India, Cina, Brasile, Medio Oriente: Paesi dilaniati dalla povertà, monete dalla doppia faccia nelle quali il piombo si contrappone all’oro. E’ assurdo come la capacità di quest’ultimo di catturare lo sguardo comune, abbagliato dalla sua sorprendente luminosità, condanni inevitabilmente la prima superficie a un’eterna penombra. Eppure, come al solito, si preferisce far finta di non vedere e lasciare tutto nelle mani di singole organizzazioni – isolate come minuscole stelle nell’immensità dell’Universo, seppur riunite in modeste e fragili costellazioni – piuttosto che denunciare in maniera plateale e unire le forze con lo scopo di combattere contro un problema di proporzioni ormai troppo evidenti per non saltare almeno all’occhio di chi è particolarmente ligio alla sensibilizzazione.
Parliamo del “mercato nero” di organi, che pur costituendo una triste realtàconsolidata in moltissimi Paesi da anni, risulta tutt’oggi non monitorata e soggetta ad abusi dei diritti umani. Alt! Non si tratta soltanto di futili leggende metropolitane come quella del turista occidentale che si sveglia senza un rene dopo aver accettato un drink in un bar, certamente farcite di dettagli e colpi di scena necessari alla creazione di un mito popolare. E’ forse l’eccessiva esasperazione di tali storielle a ridurle in dicerie utili se non altro a scoraggiare i bambini nell’avvicinarsi agli sconosciuti, ma purtroppo il nucleo da cui esse scaturiscono non è un’illusione. Il traffico di organi esiste e si articola secondo due diverse modalità, entrambe illegali e lontane da qualsiasi morale: da una parte c’è chi, dilaniato dalla miseria, è disposto a vendere parti del proprio corpo pur di migliorare le condizioni di vita in cui riversa la sua famiglia, dall’altra si collocano le brutalità di organismi di controllo corrotti che autorizzano l’espianto dai cadaveri e la vendita, senza previo consenso della vittima o dei parenti, a scopo di lucro. In entrambi i casi, il commercio si sviluppa lungo “linee di classe”: dai poveri ai ricchi, dalle donne agli uomini, dai neri ai bianchi. Ecco svelate le origini di un mito legato a Paesi spesso straziati dalla guerra civile o dal genocidio.
Nel corso delle sue ricerche volte a dimostrare l’entità di questo gigantesco “tumore maligno” da cui siamo afflitti, l’antropologa Nancy Scheper-Hughesscoprì che gli scambi avvenivano quasi sempre tra datori di lavoro e subordinati, oppure tra persone benestanti e domestici: i meno abbienti erano soliti donare i propri reni in cambio di un impiego sicuro, un alloggio o di vari bisogni primari. Raccontò persino di una donna che, a San Paolo, si risvegliò da un intervento ginecologico senza un rene. Anche il “collega” Lawrence Cohen confermò tale teoria e, dalle sue indagini svolte nel Sud dell’India, emerse una frequente negoziazione tra donne contadine offerenti ecompratori ricchi dello Sri Lanka e del Bangladesh. Constatò inoltre, le brutali e atroci condizioni in cui si attuava il disperato gesto: nessuna cura di follow-up dopo l’operazione, né sollevamento dai debiti per chi aveva razziato il proprio corpo nella speranza di poter condurre una vita dignitosa e nemmeno chiari vantaggi per i destinatari, i quali non venivano informati sugli elevati costi della ciclosporina, farmaco che sopprime le reazioni immunitarie al trapianto. Perciò, erano in molti a ritrovarsi profondamente in debito in seguito all’intervento, soprattutto gli appartenenti al ceto medio. Scheper-Hughes denunciò anche l’abuso sui cadaveri dei disagiati in seguito a riscontri legati a un diffuso timore di dissacrazione del proprio corpo dopo la morte. Di qui l’appellativo di “nuovo cannibalismo” che scelse di affibbiare a tale pratica.
Questo tuffo negli anni ’90 lascia probabilmente sperare che le cose oggi siano cambiate. Invece il cancro ha continuato a crescere e crescere a dismisura, fino a rendere l’idea di trovare una cura definitiva quasi un miraggio, facendo strada all’ipotesi più concreta di limitarsi a ridurre la sofferenza. Si perché c’è chi sostiene che l’estensione di tale mercato clandestino sia ormai talmente incontenibile che qualsiasi proibizione non servirebbe ad annientarlo, per cui ci si dovrebbe orientare verso strategie di regolamentazione volte a renderlo meno brutale. Perciò, se in Europa, nell’aprile 2003 è stato approvato un documento volto a ostacolarlo in ogni modo e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, istituita aNizza nel dicembre del 2000, vieta solennemente qualsiasi pratica eugenetica (tanto più come fonte di lucro), in USA, per esempio, è stata creata una Carta dei Diritti del donatore a pagamento. Un sistema che riprende, a grandi linee, il programma iraniano di trapianto del rene secondo il quale lo Stato dovrebbe rimborsare duemila dollari al “benefattore”. Un buon metodo per mettere al riparo dagli abusi perlomeno, considerando ildivieto di accettare donatori stranieri, pazienti provenienti dall’Estero,incentivi a operatori sanitari coinvolti e privilegi di casta. Antivirus troppo fragile tuttavia, per i Paesi in cui la corruzione statale è quasi una regola. Guardiamo alla Cina, dove recentemente si è deciso di approvare leggi simili, tra cui l’obbligo di consenso del prigioniero prima dell’espianto. Qui infatti,secondo le principali organizzazioni umanitarie, il 95% delle migliaia di fegati, reni e cornee introdotte nel commercio internazionale, anche via internet, proverrebbero dai corpi dei condannati a morte. Ma parliamo pur sempre di una Nazione in cui spesso le confessioni si ottengono mediante tortura e, come obietta Human Rights Watch in un reportage mandato in onda dalla CNN nel febbraio 2007, i soggetti potrebbero essere sottoposti a qualunque pressione, pertanto il loro “non può essere ritenuto un gesto volontario”.
C’è da dire però, che accanto all’azione comparata di stampa internazionale,Amnesty International, la stessa Human Rights Watch, Laogai Research Foundation, numerosi politici e deputati di tutto il mondo, tutti pronti a lottare per diffondere la consapevolezza di tali atrocità ed eliminarle, sta prendendo piede la produzione di film e romanzi con lo stesso scopo. “Voci dal buio”, pellicola girata in un’oscura prigione dove i detenuti attendono la conferma o la proroga dell’esecuzione e il libro di Yiyun Li, “I girovaghi”, nel quale si narra la scoperta dell’espianto di organi in funzione punitiva e ai danni di una comunista colpevole, ne sono un palese esempio. Che le verità nascoste per anni dal governo cinese non siano più soltanto un segreto di Stato? Magari è arrivata l’ora di uscire dal guscio.
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