Il Quarto Stato è l’opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo che capeggia su questo nostro tributo a tutti i lavoratori d’Europa, in questa primavera del 2020 che sarà ricordata prevalentemente per le morti premature e asfittiche di tanti genitori e nonni ma non solo.
È un’opera maestosa di quasi tre metri per sei alla quale l’artista lavorò per oltre trent’anni terminandola nel 1901, molti anni prima del Futurismo e delle lotte sociali che videro contrapposti i padroni dell’epoca ai braccianti prima e agli operai poi.
Essa raffigura l’ineluttabile e allora inconsapevole cammino verso il capitalismo, che in appena un secolo ha saputo trasformare nel bene e soprattutto nel male il Vecchio Continente e nel mondo.
È dunque un Primo Maggio diverso in cui mancano le piazze e i concertoni. Ciò che non deve mancare è però una riflessione, possibilmente collettiva, sul valore e sul significato del lavoro. Se sia ancora il valore e l'elemento fondante della Costituzione repubblicana, il principale collante di quel progetto di convivenza civile disegnato nella Carta costituzionale, o se sia diventato qualcosa di diverso. In una società in cui il peso delle diseguaglianze è sempre prepotente, il lavoro è sempre più una merce al servizio del capitale. Come più volte denunciato da Papa Francesco, il lavoro è diventato un fattore di ricatto sociale, perdendo la sua funzione di riscatto e di collante sociale assegnatogli dalla Costituzione.
Il lavoro è sempre più debole e precario perché deboli e precari, se non inesistenti, sono diventati i diritti e le tutele dei lavoratori e delle persone. La prevalenza del capitale ha reso il mondo del lavoro sempre più debole. Contrastare il precariato, combattere lo sfruttamento significa ridare dignità alle persone prima ancora che ai lavoratori.
Quello stesso Leviatano che oggi, dopo appena tre mesi, barcolla davanti ad una piccola ed invisibile spora volatile capace di rimettere in discussione tutto. liberismo in primis.
Ma non voglio parlare di “lui”, del virus; da incompetente credo sia meglio tacere. Proteggersi invece, quello si, ma in modo intelligente e per rispetto più che per paura, com’è doveroso fare da parte di coloro che come me sono i meno vulnerabili.
Sul perché e sul come già troppo si è detto con sommo gaudio dei telegiornali e di tutto il palinsesto che fanno ore di edizioni straordinarie da settimane ma che poi in definiva alimentano solo quel sottile e compiaciuto sadismo endemico che si prova di fronte ai colossali numeri dei contagiati, isolati o morti.
Lavorare, lavorare su se stessi, lavorare sulla rassicurazione dei propri cari, lavorare sulla selezione delle informazioni e perché no, delle amicizie, lavorare su una nuova pianificazione del proprio tempo e delle priorità.
Il lavoro è scomparso da qualche decennio dall'agenda politica. L'emergenza che viviamo impone di guardare al futuro, ripartendo proprio dal lavoro.
La fase post-Covid 19 dovrà rimettere al centro il lavoro con i diritti, le tutele e le garanzie ad esso connessi. È il lavoro che ha permesso all'Italia di rialzarsi dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Superata l'emergenza sanitaria, il dovere principale della politica sarà quello di rimettere il lavoro al suo posto. Che è quello assegnatogli dalla Costituzione. Perché senza lavoro non c'è progetto di società.
Infine, profonda stima e ammirazione per quei lavoratori, operatori sanitari e medici che come li definisce San Francesco si dimostrano degli artisti del sociale in quanto non lavorano solo con le proprie mani, non lavorano solo col proprio cervello, bensì lavorano con mani, cervello e cuore.
Buon Primo Maggio,
Siamo ancora noi tutti lavoratori, ognuno col suo compito, a sostenere la nascita un Quinto Stato Sociale, quello del ventunesimo secolo.

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