venerdì 13 giugno 2014

L’asse Russia-Cina spaventa l’Occidente

Quella tra Cina e Russia è una lunga storia di odio e amore. Negli ultimi anni, dopo decenni di ostilità, le cose sono significativamente cambiate e a dimostrarlo sono i più recenti accordi economici stretti tra i due paesi, che fanno pensare a un nuovo asse Russia-Cina. Xi Jinping, presidente di una Cina che dagli anni Settanta ha fatto molta strada, ha dimostrato da subito quanto tiene ai rapporti con i vicini di casa russi, recandosi a Mosca come prima visita ufficiale in qualità di capo di Stato nel 2013.
E ora che i rapporti con l’Occidente sono compromessi dopo la crisi ucraina, Putin si rivolge all’Asia orientale, a comiciare proprio dalla Cina. Solo poche settimane fa è stato raggiunto un accordo su ingenti forniture di gas russo per la cifra da capogiro di 400 miliardi di dollari. Un riavvicinamento che è solo l’esito di una storia più lunga e si lega strettamente ai particolari interessi dei due colossi.

Partendo dal principio, l’appoggio ideologico e tecnico dell’Unione Sovietica ha certamente avuto un ruolo significativo nel successo della Rivoluzione che ha portato alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949. Ma se le cose tra Mao e Stalin sembravano funzionare abbastanza bene, ci volle davvero poco alla morte di quest’ultimo, nel 1953, perché che la situazione precipitasse e le relazioni tra i due paesi si mantenessero negative per decenni. Il Pcc accusò Kruscev di essere un controrivoluzionario e, in piena guerra fredda, la Repubblica Popolare Cinese decise che era il momento di guardare verso il “Terzo Mondo”. Così, partecipò alla conferenza di Bandung del 1955 tra 29 paesi in via di sviluppo non allineati né con il blocco “capitalista” guidato dagli Stati Uniti, né con quello sovietico, visto che gli ex compagni russi erano ormai agli occhi dei cinesi una nuova potenza imperialista. Di lì a poco, le tensioni al confine tra Cina e Russia si fecero sempre più accese e andarono avanti fino a quando, nel 1969, scoppiò un vero e proprio conflitto militare. La situazione tra Cina e Urss sembrava ormai irrecuperabile, tanto che quando Mao decise di riaprire i contatti con le grandi potenze, nel 1971, fu il presidente americano Nixon a ricevere l’invito a Pechino. Successivamente, con l’apertura della Cina al commercio con l’estero e con la crescita della cooperazione internazionale i rapporti tra i due paesi si sono gradualmente normalizzati.

In occasione della visita di Xi Jinping a Mosca, nel 2013 è stato firmato un accordo per una fornitura di greggio dalla Russia alla Cina pari a 600mila barili al giorno per 25 anni, per un valore complessivo di 270 miliardi di dollari. Alla fine dello scorso maggio, poi, Putin ha preso parte alla Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia (Cica) a Shanghai, dove e ha parlato con Xi di aumentare la cooperazione in una serie di settori e gli scambi bilaterali. Ma soprattutto, dopo dieci anni di trattativa è arrivata la firma di quell’accordo da 400 miliardi di dollari tra China National Petroleum Corporation (Cnpc) e Gazprom sulle forniture russe di gas alla Cina. A partire dal 2018, per un periodo di trenta anni la Gazprom rifornirà la Cina di 38 miliardi di metri cubi all’anno di gas.



Nel 2009 era già stato raggiunto un accordo quadro tra Cnpc e Gazprom e nel 2013 un memorandum d’intesa sul progetto della pipeline orientale che convoglierà il gas russo fine marzo, le negoziazioni riguardo al prezzo del petrolio però hanno continuato a non produrre risultati effettivi finchè a fine marzo i leader di Cnpc e Gazprom hanno però dichiarato di aver risolto molti “punti chiave” della questione. Non si può trascurare il fatto che nel frattempo l’escalation della situazione in Ucraina ha fatto trarre a molti la conclusione che la Russia di Putin abbia accellerato i tempi riguardo a questo contratto con l’obiettivo di lanciare un messaggio all’Europa e agli Stati Uniti, mostrandosi in grado di contrastare un possibile “contenimento” in stile Guerra Fredda con soluzioni alternative.

In realtà è da tempo che la Russia si guarda intorno, e in particolare verso oriente e verso i paesi emergenti, per cercare di diversificare i propri clienti oltre il mercato europeo. È difficile stabilire se, trascurando l’occasione presentata dalla crescente domanda di risorse della Cina, le cose in Ucraina sarebbero andate diversamente. Nè se e quanto la Russia abbia facilitato la conclusione delle trattative.

Resta anche da capire quanto l’accordo possa essere nocivo per l’Europa, perché non è detto che comprometta quelli già esistenti con le società europee e la portata delle importazioni russe in Europa resterà plausibilmente significativa. Una certa preoccupazione si legge però nelle parole dell’ex presidente della Commissione europea Barroso, il quale ha ricordato a Putin che «la fornitura di gas non deve essere interrotta», in virtù degli impegni presi da Gazprom nell’«assicurare le consegne di gas come stabilito dai contratti con le società UE». Anche perché «nelle discussioni trilaterali tra UE, Ucraina e Russia sulle forniture di gas si è già affrontata la questione del prezzo delle forniture all’Ucraina e il governo di Kiev si è detto pronto a pagare i debiti».

La Cina, dal canto suo, a marzo si è astenuta dal voto sulla risoluzione presentata dagli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro il referendum in Crimea e non ha supportato le sansioni contro la Russia. La strategia cinese, però, risponde al principio di “non-interferenza” nelle questioni di politica interna di altri paesi. Non è un caso che il colosso asiatico si sia opposto all’intervento dell’Onu in situazioni come quella iraniana o quella nord coreana, per poi appellarsi alconcetto di sovranità di stato riguardo alle pressioni internazionali sulle proprie dispute territoriali con diversi stati nel Mar Cinese Orientale e Meridionale e sulla questione di Taiwan.

Insomma, la posizione cinese sull’Ucraina e il recente contratto con la Russia non significano affatto che Xi Jinping possa effettivamente fornire un appoggio a Putin in una potenziale escalation del conflitto ucraino. Piuttosto potrà aspettarsi la “non-interferenza” da parte della Russia (che siede con la Cina tra i cinque membri del Consiglio Permanente dell’Onu) in caso di sanzioni o missioni di “Peace Keeping” percepite come conflittuali con la propria sovranità dalla parte cinese.

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