i due, parteciparono: Vicenzo Todarello, Antonio Ruperto, Emilio Gallo, Eduardo Cataldo, Gioacchino Giudice e Massimiliano Lastella. “Imprenditori”, come li chiamò Coral, incriminati a vario titolo per porto abusivo d'armi, ricettazione, favoreggiamento, rapina, estorsione, minacce, lesioni, traffico di stupefacenti.
Lo scopo della serata divenne ben chiaro, di fronte le parole dell'ex sindaco: “Quando le strade si fanno, i lavori si fanno, gli appalti vanno avanti …(inc)…, le cose si fanno, allora se questo principio lo adottiamo…su un gruppo che… e innanzitutto prendiamo uno lo mettiamo in Comune, l’altro lo mettiamo nel consiglio, l’altro lo mettiamo in una proloco, l’altro lo mettiamo in tutta altra cosa, magari arriviamo che ci ritroviamo persone nostre che… (sembra dica: non ce le facciamo togliere dagli altri)…e diventiamo un gruppo forte”.
Coral sembra stesse comprandosi i voti della comunità calabrese, in cambio di posti di lavoro. Il costo dell'affare? 24mila euro. La cifra che l'imprenditore dirottò sui conti dei calabresi, adducendo come motivazione il pagamento di un'attività di volantinaggio pre-elettorale.
Era il 18 maggio: l'ex sindaco si mise in contatto con Vincenzo Argirò chiedendogli un incontro, fissato per due giorni dopo, il 20, presso il ristorante di suo figlio Claudio.
Alla cena, oltre i due, parteciparono: Vicenzo Todarello, Antonio Ruperto, Emilio Gallo, Eduardo Cataldo, Gioacchino Giudice e Massimiliano Lastella. “Imprenditori”, come li chiamò Coral, incriminati a vario titolo per porto abusivo d'armi, ricettazione, favoreggiamento, rapina, estorsione, minacce, lesioni, traffico di stupefacenti.
Lo scopo della serata divenne ben chiaro, di fronte le parole dell'ex sindaco: “Quando le strade si fanno, i lavori si fanno, gli appalti vanno avanti …(inc)…, le cose si fanno, allora se questo principio lo adottiamo…su un gruppo che… e innanzitutto prendiamo uno lo mettiamo in Comune, l’altro lo mettiamo nel consiglio, l’altro lo mettiamo in una proloco, l’altro lo mettiamo in tutta altra cosa, magari arriviamo che ci ritroviamo persone nostre che… (sembra dica: non ce le facciamo togliere dagli altri)…e diventiamo un gruppo forte”.
Coral sembra stesse comprandosi i voti della comunità calabrese, in cambio di posti di lavoro. Il costo dell'affare? 24mila euro. La cifra che l'imprenditore dirottò sui conti dei calabresi, adducendo come motivazione il pagamento di un'attività di volantinaggio pre-elettorale.
Ma non è solo questo a far storcere il naso agli inquirenti.
In un'altra intercettazione, Bruno Iaria, affiliato alla locale di Cuorgnè, affermò che suo zio, Giovanni, avrebbe ottenuto dal sindaco di Leinì degli appalti, in cambio del sostegno elettorale del clan. Questo accordo avrebbe permesso a Coral di non pagare il pizzo e al gruppo di utilizzare il nome dell'imprenditore come “biglietto da visita”.
In un'altra intercettazione, Bruno Iaria, affiliato alla locale di Cuorgnè, affermò che suo zio, Giovanni, avrebbe ottenuto dal sindaco di Leinì degli appalti, in cambio del sostegno elettorale del clan. Questo accordo avrebbe permesso a Coral di non pagare il pizzo e al gruppo di utilizzare il nome dell'imprenditore come “biglietto da visita”.
Giovanni Iaria è un nome noto alle cronache. Quando giunse in Piemonte, negli anni sessanta, era un semplice apprendista muratore. In pochi anni, assieme al fratello Carmelo, riuscì a creare un'impresa edile, una delle più importanti del canavese, che dava lavoro a quasi tutti i calabresi della zona. Nel 1975, Giovanni Caggegi, imputato con l'accusa di aver ucciso a bastonate l'industriale Mario Ceretto, affermò che il mandante dell'assassinio fu proprio Iaria. Il movente è da ricercare nel litigio che intercorse tra i due: Ceretto, liberale, rifiutò di inserire il presunto 'ndranghetista nella sua lista elettorale; Iaria spostò il pacchetto di voti sul Psi. Partito che lo accolse più che volentieri: egli divenne così assessore allo Sport e al commercio nella giunta di Bosone.
