La recente posizione
del cardinale Bagnasco sul non obbligo di denunciare atti di pedofilia
collegandoli alla privacy, impone una riflessione ulteriore.
E’ evidente che la cultura della
privacy é una cultura ad ampio raggio: il filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson
la trattava come ius excludendi alios
in quel recinto in cui ciascuno
vive e si vive nella solitudine, sinonimo di libertà. Libertà di vietare
accessi nella esclusiva proprietà di
se stessi.
A mio parere la differenza tra l'esser soli, l'esser lasciati soli, il non
lasciare che altri possano essere costretti ad essere soli, è una chiave di lettura delle affermazioni del
Cardinale che usa tuttavia impropriamente l’estensione del termine privacy,
oggi relativo più al diritto della persona di controllare che le informazioni su di
lei siano tutelate a meno che non ci sia uno stato di necessità.
Posto che anche l’atto di pedofilia è un
accesso forzato alla esclusiva proprietà di se stessi, allora, quale è lo stato
di necessità?
Il Cardinale usa il termine di "vittime", così riportano gli articoli giornalistici ma il termine potrebbe riportare al vecchio concetto di sacrificio e risponde
che è l’obbligo morale nei confronti delle vittime a prevalere sull’obbligo
giuridico. E si richiama alle linee guida della Cei che presiede, per le quali i vescovi non
essendo pubblici ufficiali non devono denunciare l’abuso di cui vengono a
conoscenza.
Perché?
Perché la vittima deve
essere rispettata. Rispettata rispetto a cosa, poi, è una domanda altrettanto
critica. Siamo subito portati a pensare che la comunità possa deviare il
giudizio sociale sulle persone abusate che, per quanto siano o possano essere
innocenti, sono comunque marchiate da un atto violento che, pur contro la morale, ne modifica la percezione del corpo e della mente.
Dunque alcuna denunzia
obbligata?
Eppure, mi chiedo se tenere nascosto
l’ingiusto abuso, non crea un più grave senso di colpa in chi deve continuare a
vivere portandosi dentro una tale duplice violenza: la violenza di un pedofilo
e la violenza di non vedersi difeso e sostenuto nella propria innocenza e nella propria integrità.
Se l’abusato non ha
colpa, perché dovrebbe essere nascosto o nascondersi?
E poi, se pedofilo è colui che soffre di
disturbi del
suo desiderio sessuale che comunque gli fa preferire eroticamente infanti ed adolescenti
mediamente deboli di fronte ad adulazioni e prebende, come potremmo difendere
altri infanti ed adolescenti da tale tipo di disturbo che crea violenza?
Quel dito spesso alzato quale
tutela offre e quale interpretazione di libertà garantisce?
Mi chiedo cosa farei se capitasse ad un
mio figliolo. Me lo chiedo perché esiste un limite di verità nelle paure di una
denuncia ma esiste anche un limite di sopportazione della verità quando è
celata come colpa di chi la subisce.
In quel caso sarebbe più forte la
disperazione del mio essere privato, la protezione delle conseguenze sulla
psiche o la rabbia del mio essere sociale? Forza della verità o prevaricazione
del pregiudizio?
Sono propensa a ritenere
che prevarrebbe la difesa di non far sentire in colpa il mio figliolo.
E tu cosa riterresti più morale?
Maria Frisella
Nessun commento:
Posta un commento