Gli incendi in Australia sono un anticipo di quello che ci aspetta in un mondo 3 °C più caldo rispetto all'era pre-industriale: non lo dicono dei soliti
allarmisti come noi ma lo affermano gli scienziati del Met Office britannico, autori di una revisione di 57 studi sul rapporto tra incendi e cambiamenti climatici.
Tutti i dati raccolti finora provano che il riscaldamento globale ha già aumentato frequenza e intensità del cosiddetto fire weather, cioè la combinazione di alte temperature, ridotta umidità, forti venti e bassa piovosità che aumenta il rischio di propagazione di incendi su larga scala. Secondo l'analisi, la durata di queste stagioni favorevoli ai roghi estesi si è allungata dal 1979 al 2013, e non per fluttuazioni naturali, ma a causa dell'aumento delle temperature causato dalle attività umane.
Gli estremi climatici che hanno preceduto gli incendi in Australia - il 2019 è stato l'anno più caldo e più secco mai registrato nel Paese - saranno la normalità in un mondo apparentemente incapace di accordarsi per limitare le emissioni. L'Australia è oggi 1,4 °C più calda rispetto alle temperature medie globali dell'era pre-industriale. Con un aumento di 2 °C dovuto al global warming, il sud-est del Paese dovrebbe affrontare ogni anno dai 20 ai 30 giorni extra di condizioni climatiche fortemente favorevoli alla diffusione di incendi incontrollabili.
Attualmente, le temperature globali sono di circa 1 grado più calde rispetto alla metà del 1800. Questi sono gli impatti che vediamo con solo un grado di global warming, effetti CHE peggioreranno, se non facciamo ciò che occorre per stabilizzare il clima mondiale.
I fenomeni meteo naturali come il Dipolo dell'Oceano Indiano (IOD), che porta aria secca sulle coste australiane e che è stato nell'ultimo anno insolitamente intenso, hanno senz'altro avuto un ruolo importante nel creare le condizioni ideali per la propagazione degli incendi in Australia. Ma l'apporto del riscaldamento globale non è per questo da sottovalutare:
Intanto, alcune stime preliminari del Naval Research Laboratory statunitense sostengono che la quantità di ceneri sollevata dagli incendi in Australia fino nella stratosfera dai piro-cumulonembi (le tempeste innescate dai roghi) sia equivalente a quella che emetterebbe un'eruzione vulcanica di scala moderata.
Si stima che soltanto negli ultimi 4 giorni di dicembre, in Australia si siano generati almeno 20 di questi sistemi temporaleschi dovuti all'ascesa di fumo e aria calda. Alcuni di essi sono riusciti a spingere le ceneri fino a 10-50 km di quota, creando un pennacchio che ha attraversato l'Oceano Atlantico verso est e che dovrebbe completare il giro della Terra tornando al punto di partenza in pochi giorni.
A parlare di "scala vulcanica" è stato il meteorologo David Peterson, che afferma che, in termini di fumo emesso nella stratosfera, gli incendi in Australia sono da considerare uno degli eventi peggiori di sempre - un riscontro confermato anche dagli astronauti che in questi giorni li osservano dalla ISS.
Le conseguenze di queste ceneri sul clima non sono ancora note: le emissioni vulcaniche su larga scala possono avere un effetto raffreddante, ma la chimica degli aerosol trasportati dai piro-cumulonembi è diversa e ancora poco studiata, e potrebbero portare sia a un calo, sia a un rialzo (comunque locali) delle temperature. I detriti di materiale bruciato possono rimanere in stratosfera a lungo, anche per mesi, secondo Peterson, perché a quell'altezza sono riscaldati dal Sole, che li porta a fluttuare ancora più su, prolungando la loro permanenza in quota.

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