Nel '79, però, Giovanni Iaria venne arrestato. Dovette rispondere dell'accusa di truffa, bancarotta e falsificazione di libri contabili in merito alla gestione della cooperativa “Aurora” di Borgaro. Per gli stessi fatti fu fermato anche il futuro leghista Mario Borghezio che, secondo La Stampa del 3 maggio 1980, invece di assistere come legale gli amministratori della cooperativa, partecipava agli utili dell'impresa truffaldina.
Nel '79, però, Giovanni Iaria venne arrestato. Dovette rispondere dell'accusa di truffa, bancarotta e falsificazione di libri contabili in merito alla gestione della cooperativa “Aurora” di Borgaro. Per gli stessi fatti fu fermato anche il futuro leghista Mario Borghezio che, secondo La Stampa del 3 maggio 1980, invece di assistere come legale gli amministratori della cooperativa, partecipava agli utili dell'impresa truffaldina.
Oltre ai rapporti che intratteneva con il nipote del boss di Cuorgnè, Coral era in grado di gestire gli appalti pubblici tramite un'altra impresa, la Provana s.p.a, a capitale pubblico, ma privata a tutti gli effetti. Gli appalti, affidati alla municipalizzata, venivano assegnati, il più delle volte, alla “Canavesana Costruzioni” di Urbano Zucco, figlio del capolocale di Natile di Careri a Torino.
Il caso di Nevio Coral non è che uno dei tanti, il più noto.
Ma a Rivoli, Salvatore Demasi, capo locale della cittadina, venne contattato da più politici del centrosinistra, che avrebbero voluto attingere dal suo bacino elettorale.
Allo stesso modo, a Rivarolo Canavese, il segretario comunale di Fabrizio Bertot, Antonino Battaglia, è stato arrestato per aver “sponsorizzato” la candidatura del sindaco alle europee del 2009. Battaglia si era raccomandato con il boss Giuseppe Catalano affinchè la comunità calabrese votasse per il primo cittadino.
Ma a Rivoli, Salvatore Demasi, capo locale della cittadina, venne contattato da più politici del centrosinistra, che avrebbero voluto attingere dal suo bacino elettorale.
Allo stesso modo, a Rivarolo Canavese, il segretario comunale di Fabrizio Bertot, Antonino Battaglia, è stato arrestato per aver “sponsorizzato” la candidatura del sindaco alle europee del 2009. Battaglia si era raccomandato con il boss Giuseppe Catalano affinchè la comunità calabrese votasse per il primo cittadino.
A Chivasso, alle ultime elezioni, vinse il candidato del Pd De Mori. Decisiva per lui, l'alleanza con l'Udc. Non fosse che il coordinatore della campagna elettorale, vicesegretario dell'Udc, eraBruno Trunfio, figlio del capolocale Pasquale. Il boss, residente a Torrazza, è titolare di una ditta edile: “Trunfio & Figli Costruzioni S.a.s”, che fu commissionata per innumerevoli lavori nel torinese.
Nei riguardi del figlio Bruno, ex assessore ai lavori pubblici ai tempi dell'allora sindaco chivassesesen. Fluttero, il tribunale del riesame ha annullato, lo scorso novembre, l'ordinanza restrittiva, pur mantendendolo imputato con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Il politicante, ad ogni modo, rimase poco nelle fila del primo cittadino: uno scandalo lo travolse, costringendo Forza Italia ad allontanarlo. Venne sostituito rapidamente, dopo che emerse la vicenda di un abuso edilizio commesso nella sua villa di Lauriano, paese dove il padre poteva vantare numerosi contatti di lavoro e amicizia.
Nei riguardi del figlio Bruno, ex assessore ai lavori pubblici ai tempi dell'allora sindaco chivassesesen. Fluttero, il tribunale del riesame ha annullato, lo scorso novembre, l'ordinanza restrittiva, pur mantendendolo imputato con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Il politicante, ad ogni modo, rimase poco nelle fila del primo cittadino: uno scandalo lo travolse, costringendo Forza Italia ad allontanarlo. Venne sostituito rapidamente, dopo che emerse la vicenda di un abuso edilizio commesso nella sua villa di Lauriano, paese dove il padre poteva vantare numerosi contatti di lavoro e amicizia.
