di Gerd Dani, direttore di Free-Italia
Ciao, e benvenuto su Free-Italia. Stasera non riesco a scrivere con calma, e non ci provo nemmeno. Ho letto cose che mi hanno fatto venire la nausea. Ti chiedo un favore: leggi fino in fondo, anche se fa male. Non voglio lasciarti solo con la rabbia. Alla fine ti lascio qualcosa da fare, già da stasera.
Cosa è successo davvero al largo di Gibuti
Nella notte tra l'8 e il 9 ottobre una barca si è rovesciata vicino a Guhere, a nord di Obock, sulla costa di Gibuti. A bordo c'erano circa 305 persone. Alcune agenzie parlano di 350.
Era stracarica. I sopravvissuti raccontano che ha cominciato ad affondare dalla poppa quasi subito, appena sono saliti. Vicino alla riva. A pochi metri dalla terra.
L'ultimo bilancio dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) parla di 139 morti e 84 dispersi. Tra i primi 109 corpi recuperati c'erano 52 uomini, 42 donne e 15 bambini: nove bambine e sei bambini. Poco più di 80 persone si sono salvate. Quasi tutte etiopi.
E il conto potrebbe crescere. Quel numero include solo chi è stato sepolto dalle autorità. Altri corpi li hanno seppelliti i migranti stessi, e non sono ancora entrati nelle statistiche.
C'è un dettaglio che mi resta addosso. Circa 150 delle persone a bordo erano già state respinte dallo Yemen. Ci hanno riprovato. La direttrice generale dell'OIM, Amy Pope, l'ha detto in modo semplice: nessuno sale su una barca così se pensa di avere un'altra strada sicura.
Una cosa che quasi nessuno ha notato: quella barca non veniva da noi
Fermati un attimo su questo. Quella barca non era diretta in Italia. Andava da Gibuti verso lo Yemen. Da lì, chi sopravvive prova a raggiungere l'Arabia Saudita e i Paesi del Golfo per lavorare.
Gente che scappa da siccità, guerre e arruolamenti forzati. