Era solo: aveva lasciato a riposo la scorta, nonostante stesse seguendo indagini pericolose riguardanti nuclei terroristici e infiltrazioni 'ndranghetiste in Piemonte.
Alle 23,30, in via Somma Campagna, fu raggiunto da un'auto con a bordo due uomini. Non scesero dalla vettura; spararono 14 colpi di pistola contro il Procuratore attraverso i finestrini.
Si spegneva così un eroe spesso dimenticato, un uomo che aveva creduto profondamente nella giustizia, così tanto da perderci la vita.
Le indagini proseguirono a vuoto tra false piste, finchè Francesco Miano, boss del Clan dei catanesi a Torino, dall'interno del carcere in cui era detenuto, non decise di pentirsi e collaborare con la giustizia. Assieme ad altri pentiti del calibro di Antonio Saia e Carmelo Giuffrida, dichiarò di aver preso parte a svariate riunioni preparatorie per l'assassinio di Bruno Caccia, assieme a una 'ndrina con cui i catanesi dividevano gli affari in Piemonte. I Belfiore.
Giunti a Torino da Gioiosa Jonica, i Belfiore avevano acquisito un posto di grande rilievo nel panorama malavitoso piemontese. Avevano stretto alleanza con i siciliani, ma anche con gli Ursini e i Macrì, comandando la criminalità all'ombra della Mole.
Miano fu arruolato dai servizi segreti. Grazie un registratore nascosto, raccolse le dichiarazioni di molti mafiosi, tra cui il capobastone dei Belfiore, Domenico, detto “Mimmo”.
Una sua frase, registrata da Miano, fu decisiva al processo che perdurò fino al 1992: “Per Caccia dovete riconoscenza solo a me.” Il motivo dell'assassinio, come da lui stesso ammesso in seguito, era l'assoluta incorruttibilità del Procuratore: “Con Caccia non si poteva parlare”.
Gli esecutori materiali dell'omicidio non furono mai trovati. Domenico Belfiore venne condannato, dopo cinque gradi di giudizio, all'ergastolo come mandante.
Dopo l'arresto, la famiglia continuò a portare avanti gli affari illeciti della cosca, facendo capo a Salvatore “Sasà” Belfiore, fratello di Domenico, che si specializzò nel narcotraffico.
Nel 1994, l'operazione “Cartagine”smascherò un giro di droga che dal Sud America raggiungeva l'Italia. A Borgaro, in provincia di Torino, la DIA recuperò cinque tonnellate di cocaina nascoste all'interno di un container. Salvatore Belfiore venne arrestato e le sue proprietà messe sotto sequestro. Nel 1996 i suoi beni furono definitivamente confiscati. Tra cui quello di un cascinale sulla collina torinese, a San Sebastiano, dove la famiglia ha vissuto per trent'anni.
Questa struttura, di mille metri quadri e su tre piani, non è più la casa dei Belfiore. Ora si chiama Cascina Caccia, dedicata al magistrato e alla moglie, ed è dal 2007 in mano ai ragazzi dell'associazione Acmos, che vi si sono insediati occupandosi della rinascita del bene.
Non s'è trattata di una rinascita immediata, né facile. Dieci anni di iter burocratico avevano permesso alla famiglia Belfiore di rimanere all'interno della struttura, nonostante la confisca, consolidando ulteriormente la loro presenza sul territorio. Una difficoltà tangibile, quella di mandarli via, che si risolse solo dopo molte polemiche e problematiche.
Quando finalmente il bene, in condizioni disastrose, fu consegnato al Comune di San Sebastiano, esso, tra tante polemiche di chi lo voleva trasformare in casa di riposo, lo affidò a Libera e al Gruppo Abele. Principalmente, si pensò di costituire lì una comunità per il recupero dalle nuove dipendenze: internet, gioco d'azzardo, shopping compulsivo.
La cittadinanza si oppose. “Noi i drogati non ce li vogliamo”.