Ma perchè l'edilizia è tanto importante per la 'ndrangheta?
Essa permette di dare lavoro a diverse persone, fare soldi o, semplicemente, farli girare e ricicarli. Per fare l'imprenditore edile non sono necessari titoli di studio né fedine penali pulite. Inoltre, porre le mani sull'edilizia significa governare un territorio, attraverso scambi di favori con la politica.
Essa permette di dare lavoro a diverse persone, fare soldi o, semplicemente, farli girare e ricicarli. Per fare l'imprenditore edile non sono necessari titoli di studio né fedine penali pulite. Inoltre, porre le mani sull'edilizia significa governare un territorio, attraverso scambi di favori con la politica.
L'8 giugno del 2011, tutto questo emerse in modo dirompente: l'operazione Minotauro fece scattare le manette attorno ai polsi di 150 persone. Ma l'inchiesta nasceva dal ben più lontano 2003, in seguito ad alcuni accertamenti riguardo l'omicidio, avvenuto a Grugliasco, di Giuseppe Donà. Le indagini avevano svelato che la vittima era coinvolta in traffici internazionali di droga. In questo contesto, vennero arrestate numerose persone, tra cui Rocco Varacalli.
Nell'autunno del 2006, Varacalli decise di pentirsi e collaborare con la giustizia, affidandosi al pm Sparagna.
Era detenuto da cinque mesi. Il verbale di quel 25 ottobre è il documento della svolta che il 'ndranghetista s'impegnò a compiere: “Intendo rispondere e collaborare con la giustizia. Ho effettuato questa scelta in quanto ho deciso di cambiare vita dopo18 anni trascorsi nell’illegalità. La mia decisione in tal senso è di intraprendere un’esistenza onesta e corretta. Prendo atto che devo rendere una dichiarazione completa nulla tralasciando e nulla trascurando.” Il motivo? A suo dire: “L’ndrangheta mi ha tradito. Ero orgoglioso di essere un affiliato. Pensavo che fra calabresi fosse giusto aiutarci. Ero un uomo di rispetto, ospitavo i parenti dei carcerati che salivano al nord. Ma hanno iniziato ad infangarmi.” E ancora: “Mi son detto: 'Perché devo continuare a fare il mafioso se gli altri non rispettano le nostre leggi?'”
Era detenuto da cinque mesi. Il verbale di quel 25 ottobre è il documento della svolta che il 'ndranghetista s'impegnò a compiere: “Intendo rispondere e collaborare con la giustizia. Ho effettuato questa scelta in quanto ho deciso di cambiare vita dopo18 anni trascorsi nell’illegalità. La mia decisione in tal senso è di intraprendere un’esistenza onesta e corretta. Prendo atto che devo rendere una dichiarazione completa nulla tralasciando e nulla trascurando.” Il motivo? A suo dire: “L’ndrangheta mi ha tradito. Ero orgoglioso di essere un affiliato. Pensavo che fra calabresi fosse giusto aiutarci. Ero un uomo di rispetto, ospitavo i parenti dei carcerati che salivano al nord. Ma hanno iniziato ad infangarmi.” E ancora: “Mi son detto: 'Perché devo continuare a fare il mafioso se gli altri non rispettano le nostre leggi?'”
Per quattro anni le sue dichiarazioni sono state raccolte dagli inquirenti; più di quattrocento nomi di affiliati all'Onorata Società sono stati citati dal collaboratore di giustizia.
Grazie al suo contributo fu fatta luce sull'omicidio Donà e su quello Roberto Romeo, odontotecnico di Rivalta ucciso nel 1998. Varacalli è imputato tutt'ora dell'omicidio di Alberto Corona, un pastore di vent'anni, ammazzato a Serdiana. Il pentito, però, ha sempre negato con decisione il delitto, nonostante l'idea di uccidere non lo disturbi: “Per me era una gioia. Solo l’idea mi faceva sentire importante. Tante volte ho puntato la pistola alla testa di personaggi poco corretti”
Grazie al suo contributo fu fatta luce sull'omicidio Donà e su quello Roberto Romeo, odontotecnico di Rivalta ucciso nel 1998. Varacalli è imputato tutt'ora dell'omicidio di Alberto Corona, un pastore di vent'anni, ammazzato a Serdiana. Il pentito, però, ha sempre negato con decisione il delitto, nonostante l'idea di uccidere non lo disturbi: “Per me era una gioia. Solo l’idea mi faceva sentire importante. Tante volte ho puntato la pistola alla testa di personaggi poco corretti”
La sua scelta di collaborare, secondo la Procura è “talmente genuina che egli si autoaccusa di reati che non gli sono mai stati contestati”. Per cui, è credibile. “Non si spiegherebbe altrimenti”, come annota il gip Salvadori, “il comportamento della famiglia all’indomani della pubblicazione delle rivelazioni dell’ex affiliato”.
