venerdì 19 luglio 2013

Strage di via D’Amelio 1992-2013. ancora troppe ombre e misteri


Strage di via D'Amelio 1992-2013. Ventuno anni d'ombre e misteri“Devo fare presto, il prossimo sono io”.
Lo sapeva, Paolo Borsellino. Lo sapeva dall'inizio, da quando dalla matassa di crimini e ingiustizie iniziarono a sorgere e delinearsi le inconfondibili sagome di Cosa Nostra e dei poteri occulti. Dei Servizi, dello Stato, di coloro, cioè, che avrebbero dovuto tutelare la sicurezza del Paese e che invece lo portavano alla deriva, dilaniandolo. Assieme all'amico Falcone, Borsellino era l'unico a poter combattere il fenomeno mafioso in Italia, sradicarlo dalle sorgenti. Proprio per questo era pericoloso. Proprio per questo andava fermato.


Il 23 maggio del 1992, Giovanni Falcone trovò la morte a Capaci. In quel momento, Paolo Borsellino divenne un “morto che cammina”. Fu un'agonia lenta: 57 giorni trascorsero prima che venisse ammazzato. Con lui spariva, ma solo in senso fisico, un altro uomo simbolo della lotta alla mafia.
In quei 57 giorni, il magistrato non s'arrese; anzi. Concentrò tutte le sue energie per far luce sull'omicidio di Falcone, su quali poteri, cioè, s'erano accavallati e, successivamente, accordati, per poter compiere la celebre strage. Chi c'era dietro il tritolo che fece saltare in aria la strada che da Punta Raisi portava a Palermo, chi si fosse tanto prodigato per mettere a tacere il suo collega. Cosa Nostra altro non era che un braccio, la mente era da ricercare altrove. E questo Borsellino l'aveva capito, tant'è che iniziò a interessarsi a quella “trattativa Stato-mafia” che, proprio in quei giorni turbolenti, in cui l'Italia era stata violentata, cominciava a prendere forma.
Borsellino accelerò. Poteva tirarsi indietro, poteva mollare tutto e fuggire, forse avrebbe fatto in tempo e forse l'omicidio dell'amico era stato un invito proprio ad abbandonare. Ritirarsi. Ma come può un uomo che dedica la propria vita alla ricerca della giustizia, della verità e, conseguetemente, della libertà, compiere un passo indietro? Avrebbe semplicemente significato morire. E non per mano della mafia e dei poteri; avrebbe voluto dire suicidarsimoralmente. Continuare a respirare, dormire, svegliarsi, mangiare, ma costringendosi ad un'esistenza da sempre rigettata. Per questo, per il coraggio, per il valore, per la speranza, Borsellino continuò. Interrogò pentiti, investigò più a fondo, e scoprì. Scoprì parecchie cose, anche solo proseguendo le tracce che lasciò Falcone, rimettendo a posto i vari tasselli, ricreando nuovi scenari. E scoprì qualcosa anche sull'omicidio dell'amico. Per quasi due mesi non fece altro che ripetere di voler essere interrogato dallaProcura di Caltanissetta, la titolare delle indagini sulla strage di Capaci. Doveva riferire quanto aveva scoperto, quanto sapeva e che non poteva render pubblico, per il segreto d'inchiesta. In 57 giorni, però, nessuno lo volle ascoltare.
Probabilmente Borsellino affidò quelle informazioni rimaste inascoltate alla suaagenda. Quella rossa, che poi è diventata un simbolo anch'essa. Pare lo scrigno della verità. Probabilmente non avrebbe mai offerto tutte le risposte in una volta, ma sicuramente avrebbe contribuito a donare importanti tasselli di quanto avvenne in quell'inizio di Seconda Repubblica, uno spaccato di quegli intrecci inquietanti in cui non si poteva più distinguere l'innocente dal colpevole, ma solo varie sfumature di criminali. L'agenda rossa sparì, poco dopo l'attentato. Non se ne ebbe mai più traccia e tanto s'è detto e tanto s'è scritto al suo riguardo. Chi l'abbia presa, in che momento, come? Sono interrogativi che, ventuno anni dopo la strage, ancora non hanno risposta.
La strage di via D'Amelio fu il secondo stupro all'onore e alla dignità d'Italia. La giustizia era improvvisamente precipitata in una voragine, nel mezzo della strada, a Palermo. Era un pomeriggio di sole, di domenica. Oramai il giudice sapeva che era questione di giorni, una consapevolezza che gli permetteva di condurre una vita più o meno normale. Non sarebbe stata la paura di morire a impedirgli di vivere. E così, tornando dalla casa al mare per recarsi all'abitazione della madre, trovò la sua fine, rappresentata da un'autobomba, una Fiat 126. Una vettura come tante, ma imbottita di quei cento chili di tritoloche lui sapeva fossero pervenuti a Palermo appositamente per lui. Il giorno prima, il 18 luglio, aveva avvisato la moglie, Agnese. Le disse che non sarebbe stata soltanto la mafia a ucciderlo. E non è possibile non collegare la confidenza fatta a quell'episodio in cui venne trovato piangente, distrutto dal dolore, perché era stato tradito da un amico, di cui non s'è mai conosciuto il nome. Non si seppe mai, neanche, di che tradimento Borsellino parlasse, sebbene se non si stenti a immaginarlo.
Assieme al giudice, il 19 luglio 1992, morirono altre cinque persone, il cui coraggio è altrettanto indiscutibile. Erano gli agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Come Borsellino, anche loro sapevano che via D'Amelio era una strada pericolosa. Non per niente, prima dell'attentato, era stato richiesto più volte di procedere preventivamente ad una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa della madre del magistrato. La richiesta non venne mai accolta. L'unico sopravvissuto nella strage fu l'agente Antonino Vullo. Poco dopo, mentre ancora dall'asfalto si alzavano spire di fumo e le macerie si configuravano come l'ennesimo sfregio alla giustizia, sul posto, giunsero Ayala Caponnetto. Quest'ultimo fu colui che celebrò il funerale, privato, del giudice.
Da allora, le indagini proseguono. Dal 1994, quando cioè il pentito Scarantino si accusò di aver rubato la Fiat trasformata in strumento di morte. Di processi per capire la verità ce ne sono stati 4. L'ultimo è ancora in corso. Come gli altri, è un festival di rivelazioni, smentite, accuse, contraddizioni. Un perenne ingarbugliare per poi sbrogliare, con pazienza. I parenti di Borsellino lottano ancora alla ricerca di quella verità che potrebbe far riacquistare un senso al tutto. All'Italia, anche. Perchè è impossibile non pensare che la strage di via D'Amelio non sia stata, a tutti gli effetti, una strage di Stato. Un eccidio compiuto sì, da Cosa Nostra, ma richiesto e sostenuto da altri. Da politici, da istituzioni, da coloro che ci hanno rappresentato e potrebbero rappresentarci ancora. Uomini peggiori dei mafiosi, perché celati, perché subdoli, perché più pericolosi, perché più difficili da riconoscere come colpevoli. Per loro sta lavorando la Procura; per loro, per individuarli e incastrarli. E per quanto difficile, complesso ed estenuante, si continuerà a farlo. Perché Borsellino, come Falcone, ce l'ha insegnato: la mafia non è invincibile.

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