Illuminanti al riguardo le parole di Don Ciotti che, ad un incontro per esplicare esattamente quale fosse l'eventuale destinazione del bene, tuonò: “Tanto i vostri drogati li curiamo nelle strutture dei paesi vicini”. Che poi i “drogati” non fossero tossicodipendenti, non cambiò nulla, il rischio che ci fossero degli elementi “poco raccomandabili” a San Sebastiano spaventava i più.
I Belfiore no, non spaventavano. Salutavano. Avevano le caprette. Erano gentili.
I Belfiore no, non spaventavano. Salutavano. Avevano le caprette. Erano gentili.
La struttura nel 2007 venne consegnata all'associazione Acmos, legata a Libera.
Non ci fu un centro per il recupero dalle nuove dipendenze, ma una comunità d'accoglienza per i giovani. Cascina Caccia è divenuta un punto d'incontro per ragazzi e ragazze. I suoi spazi sono a disposizione di coloro chevogliano organizzare progetti, mostre, spettacoli o corsi su tematiche legate al sociale. I ragazzi presenti all'interno della comunità si prefiggono come scopo quello dell'educazione. Sono particolarmente attivi nelle scuole e nelle realtà di congregazione giovanili, attraverso soggiorni comunitari o laboratori, durante i quali cercano di trasmettere l'importanza di una vita trascorsa all'insegna della legalità, in modo da contrastare quotidianamente la mafia.
All'interno di progetti legati alla sostenibilità ambientale, nel terreno della Cascina è stato piantumato un noccioleto. I frutti permetteranno, assieme il miele a marchio Libera Terra fornito dalle arnie installate nel territorio, di produrre torrone. Vengono coltivati ortaggi ed erbe aromatiche, allevati e ricoverati molti animali.
Tutte queste risorse, i cui derivati permettono di sostenere i progetti formativi, sono messe a disposizione delle scuole e dei servizi per disabili, in modo da costituire un percorso educativo di valorizzazione della campagna e della produzione agricola.
All'interno di Cascina Caccia, inoltre, possono risiedere giovani che per vari motivi hanno necessità di allontanarsi dal nucleo famigliare o persone con emergenze abitative.
Tutte queste risorse, i cui derivati permettono di sostenere i progetti formativi, sono messe a disposizione delle scuole e dei servizi per disabili, in modo da costituire un percorso educativo di valorizzazione della campagna e della produzione agricola.
All'interno di Cascina Caccia, inoltre, possono risiedere giovani che per vari motivi hanno necessità di allontanarsi dal nucleo famigliare o persone con emergenze abitative.
“Sono soddisfatta del percorso che è stato attuato”, ha dichiarato al riguardo Loredana Donna, consigliere comunale della precedente amministrazione, quella che affidò la struttura a Libera: “Il bene ha visto una brutta pagina della storia dell'Italia, e si configura ora come teatro di legalità e cittadinanza, rinato completamente dall'illegalità da cui era stato impregnato per lungo tempo.”
Un ambiente completamente nuovo, quindi, che dà fiducia laddove non ve n'era. Una rinascita avvenuta faticosamente, ma che non si arresta e si arricchisce sempre di più. I progetti di Cascina Caccia sono tanti, i ragazzi che vi si recano sono sempre numerosissimi. Un modello di rinnovamento di un bene confiscato che dà speranza, che è rifiorito dalla violenza che l'aveva contraddistinto, senza però mai dimenticarla, e senza mai dimenticare Bruno Caccia e il suo sacrificio.
E' per questo che, avvicinandosi al cascinale, non si può far a meno di pensare ai Belfiore. La famiglia mandante dell'omicidio del Procuratore. Quella che in quel luogo ha vissuto decenni. Quella che non voleva lasciare la struttura. Quella che, sfollata, ha trovato domicilio a Casalborgone.
Il paese limitrofo a San Sebastiano.
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