Oggi pensavo
a Hüsamettin e Yucel, due meravigliose persone, compagni di tante battaglie
sulla lunga strada dell’adesione delle Turchia all’UE. Per caso, ma forse non
del tutto per caso, sono entrambi sufi (corrente della spiritualità musulmana
che vive nell’amore del prossimo e nella comunicazione con l'universo). Yucel, è un sindacalista, ma anche un Baba (un
saggio sufi), mentre Hüsamettin è stato a lungo presidente degli imprenditori
di Istanbul e sostiene che la cosa a cui più tiene al mondo è girare in barca
con la famiglia e gli amici, discutere e ascoltare musica. Con loro e
con alcuni europei dalle vedute non troppo ristrette – un paio di inglesi, un
belga, un francese poco esagonale e perfino un greco – era stato montato, nel 1994,
un Comitato Consultivo Misto (CCM) UE/Turchia che agiva su diversi piani a
favore dell’entrata della Turchia nell’UE: studi, iniziative, rapporti
congiunti, incontri su diversi temi con le autorità turche e quelle UE e altre
piccole azioni di lobby coi governi dei diversi paesi.
Oggi, il CCM UE/Turchia ha certo vita
difficile: i negoziati di adesione sui famosi 31 capitoli (schema d’esame per
ogni disciplinato Stato Membro) si sono praticamente interrotti dopo la
repressione brutale delle manifestazioni di Piazza Taksim del 2013.
Nell’orizzonte dichiarato del prossimo Presidente della Commissione UE, della
Turchia non si parla proprio. Nei media, la si cita in modo frammentario e,
comunque, negativo anche a causa dell’evidente compromissione di Erdoğan con
l’ISIS, scelta inaccettabile, oltre che dannatamente pericolosa per lui (e non
solo).
Se la
Turchia cacciasse Erdoğan e la sua cricca, potremmo riparlare di adesione? Con
la tenacia del perdente cronico (che, però, sa di cosa parla) dico sì, non solo
potremmo, ma dovremmo. Tra la Turchia e l’Europa c’è un Accordo che risale al
1963 e prevede la piena adesione.
In questo
Accordo di Associazione, il secondo paragrafo del Preambolo dice: ”Riconoscendo che l’appoggio dato dalla
Comunità economica Europea agli sforzi del popolo turco diretti ad elevare il
suo tenore di vita faciliterà
ulteriormente l’adesione della Turchia alla Comunità …” (corsivo mio). Con
queste parole si codificava non solo la possibilità ma la quasi-certezza
dell’adesione alla CEE (che poi sarebbe diventata l’UE). Ma non è tutto, perché
l’Accordo di Associazione indicava anche 3 precise “fasi” di avvicinamento alla
piena adesione: una di preparazione (5 anni), una di transizione (massimo 12 anni)
e una definitiva “basata sull’Unione doganale” e “il rafforzamento della
coordinazione delle politiche economiche delle parti contraenti” (articolo 5
dell’Accordo). L’Unione doganale è stata
realizzata e riconosciuta tale da entrambe le parti nel 1995, ossia 19 anni fa,
ma della piena membership della Turchia non se ne parla più.
Eppure, il
paese di Atatürk ha già chiesto formalmente per ben due volte di far parte dell’UE:
nel 1987, ma la risposta europea (arrivata due anni dopo!) è stata: né la Comunità
né la Turchia sono pronte … provate più tardi. E così la Turchia è tornata alla
carica nel 1994 e a ragione: in una visione geostrategica intelligente, da paese
capace di identificare le sue potenzialità e di proiettarle nel medio-lungo
periodo, il governo di Ankara pensava che, mentre si avviava il processo di
adesione dei paesi del centro e dell’est europeo, la Turchia avrebbe potuto
giocare al meglio e rafforzare il suo ruolo di cerniera tra Europa e Medio
Oriente. Eppure ha dovuto aspettare fino al 1999 perché lo status di paese
candidato le fosse riconosciuto. Oggi, dei famosi 31 capitoli ne sono stati aperti
13 e chiusi uno (scienza e ricerca). Nel rapporto 2013 sui negoziati dei 13
aperti si constatano molti progressi e alcuni punti ancora problematici. Ma
l’apertura di altri capitoli è bloccata da una complicata querelle che si vuole
commerciale e non politica (!?!) sulla questione cipriota.
Quali sono
le vere ragioni del blocco? La follia di Erdoğan che, applicando il principio
strategico che più danni ha prodotto nella storia ossia “il nemico del mio
nemico è mio amico”, lascia all’ISIS carta bianca per massacrare i peshmerga
curdi, è solo l’ultima delle motivazioni in ordine di tempo. Prima, gli
anti-turchi europei si sono attaccati alle repressioni contro i manifestanti di
piazza Taksim, al tentativo di oscurare i social-network, al fatto che secondo
alcuni governi dei paesi UE l’esercito aveva troppo potere economico (ma vogliamo
vedere quanti generali in pensione ci sono nei CdA delle nostre fabbriche
d’armi?), alla questione armena, alla chiusura di una scuola ortodossa greca, alle
limitazioni delle libertà sindacali, alla geografia (la Turchia "è più Asia che
Europa", come se i continenti non fossero definiti da convenzioni storiche e
venissero, invece da una sorta di diritto divino) e, infine, cosa mai detta ma
sempre sussurrata, al fatto che la Turchia è a stragrande maggioranza musulmana e, quindi, “per
definizione” a rischio di derive integraliste.
Ma che
gliene importava agli stati UE di tutto questo? Poco o nulla. In altre parole,
la foglia di fico formale dei diritti umani e sociali, ha coperto indisponibilità
ben più profonde e inconfessabili ad accogliere la Turchia: la prima è
riconducibile alle dimensioni demografiche del paese (sarebbe stato il più
popoloso del Club), la seconda alle sue disparità regionali ancora rilevanti
che le darebbero titolo per far la parte del leone nella distribuzione dei
fondi comuni per lo sviluppo, la terza alla paura dell’invasione di lavoratori
turchi nei paesi UE (dimenticando che la Germania, negli anni ’60, inviava équipes di medici tedeschi ad Istanbul per selezionare decine
di migliaia di giovani turchi sani e forti da "importare" per la produttività delle sue
imprese … e mi impongo di non commentare) e, quarta, forse proprio la più
decisiva, la Turchia ha (o aveva?) una coscienza di sé come paese, una fierezza
storica non nostalgica che le fa (le faceva?) pensare al futuro al di là
dell’angusto tempo tra un’elezione e l’altra.
Questo Erdoğan,
con le sue derive integraliste e la benevolenza verso i tagliagole mi ha
trascinato dal presente al dubbio dell’imperfetto, ma soprattutto ha cavato le
castagne dal fuoco ai pavidi europei. Riparleremo di questo problematico
personaggio, ma prima devo assolutamente rintracciare Husamettin e Yucel perché
ho un bisogno quasi fisico di fare una chiacchierata con loro su quanto sta
davvero succedendo in Turchia.
(continua a breve)
(

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