Ma quanto dato in pasto come verità assoluta all’opinione pubblica italiana sulla vicenda dell’Enrica Lexie è davvero malafede e arroganza indiana?
Il 15 febbraio 2012 la petroliera italiana è in navigazione al largo della costa diKerala, a bordo 34 persone tra cui sei marò del battaglione San Marco, con il compito di proteggere la nave e l’equipaggio da attacchi dei pirati. Poco distante si trova il peschereccio indiano St. Anthony che trasporta 11 persone.
Alle 16:30 l’incidente, la petroliera italiana è convinta di un imminente attacco pirata, i militari sparano contro il peschereccio e uccidono Ajesh Pinky e Selestian Valentine, due membri dell’equipaggio. Il St.Anthony allerta immediatamente la guardia costiera di Kollam che immediatamente si mette in comunicazione con l’Enrica Lexie cui viene chiesto di attraccare nel porto di Kochi.
Umberto Vitelli, il comandante della petroliera, riceve l’ordine della Marina Italiana di non dirigersi per nessun motivo verso il porto indiano e di non far scendere i militari italiani a terra. Il capitano Vitelli, civile, non esegue l’ordine e dà seguito alle richieste delle autorità indiane.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono formalmente accusati di omicidio e arrestati. Da questo momento si scatena una campagna mediatica atta ad esaltare le gesta dei due militari e delle forze armate in genere, impegnate “ a difendere la patria” anche quando agiscono per interessi privati. Da quando l’ex ministro La Russa ha legalizzato la presenza di militari a bordo di imbarcazioni privare, con regole di ingaggio piuttosto fumose.
Certamente la campagna mediatica ha a che fare con il governo Monti, per il quale la vicenda Enrica Lexie rappresenta un banco di prova di enorme importanza davanti alla comunità internazionale: dopo l’abbronzatura di Obama, gli apprezzamenti volgari sulla Merkel, Ruby nipotina di Mubarak e tutto il discredito accumulato negli ultimi venti anni.
Quindi una sequenza di stucchevole demagogia, con Margherita Boniver che si offre come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di trascorrere le festività in Italia. Ignazio La Russa annuncia di voler candidare i due militari nella sua lista alle prossime politiche. Fortunatamente i due rispediscono al mittente qualsiasi profferta e alla fine della licenza rientrano in India, mantenendo fede alla parola data.
Comunque le feluche del governo Monti hanno fallito miseramente. Prima cavalcando maldestramente la tesi che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali, ma le cose non sono andate così.
Il governo italiano ha sostenuto che la petroliera si trovava a 22 miglia nautiche dalla costa di Kerala, quindi in acque internazionali, pertanto i due militari avrebbero dovuto essere processati in Italia. La perizia indiana depositata in tribunale ha invece dimostrato che la petroliera italiana navigava a 20,5 miglia dalla costa, entro le 24 miglia all’interno delle quali uno Stato ha il diritto di far valere la propria giurisdizione.
Va sottolineato che è stata accettata dai legali di Latorre e Girone la perizia redatta dal sedicente ingegnere Luigi Di Stefano, con laurea conseguita presso un’improbabile università e che si basa su dati divulgati alla stampa e su video di Youtube. Perizia comunque sbugiardata dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue di Mumbay e dagli accertamenti balistici dei periti indiani.
Una perizia con stralci di interviste estrapolate dal settimanale Oggi, filmati appunto di Youtube e spezzoni di servizi del Tg1 e Tg2, mai che venga menzionata una qualsiasi fonte ufficiale indiana, cui, è lo stesso Di Stefano ad ammetterlo, il perito italiano non ha mai sognato di rivolgersi.
Una perizia viziata e del tutto incompleta, farcita anche da una buona dose di reazionaria demagogia basata sulla presunta superiorità dell’occidente nei confronti dei paesi emergenti. Non va dimenticato che Luigi Di Stefano è un dirigente di Casapound.
Naufragata miseramente questa linea difensiva, l’arrampicata sugli specchi è proseguita senza soluzione di continuità, con un’altra tesi strampalata: a sparare sarebbero stati dei pirati che si trovavano su un’altra imbarcazione nelle vicinanze, ma la presenza di altre imbarcazioni non è mai stata provata.
Latorre e Girone, sostiene il rapporto consegnato alle autorità dall’Enrica Lexie, sparano tre raffiche in acqua, come da regole d’ingaggio, ma i marinai indiani dichiarano che i colpi invece sono stati sparati per uccidere e i fori di 16 proiettili sul loro peschereccio sono evidenti.
Per amore di verità è bene sottolineare che anche il comportamento degli indiani non è stato sempre cristallino. Ad esempio, inspiegabilmente, la Corte di Kollam ha negato il permesso ai periti italiani di presenziare agli esami balistici. Esami che confermano comunque che a sparare contro la St. Anthony furono i fucili Beretta italiani in dotazione ai marinai del battaglione San Marco.
Il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura è costretto ad ammettere “La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo”.
Due comunque i fatti inconfutabili: l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali e i due marò hanno sparato.
Alla diplomazia italiana non resta che aggrapparsi a cavilli giurisdizionali. Secondo la risoluzione Onu i marinai italiani devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano e, di conseguenza, godere di immunità.
Per la legge indiana invece, qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano deve essere giudicato da una Corte indiana. Un’ambiguità che gli organismi internazionali si palleggiano dando ragione ora all’Italia, ora all’India.
I media italiani hanno descritto Latorre e Girone come “Prigionieri di Guerra in terra straniera”, ovviamente glissando su alcuni tentativi da parte della diplomazia italiana per riportare a casa i marò, al limite della legalità.
Tornando al termine prigionieri, va detto che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non hanno trascorso un solo giorno in carcere,alloggiando in guesthouse con cibo italiano e tv satellitare. Un trattamento concordato sin dall’inizio con le autorità indiane.
Intanto la diplomazia italiana, indebitamente, ha tentato di rinviare sine die il corso della giustizia indiana, provocando l’irritazione delle autorità locali. Addirittura è ricorsa all’intercessione della chiesa, coinvolgendo il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle vittime, un canale spirituale assai poco apprezzato dalla comunità locale, che ha perentoriamente invitato i ministri della fede a non impicciarsi di affari che non li riguardano.
Anche l’accordo transattivo raggiunto con i parenti delle vittime dal governo italiano, spacciato nel nostro Paese come un atto caritatevole e generoso, in India è stato visto come un gesto atto a comprare il silenzio delle parti lese, oltre che ad essere un’implicita ammissione di colpa. I familiari comunque hanno ritirato le denunce e contro i marò è rimasto solo lo stato di Kerala.
Ma l’apice dello sciovinismo l’Italia lo raggiunge in occasione del Gran Premio di Formula 1 in India. La Ferrari comunica le sue due monoposto correranno la gara iridata con l’effigie della Marina Militare, in segno di solidarietà ai militari “trattenuti in India”. Il comunicato ufficiale di Maranello recita “ La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana”.
La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere:“Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo”. Il ministro degli Esteri Terzi poteva risparmiarsi la figuraccia e la twittata “L’iniziativa della Ferrari testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò”.
Risolve tutto il patron della F1 Bernie Eccleston, stoppando l’iniziativa dichiarando che il mondiale di automobilismo è assolutamente apolitico, ma un altro obiettivo è stato raggiunto: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani.
Significativi i commenti riportati dai media che hanno in qualche modo tentato di trattare la vicenda nella maniera più asettica possibile, venendo accusati di antitalianità, raccontando i fatti e senza entrare nel merito delle responsabilità di Latorre e Girone, che dovranno essere valutate nell’aula di un tribunale “L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare”.
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