mercoledì 20 marzo 2013

Legge 194. Libertà di scelta, di chi?


Legge 194. Libertà di scelta, ma di chi?


Si può essere d'accordo o meno. D'altronde è una delle tematiche più scottanti degli ultimi decenni. Aborto sì, aborto no. Ma una legge che regoli la possibilità della donna di interrompere volontariamente una gravidanza, esiste. E' la numero 194, datata 22/5/1978. Con essa non si incoraggia all'aborto, al contrario, ma si offre la possibilità alle donne che accusino “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito” di interrompere la gestazione.

Una scelta non certo facile per una donna: dubbi importanti, paure, pentimenti e rimorsi divengono un grande peso, un masso oltre cui vi è il bivio se essere madri o meno. Una scelta in grado di stravolgere il futuro, e che viene soppesata attentamente.
Oltre che con la propria coscienza, la donna deve fare i conti anche con strutture socio-sanitarie e i consultori, che hanno il “compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna […] le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza”.
Non si tratta dunque di un mero sdoganamento della pratica: la normativa vigente ovviamente non si avvicina al promuovere l'aborto.
Anzi, incoraggia fino all'ultimo le gestanti a non proseguire con la scelta e condurre, invece, la gravidanza. Ci si potrebbe chiedere quanto sia giusto, per una donna che ha appena preso una decisione così grande e importante, il più delle volte sofferta, dover rimettere tutto in discussione, ma non è rilevante. Lo dice la legge: "Lo 
Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.Come dice anche che i medici possono ricorrere all'obiezione di coscienza. Cioè, rifiutarsi di partecipare a qualsiasi fase che interessi l'interruzione di gravidanza. Il medico che l'adotti non compilerà la cartella clinica, non visiterà la paziente, non effettuerà l'anestesia e tantomeno opererà. Non potrà neanche consigliare alla gestante dove altro rivolgersi per abortire. Niente di niente. A meno che, ovviamente, la paziente non sia in pericolo di vita e l'interruzione di gravidanza non si configuri comeindispensabile.
In base alla legge 194, dunque, il medico ha il diritto di avvalersi dell'obiezione di coscienza, ma che succede se i casi in cui ciò si verifica aumentano vertiginosamente? Perchè è questa la situazione, oggi, in Italia. Più del 70%dei medici è obiettore. Il che implica che per una donna sia difficile trovare qualcuno disposto a procedere con il servizio. Per quegli ormai pochi medici che non rifiutano la pratica, la carriera diventa un inferno: sottoposti a turni massacranti, spesso e volentieri emarginati e vessati dai colleghi. Così che, spesso più che altro per protesta, finiscono con il sollevare anche loro l'obiezione e disertare i reparti dell'IVG.
A Bari, è notizia degli ultimi giorni, abortire è diventato impossibile. Tutti i presidi asl che garantivano il servizio, sono stati chiusi per carenza di personale: i medici sono divenuti tutti obiettori. Un affondo gravissimo alla legge 194, che rischia di peggiorare: si stima infatti che, entro quattro anni, l'interruzione di gravidanza, sempre che la tendenza non muti improvvisamente, diventerà una pratica rarissima. Per questo sarebbe necessario che venga inserita una normativa atta a disciplinare anche l'obiezione di coscienza. D'altronde, come il medico ha il diritto di tirarsene fuori, la donna che, dopo aver superato tutti gli ostacoli di coscienza e morale, eretti anche delle stesse strutture, voglia comunque abortire, ha il diritto di farlo.
In assenza di medici disposti a procedere con gli aborti, le conseguenze, anche sociali, sarebbero gravissime: si tornerebbe indietro nel tempo, a quando la donna non poteva avere il diritto di scegliere sul proprio corpo e, nello specifico, sul proprio utero. Certo, ci sarebbero le cliniche private, ma visto e considerato che spesso i motivi per cui una donna sceglie di non portare avanti la gravidanza sono economici, si sarebbe comunque punto e a capo.  Vi sarebbe, più che probabilmente, un ritorno in massa alle cliniche clandestine, dove le donne si recavano (e, talvolta, si recano ancora) per interrompere la gestazione, pregando di non morire sotto i ferri improvvisati, un'ipotesi non così astratta. Gli abbandoni aumenterebbero, e anche i disagi.
Senza considerare un altro aspetto importante. E' facile fare moralismi e sollevare obiezioni di coscienza quando si parla di donne che sono “inciampate” nel concepimento a colpa di qualche leggerezza. Ma, assieme a quelle, ci sono donne che sono rimaste incinte dopo stupri o donne con malattie genetiche o virali che trasmetterebbero quasi certamente al figlio. Donne che un figlio lo vorrebbero, ma non possono per altri motivi, perché ogni caso è sempre unico. E sono, comunque, donne che sanno come la vita sia sempre sacra. Ma anche che vivere significa, soprattutto, poter scegliere.

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