In seguito, infatti, ad alcune dichiarazioni di Varacalli nell'ambito del procedimento battezzato “Stupor Mundi”, i parenti del pentito scrissero una lettera contro l'uomo: “Non siamo più la sua famiglia. Non è degno come non lo è mai stato di dire che fa parte di una famiglia pulita e onesta come la nostra. Non abbiamo parole davanti a un elemento del genere. Sta cercando di distruggere e logorare la nostra famiglia e le famiglie altrui, ma non glielo permetteremo. Sta cercando di gonfiare tutto per rendersi credibile agli occhi della legge”.
In seguito, infatti, ad alcune dichiarazioni di Varacalli nell'ambito del procedimento battezzato “Stupor Mundi”, i parenti del pentito scrissero una lettera contro l'uomo: “Non siamo più la sua famiglia. Non è degno come non lo è mai stato di dire che fa parte di una famiglia pulita e onesta come la nostra. Non abbiamo parole davanti a un elemento del genere. Sta cercando di distruggere e logorare la nostra famiglia e le famiglie altrui, ma non glielo permetteremo. Sta cercando di gonfiare tutto per rendersi credibile agli occhi della legge”.
La famiglia ne prese le distanze, la 'ndrangheta lo minacciò. Non per questo tacque. Poi, a settembre del 2012, sfiancato dalle pressioni, fuggì dai domiciliari e si recò a casa del suocero, in Piemonte.
I carabinieri lo rintracciarono una settimana prima del dibattimento in aula del processo Minotauro, in cui era chiamato a testimoniare in qualità di pentito chiave, assieme a Rocco Marando.
I carabinieri lo rintracciarono una settimana prima del dibattimento in aula del processo Minotauro, in cui era chiamato a testimoniare in qualità di pentito chiave, assieme a Rocco Marando.
Lui, Marando, lo chiamano “Il pentito dei bunker”. Grazie al suo contributo nell'inchiesta Minotauro ne ha fatti trovare sei: nascondigli per la latitanza di 'ndranghetisti, edificati sotto le dimore dei suoi parenti. Non è sempre d'accordo con Varacalli, specialmente quanto riguarda la morte di Roberto Romeo. Secondo Varacalli, infatti, il mandante dell'omicidio fu Domenico Marando. Il pentito di Volpiano, invece, sottolinea che fu l'altro suo fratello, Pasquale, ad ordinare il delitto. Il gip, però, rileva che i due superpentiti hanno versioni spesso coincidenti per quanto concerne il riconoscimento di personaggi e il riferimento di eventi.
Marando permise di far luce su vittime di “lupara bianca”, come quella di Francesco Mancuso, e sulla faida contro gli Stefanelli, colpevoli di avergli ucciso il fratello Francesco.
Pochi giorni prima della fine dell'inchiesta, Rocco Marando cedette: non riuscì più a reggere la tensione derivante dal suo stato di collaboratore di giustizia e fuggì. I carabinieri lo ritrovarono la notte del 7 giugno 2011, a Volpiano, dopo che aveva distrutto con l'auto la vetrina di un bar gestito dagli Agresta.
Il mattino seguente, l'8 giugno, quasi 150 affiliati alla 'ndrangheta vennero arrestati. L'operazione Minotauro divenne attualità.
Marando permise di far luce su vittime di “lupara bianca”, come quella di Francesco Mancuso, e sulla faida contro gli Stefanelli, colpevoli di avergli ucciso il fratello Francesco.
Pochi giorni prima della fine dell'inchiesta, Rocco Marando cedette: non riuscì più a reggere la tensione derivante dal suo stato di collaboratore di giustizia e fuggì. I carabinieri lo ritrovarono la notte del 7 giugno 2011, a Volpiano, dopo che aveva distrutto con l'auto la vetrina di un bar gestito dagli Agresta.
Il mattino seguente, l'8 giugno, quasi 150 affiliati alla 'ndrangheta vennero arrestati. L'operazione Minotauro divenne attualità.
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