Partiamo
dalla piccola lombarda Banca Rasini, in cui lavorava il papà
di Silvio Berlusconi , Luigi.
Per
avviare la sua attività imprenditoriale ne 1961 nel campo
dell'edilizia, Berlusconi ottenne una fideiussione dalla Banca
Rasini, indicata da Michele Sindona e in diversi documenti della
magistratura come la principale banca usata dalla mafia nel nord
Italia per il riciclaggio di denaro sporco e fra i cui clienti si
potevano elencare Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pippo Calò.
Nella
società fondata da lui e Pietro Canali impegnò 30 milioni di lire,
provenienti, secondo quanto da lui affermato, dalla liquidazione
anticipata di suo padre Luigi, procuratore della Banca Rasini. Il
resto venne da una fideuissione fornita dalla stessa banca, per
l'acquisto di un terreno in via Alciati a Milano.
Primo
aspetto del problema che poi porterà a Dell'Utri e alla sua condanna
definitiva per collusione mafiosa. Il secondo aspetto è l'avventura
e l'ambigua genesi romana del gruppo Fininvest, all'ombra di due
fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro controllata dalla P2
(loggia segreta e golpista a cui era iscritto Silvio Berlusconi). Il
terzo riguarda il rapporto che i gemelli Dell'Utri avevano con
esponenti di Cosa Nostra ed il legame di Dell'Utri con il trafficante
di eroina e mafioso Vittorio Mangano. Il quarto riguarda gli affari
di Berlusconi in terra di Sardegna per il tramite del prestanome
Romano Comincioli, tra loschi affaristi, malavitosi e speculazioni
edilizie.
Riguardo
invece all'origine di alcuni finanziamenti, provenienti da conti
svizzeri alla Fininvest
negli
anni 1975/1978,
dalla fondazione all'articolazione in 22 holding (i quali ammontavano
a 93,9 miliardi di lire dell'epoca).
Berlusconi,
interrogato in sede giudiziaria dal pubblico ministero Antonio
Ingroia si avvalse della facoltà di non rispondere;così, anche a
causa delle leggi svizzere sul segreto bancario, non è stato
possibile accedere alle identità dei possessori dei conti cifrati
inerenti al flusso di capitali transitato all'epoca e in piena
disponibilità della Fininvest.
Nell'agosto
1998 il quotidiano “La Padania”
pubblicò
un'inchiesta nella quale si contestava a Berlusconi l'origine di
diversi aumenti di capitale di alcune società da lui possedute,
avvenuti tra il 1968 ed il 1977.
Al
tempo in cui Luigi Berlusconi era procuratore generale della Banca Rasini,
questa entrò in rapporti d'affari con la Cisalpina Overseas Nassau
Bank, nel cui consiglio d'amministrazione figuravano Roberto Calvi,
Licio Gelli, Michele Sindona e
monsignor Paul Marcinkus,
presidente dello IOR),
di fatto la banca dello Stato della Città del Vaticano.
Tutti questi personaggi hanno poi avuto un grosso rilievo nella
cronaca giudiziaria. Secondo Sindona e alcuni collaboratori di
giustizia, la Banca Rasini era coinvolta nel riciclaggio di denaro di
provenienza mafiosa (cosa spiegherebbe la grossa presenza di
finanziatori svizzeri nei primi anni di attività di Berlusconi).
Nel
1999
Francesco
Giuffrida, vicedirettore della Banca di Italia
a Palermo,
durante il processo Dell'Utri, sostenne che non era possibile
identificare la provenienza di alcuni fondi Fininvest del valore di
113 miliardi di lire dell'epoca, in contanti e assegni circolari
(corrispondenti a circa trecento milioni di euro odierni). La
questione riguardava i sospetti di presunti contributi di capitali
mafiosi all'origine della Fininvest.
