mercoledì 29 ottobre 2014

Da 51 anni la Turchia suona alla porta dell’UE : un po’ di storia (1)

Oggi pensavo a Hüsamettin e Yucel, due meravigliose persone, compagni di tante battaglie sulla lunga strada dell’adesione delle Turchia all’UE. Per caso, ma forse non del tutto per caso, sono entrambi sufi (corrente della spiritualità musulmana che vive nell’amore del prossimo e nella comunicazione con l'universo).  Yucel, è un sindacalista, ma anche un Baba (un saggio sufi), mentre Hüsamettin è stato a lungo presidente degli imprenditori di Istanbul e sostiene che la cosa a cui più tiene al mondo è girare in barca con la famiglia e gli amici, discutere e ascoltare musica. Con loro e con alcuni europei dalle vedute non troppo ristrette – un paio di inglesi, un belga, un francese poco esagonale e perfino un greco – era stato montato, nel 1994, un Comitato Consultivo Misto (CCM) UE/Turchia che agiva su diversi piani a favore dell’entrata della Turchia nell’UE: studi, iniziative, rapporti congiunti, incontri su diversi temi con le autorità turche e quelle UE e altre piccole azioni di lobby coi governi dei diversi paesi.

Oggi, il CCM UE/Turchia ha certo vita difficile: i negoziati di adesione sui famosi 31 capitoli (schema d’esame per ogni disciplinato Stato Membro) si sono praticamente interrotti dopo la repressione brutale delle manifestazioni di Piazza Taksim del 2013. Nell’orizzonte dichiarato del prossimo Presidente della Commissione UE, della Turchia non si parla proprio. Nei media, la si cita in modo frammentario e, comunque, negativo anche a causa dell’evidente compromissione di Erdoğan con l’ISIS, scelta inaccettabile, oltre che dannatamente pericolosa per lui (e non solo).   

Se la Turchia cacciasse Erdoğan e la sua cricca, potremmo riparlare di adesione? Con la tenacia del perdente cronico (che, però, sa di cosa parla) dico sì, non solo potremmo, ma dovremmo. Tra la Turchia e l’Europa c’è un Accordo che risale al 1963 e prevede la piena adesione.
In questo Accordo di Associazione, il secondo paragrafo del Preambolo dice:  ”Riconoscendo che l’appoggio dato dalla Comunità economica Europea agli sforzi del popolo turco diretti ad elevare il suo tenore di vita faciliterà ulteriormente l’adesione della Turchia alla Comunità …” (corsivo mio). Con queste parole si codificava non solo la possibilità ma la quasi-certezza dell’adesione alla CEE (che poi sarebbe diventata l’UE). Ma non è tutto, perché l’Accordo di Associazione indicava anche 3 precise “fasi” di avvicinamento alla piena adesione: una di preparazione (5 anni), una di transizione (massimo 12 anni) e una definitiva “basata sull’Unione doganale” e “il rafforzamento della coordinazione delle politiche economiche delle parti contraenti” (articolo 5 dell’Accordo).  L’Unione doganale è stata realizzata e riconosciuta tale da entrambe le parti nel 1995, ossia 19 anni fa, ma della piena membership della Turchia non se ne parla più.  

Eppure, il paese di Atatürk ha già chiesto formalmente per ben due volte di far parte dell’UE: nel 1987, ma la risposta europea (arrivata due anni dopo!) è stata: né la Comunità né la Turchia sono pronte … provate più tardi. E così la Turchia è tornata alla carica nel 1994 e a ragione: in una visione geostrategica intelligente, da paese capace di identificare le sue potenzialità e di proiettarle nel medio-lungo periodo, il governo di Ankara pensava che, mentre si avviava il processo di adesione dei paesi del centro e dell’est europeo, la Turchia avrebbe potuto giocare al meglio e rafforzare il suo ruolo di cerniera tra Europa e Medio Oriente. Eppure ha dovuto aspettare fino al 1999 perché lo status di paese candidato le fosse riconosciuto. Oggi, dei famosi 31 capitoli ne sono stati aperti 13 e chiusi uno (scienza e ricerca). Nel rapporto 2013 sui negoziati dei 13 aperti si constatano molti progressi e alcuni punti ancora problematici. Ma l’apertura di altri capitoli è bloccata da una complicata querelle che si vuole commerciale e non politica (!?!) sulla questione cipriota. 

Quali sono le vere ragioni del blocco? La follia di Erdoğan che, applicando il principio strategico che più danni ha prodotto nella storia ossia “il nemico del mio nemico è mio amico”, lascia all’ISIS carta bianca per massacrare i peshmerga curdi, è solo l’ultima delle motivazioni in ordine di tempo. Prima, gli anti-turchi europei si sono attaccati alle repressioni contro i manifestanti di piazza Taksim, al tentativo di oscurare i social-network, al fatto che secondo alcuni governi dei paesi UE l’esercito aveva troppo potere economico (ma vogliamo vedere quanti generali in pensione ci sono nei CdA delle nostre fabbriche d’armi?), alla questione armena, alla chiusura di una scuola ortodossa greca, alle limitazioni delle libertà sindacali, alla geografia (la Turchia "è più Asia che Europa", come se i continenti non fossero definiti da convenzioni storiche e venissero, invece da una sorta di diritto divino) e, infine, cosa mai detta ma sempre sussurrata, al fatto che la Turchia è a stragrande maggioranza musulmana e, quindi, “per definizione” a rischio di derive integraliste.

Ma che gliene importava agli stati UE di tutto questo? Poco o nulla. In altre parole, la foglia di fico formale dei diritti umani e sociali, ha coperto indisponibilità ben più profonde e inconfessabili ad accogliere la Turchia: la prima è riconducibile alle dimensioni demografiche del paese (sarebbe stato il più popoloso del Club), la seconda alle sue disparità regionali ancora rilevanti che le darebbero titolo per far la parte del leone nella distribuzione dei fondi comuni per lo sviluppo, la terza alla paura dell’invasione di lavoratori turchi nei paesi UE (dimenticando che la Germania, negli anni ’60, inviava équipes  di medici tedeschi ad Istanbul per selezionare decine di migliaia di giovani turchi sani e forti da "importare" per la produttività delle sue imprese … e mi impongo di non commentare) e, quarta, forse proprio la più decisiva, la Turchia ha (o aveva?) una coscienza di sé come paese, una fierezza storica non nostalgica che le fa (le faceva?) pensare al futuro al di là dell’angusto tempo tra un’elezione e l’altra.

Questo Erdoğan, con le sue derive integraliste e la benevolenza verso i tagliagole mi ha trascinato dal presente al dubbio dell’imperfetto, ma soprattutto ha cavato le castagne dal fuoco ai pavidi europei. Riparleremo di questo problematico personaggio, ma prima devo assolutamente rintracciare Husamettin e Yucel perché ho un bisogno quasi fisico di fare una chiacchierata con loro su quanto sta davvero succedendo in Turchia.
 
(continua a breve)


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