Gli
ulivi donano il loro frutto ed il frantoio, “u trappitu”, diffuso dai monaci
Benedettini i Cirtencensi, vive intensi
momenti di attività.
Si
produce l’olio, una volta contenuto nella "Giarra" e si preparano le olive, una volta conservate nella "Burnia" dopo essere state misurate dal "Tumminu".
Sembra
che il seme di un ulivo fosse caduto dal paradiso nei pressi della tomba di
Adamo e una colomba ne abbia portato un ramo a Noè.
Di
certo la sua coltivazione inizia forse più di 6000 anni fa, in Medio Oriente
dove ne apprezzavano il legno che commerciavano fini ad arrivare dalla
Siria in Egitto, dove lo racconta un codice babilonese del 2500 a.c. La trasformazione dell’oleaster in olivo domestico pare sia
stata opera di popolazioni della Siria. L’uso di coltivare l’olivo dall’Asia minore si diffuse nelle isole dell’arcipelago, e quindi in Grecia
Furono i Fenici a commerciare l’ulivo sulle
coste mediterranee, africane e del sud europeo, ed in Sicilia lo portarono i
greci, nel I millennio a.C.
Per i
Sicilioti fu una pianta sacra tanto che veniva condannato all’esilio chi avesse
sradicato ulivi. Aristeo, il dio benefico che vigilava sui prodotti della terra
a cui venne dedicato un tempio a Siracusa, insegnò ai siciliani come estrarre l’olio
con il “trappitu”, il frantoio ancora presente per lungo tempo nella storia estrattiva.
Ricchi gli
oliveti dell’antica Agrigento, nelle
memorie di Diodoro Siculo!
La raccolta
delle olive era una fase delicata: si raccomandava di staccare ad una ad una con
le mani quelle più basse mentre quelle
dei rami alti si facevano cadere scuotendo i rami con dei bastoni lunghi, per
poi raccoglierle e macinarle.L’”abbacchiatura” è ancora in uso.
Nell’età
romana l’olio era l’unico condimento usato per cucinare, prezioso dunque tanto
da leggere nel
De re coquinaria di Marco Gavio Apicio, era un ricco romano del I secolo d.C. , come
sarebbe stato possibile migliorare l’olio spagnolo di mediocre qualità
facendolo sembrare l’ottimo olio della Liburnia. Prime contraffazioni della
storia?
Per evitare che l’olio diventasse rapidamente rancido, mancavano le
successive tecniche di conservazione, si usava la salatura e si consigliava ai
buongustai di conservare le olive in salamoia e di spremerle al momento.
Le olive erano molto apprezzate nelle cene anche importanti, sode come
vergini dice Virgilio, e costituivano l’antipasto e il fine pasto, come
racconta Marziale accompagnando il bere.
Buone tutte, ancora
acerbe, albae, non del tutto mature, variae o fuscae, mature, nigrae. Quelle in salamoia venivano
scolate, denocciolate e condite con vari aromi e miele, o immerse nell’acqua
profumata con finocchio secco e frutti del lentisco.
Le olive bianche erano marinate in
aceto, quelle nere considerate più preziose, erano preparate in conserve che si
usavano sempre come companatico.
Le altre venivano spremute, schiacciandole nella mola olearia e
regolando la pressa in modo da separare la
polpa senza schiacciare i noccioli e il succo era raccolto in un recipiente
sistemato sotto il piano della pressa. L’olio poi veniva messo a decantare in
vasche che precedevano il lacus destinato
alla raccolta finale del prodotto.
Plinio
e Columella classificarono l’olio in cinque categorie a secondo delle ben 10 varietà di ulivi: ex albis ulivis se ottenuto da olive verde chiaro, il più
pregiato, viride se da olive che stanno annerendosi, maturum se da olive mature, caducum se da frutti raccolti da terra e cibarium
se destinato agli schiavi perché spremuto da olive già bacate.
Si
pensi che allora l'olivicoltura rappresentava una delle branche più sviluppate
dell'agricoltura ed il suo commercio era
regolato dai soli commercianti abilitati, i "negotiatores oleari", riuniti in collegi di importatori, che
trattavano il valore dei contratti di
vendita-acquisto dell’olio in una Borsa specializzata, l’ arca olearia. L’olio era apprezzato tanto che chi in almeno un iugero, 2.500 metri quadri,
piantava ulivi veniva esonerato leva militare.
La
caduta dell'impero romano e poi le invasioni barbariche segnarono un arresto
del commercio dell’olio la cui produzione
riprese nel Medioevo arricchendosi del valore della continuità tra
generazioni tanto che il vescovo Augerio fece scrivere nel suo epitaffio : “coltivai innumerevoli fichi, viti e
ulivi”. Le guerre però portarono disordine nell’agricoltura, dal rinascimento al
XVII secolo, e si deve agli spagnoli se gli ulivi ormai abbandonati ad una
coltura selvatica furono reinnestati.
Se in
Toscana Cosimo I riorganizzava l'agricoltura in chiave moderna e l'uliveto
ritornava nelle grandi proprietà come la “fattoria”, si preannunciavano già le
evoluzioni del ‘700, e l’industria dell’olio assunse volumi importantissimi:
chiedevano olio soprattutto i settori del tessile, della lana e del sapone. Inghilterra,
Belgio, Francia, Russia, Germania, sprovviste di olio, lo acquistavano dall’Italia
oltretutto perché l’olio italiano era il migliore ed il più richiesto tanto che
il suo prezzo si decuplicò e i veneziani dovettero adeguarsi al volume degli affari
costituendo un consorzio con il nome di Negozio
di Ponente.
Anche l'olio
meridionale, in otri di capra, venne
commerciato nel nord dell’Europa.
Insomma
l’olio diventè un bene così pregiato da considerarlo un dono significativo, come fece lo studioso Giovanni Presta che regalò a Caterina, zarina
di di tutte le Russie, un campionario dei migliori oli italiani contenuto in un
cofanetto di legno d'olivo.
L’olio diventava prezioso anche in medicina, come base per unguenti e creme, tanto che lo stesso medico del
Delfino di Francia, lo consiglia puro per acciacchi, coliche, avvelenamenti, stitichezza.
Ancora
una oscillazione al ribasso nella coltivazione dell’ulivo dalla seconda metà
dell’800 agli anni ’30, ed ancora dopo la guerra mondiale quando si
predilessero il burro delle cucine nordiche e la margarina industriale. Nulla da ridire ma l'olio è un'altra dimensione!
Oggi,
dagli anni ’80, si ricomincia a guardare al cibo genuino, al prodotto della
terra, alla dieta mediterranea, alla salute.
Trionfa ancora una volta l’olio,
specie se di prima spremitura, e l’olio siciliano è un orgoglio in cucina.
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