Querelato
per diffamazione da Mediaset,
nel 2007 Giuffrida giunse a un accordo transattivo con i legali di
questa, per il quale il consulente della Procura ha riconosciuto i
limiti delle conclusioni rassegnate nel proprio elaborato e delle
dichiarazioni fornite durante il processo (definite incomplete e
parziali a causa della scadenza dei termini di indagine, che non gli
avevano permesso di approfondire a sufficienza l'origine di otto
transazioni dubbie) e la dichiarazione conseguente che le «operazioni
oggetto del suo esame consulenziale erano tutte ricostruibili e tali
da escludere l'apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest».
I
legali di Giuffrida nel processo per diffamazione hanno comunque
rilasciato una dichiarazione, riportata dall'Ansa, in cui sostengono
di essere stati avvertiti solo pochi giorni prima (il 18 luglio) del
fatto che i legali Mediaset avevano proposto una transazione al loro
assistito, di non condividere né quel primo documento ("una
bozza di accordo che gli stessi non hanno condiviso, ritenendo che
quanto affermato nel documento non corrispondesse alle reali
acquisizioni processuali"), né la versione definitiva
leggermente corretta ("non sottoscriveranno non condividendo la
ricostruzione dei fatti e le affermazioni in esso contenute").
La
perizia di Giuffrida era stata ritenuta dai giudici già al tempo
basata su "una parziale documentazione", ma era stata
ritenuta valida anche in virtù del fatto che non aveva "trovato
smentita dal consulente della difesa Dell'Utri", in quanto lo
stesso professor Paolo Iovenitti (perito della difesa), davanti alle
conclusioni di Giuffrida, aveva ammesso che alcune operazioni erano
"potenzialmente non trasparenti" e non aveva "fatto
chiarezza sulla vicenda in esame, pur avendo il consulente della
difesa la disponibilità di tutta la documentazione esistente presso
gli archivi della Fininvest".
Tale
ritrattazione, contenuta nell'accordo transattivo raggiunto dai
legali Mediaset ed il professor Giuffrida a composizione della
controversia instaurata dalla Mediaset stessa per diffamazione, non
consente comunque di fare chiarezza sulla provenienza dei capitali
del gruppo societario facente capo a Silvio Berlusconi.
Berlusconi,
essendo iscritto alla loggia massonica
P2 di Licio Gelli aveva
accesso a finanziamenti altrimenti inottenibili: la Commissione
parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2,infatti,
affermò, nella relazione di maggioranza firmata da Tina Anselmi,
che alcuni operatori appartenenti alla Loggia (tra cui Genghini,
Fabbri e Berlusconi), trovarono appoggi e finanziamenti presso le
banche ai cui vertici risultavano essere personaggi inclusi nelle
liste P2 "al di là di ogni merito creditizio".
Il
1º febbraio 2010
Massimo Ciancimino ha raccontato, basandosi su informazioni ricevute direttamente dal padre e su appunti dello stesso ritenuti autentici dalla Polizia
scientifica, che il generale dei carabinieri Mario Mori e il
colonnello Mauro Obinu, tra la fine degli anni settanta e gli inizi
degli anni ottanta, tramite Marcello Dell'Utri
e
i costruttori Antonino Buscemi e Franco Bonura aveva investito soldi
in Milano 2.
Il 18 settembre “Il Fatto Quotidiano”ha
pubblicato un appunto di Vito Ciancimino con su scritto: "In
piena coscienza oggi posso affermare che sia io, che Marcello
Dell'Utri
ed
anche indirettamente Silvio Berlusconi siamo figli dello stesso
sistema ma abbiamo subito trattamenti diversi soltanto ed unicamente
per motivi geografici".
Giovanni
Scilabra, ex-direttore generale della Banca Popolare di Palermo, in
un'intervista ha affermato che Vito Ciancimino e Marcello Dell'Utri
nel 1986 gli chiesero un finanziamento di circa 20 miliardi di lire
per Berlusconi.
Da wikipedia e fisicamente.net
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