Ore 10:25, l'Apocalisse a Colori
C’è un’immagine che, più di ogni altra, racconta l'orrore di quel giorno: una giovane donna che si allontana dalla stazione, trascinando una bicicletta, con il volto stravolto da un urlo muto e disperato: "Bastardi! Assassini!" . Alle sue spalle, il caos. Quella del 2 agosto 1980 è stata la più atroce strage del nostro dopoguerra, la prima che abbiamo visto a colori, in fotografie e filmati che hanno reso l'orrore ancora più reale, più vicino .
Una borsa, lasciata nella sala d'aspetto di seconda classe, conteneva venticinque chili di esplosivo. Alle 10:25, la detonazione fece crollare un'intera ala dell'edificio, spezzando 85 vite e ferendo oltre 200 persone . Un attimo prima c'erano le voci, le attese, i saluti. Un attimo dopo, solo silenzio, polvere e morte.
La Nebbia dei Depistaggi: Quando lo Stato Nasconde
Fin da subito, qualcuno ha provato a seppellire la verità sotto una montagna di bugie. Mentre ancora si recuperavano i corpi dalle macerie, già si parlava di un'improbabile esplosione di una caldaia . Ma era solo l'inizio. La macchina del depistaggio si era messa in moto, potente e spietata. Un dirigente dei nostri servizi segreti, il SISMI, si infiltrò tra gli investigatori usando un nome falso . Poi sono arrivate le piste più fantasiose: quella mediorientale, quella spagnola, quella internazionale . Un fumo denso per confondere, per nascondere la mano che aveva armato gli assassini.
Questa manipolazione della verità è stata così grave da portare alla condanna dei vertici del SISMI e di figure oscure come Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2 . È un fatto accertato, nero su bianco: pezzi dello Stato hanno lavorato insieme a poteri occulti per impedirci di sapere .
La Verità Faticosa dei Tribunali
Nonostante tutto, la giustizia, pur con un'enorme fatica, è riuscita a tracciare un percorso. Dopo anni di processi e oltre 600 mila pagine di atti, le sentenze hanno stabilito una verità giudiziaria: a mettere materialmente la bomba furono Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, capi del gruppo neofascista NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), insieme a Luigi Ciavardini, all'epoca minorenne . Ergastolo per i primi due, trent'anni per il terzo. Una condanna confermata in cinque gradi di giudizio .
Le Prove Ignorate e le Domande Senza Risposta
Molti, ancora oggi, mettono in dubbio questa verità. Ma le carte processuali, spesso ignorate dall'opinione pubblica, raccontano una storia chiara. Raccontano di un detenuto di estrema destra che, prima della strage, aveva avvisato i magistrati di un imminente e terribile attentato, ma il suo allarme fu ignorato . Raccontano di come Fioravanti e Mambro abbiano cambiato più volte il loro alibi per quel giorno, cadendo in continue contraddizioni .
E soprattutto, raccontano di come, due giorni dopo la strage, i due terroristi chiesero documenti falsi a un criminale, Massimo Sparti, vantandosi del "botto" di Bologna . Un incontro che la stessa Mambro ha ammesso, anche se ha provato a giustificarlo in modo poco credibile .
Chi erano i mandanti?
E qui, carissimi lettori, arriviamo al cuore del problema. La domanda più dolorosa, quella che dopo 45 anni grida ancora vendetta. Sappiamo chi sono gli esecutori materiali. Ma chi li ha mandati? Chi ha ordinato la strage? Chi ha fornito i mezzi, il denaro, la protezione? E chi, per tutti questi anni, ha continuato a proteggere questi mandanti, nascondendo la verità in chissà quale cassetto dello Stato? .
La risposta a queste domande fa ancora paura a molti .
Ricordare è un Atto di Resistenza
Ricordare la strage di Bologna non è un semplice esercizio di memoria. Non è solo rendere omaggio alle 85 vittime innocenti e stringersi attorno ai loro familiari, che da decenni si battono con una dignità e una forza incredibili. Ricordare oggi significa pretendere la verità completa. Significa non accontentarsi di una giustizia a metà. Significa guardare in faccia le parti più oscure della nostra storia, quelle in cui pezzi delle istituzioni hanno tradito i cittadini che avrebbero dovuto proteggere.
Finché non sapremo i nomi e i volti dei mandanti, la ferita del 2 agosto resterà aperta. E noi, come cittadini, abbiamo il dovere di non lasciare che su quella ferita cali il silenzio. Ricordare è un dovere. È un atto di resistenza civile. Non dimentichiamo. Mai.

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