venerdì 1 maggio 2020
Ha ancora senso festeggiare il #1Maggio? #festadellavoro
Oggi, Primo Maggio, festa del lavoro. O dovremmo forse dire commemorazione di un lavoro che non c'è più, di un lavoro mortificato, vilipeso, avvilito dall'avidità dei capitalisti e aggravata dalla situazione covid? Forse è banale, ma in un Paese dove ormai i lavoratori che continuano ad essere licenziati, a morire quotidianamente o a lavorare quasi ironicamente (quando va loro bene), dove L'operatore del call.center deve ringraziare il padrone che ancora non ha spostato tutto in Romania o Albania, dove Il cameriere laureato di Mac Donald's, taccie, poichè la 'pizzeria accanto non da al cameriere, le sue misere 700 euro, dove i medici e operatori sanitari sono precari e sottopagati per salvare vite, dove i cittadini hanno imparato a vivere a scadenza; in un Paese dove la cassa integrazione e gli ammortizzatori in deroga rappresentano l’ultimo cuscinetto della società; dove le donne hanno ancora enormi difficoltà dal punto di vista della parità di condizioni nel mondo del lavoro, sia dal punto di vista retributivo che di accettazione. Ci chiediamo: per chi è la festa del 1° maggio? Forse per tutti quei dipendenti che non vogliono allontanarsi dal loro posto di lavoro nonostante siano in età pensionabile, perché lavorare è certamente più conveniente? Oppure è forse per tutte quelle aziende che, nonostante trattino chi lavora con o per loro come dipendenti, inquadrandoli però come liberi professionisti a partita iva, riescono ad evitare di assumersi responsabilità nei loro confronti? È ciò che accade proprio in questo giorno : lavoratori come offerti dai sacerdoti della ricchezza, al Dio Capitale, immolati come vittime per la solenne fame vorace dei ricchi, bestie che si nutrono dei propri schiavi. Oppure, ancora, è per tutti quei manager e dirigenti che hanno retribuzioni raccapriccianti in rapporto alle loro reali responsabilità e che vivono con l’obiettivo di non insegnare in “mestiere” a nessun giovane, così non corrono il rischio che possa diventare più bravo di loro, riuscendo ad ottenerne il posto? Un tempo i genitori facevano studiare i propri figli con la speranza di dar loro una vita migliore. Oggi se un giovane studia si dice che non abbia voglia di lavorare, e se poi, una volta laureato sogna di potersi occupare nel suo campo, si dice che i giovani non si accontentano di nulla e che sono tutti bamboccioni. Pare che nessuno in Italia ricordi quanto sia stato difficile riuscire a fare lo Statuto dei Lavoratori al fine di tutelare davvero i più deboli; qui tutto passa e tutto sembra essere diventato ovvio. Ovvio che il lavoratore abbia i suoi diritti, e quando poi vengono meno tutti tendono a sminuirne il valore. Ovvio che un giovane sia precario, oppure che debba andare all’estero per fare qualcosa. Ovvio che una donna trovi difficoltà nell’essere assunta perché un giorno potrebbe giocare quel terribile scherzo all’azienda di diventare madre. Ovvio che la sicurezza nei luoghi di lavoro sia vista solo come una rottura di scatole e non come la tutela di una vita umana. Ormai son riusciti a convincere che i diritti sono privilegi, sono riusciti a farci digerire lo smart working che mortifica i rapporti sociali e contrattuali. Finalmente il capitale può stare tranquillo. Esso, ghignante, è riuscito ad ottenere ciò che voleva: una sterminata folla di poveri da poter sostituire ogni volta che ne manca uno, col cui lavoro potersi nutrire e nutrire i propri conti in banca. Una situazione raccapricciante. Tutto ciò è molto triste e ci chiediamo cosa ci sia davvero da festeggiare in questo 1° maggio, e soprattutto dunque: per chi è la festa dei lavoratori?
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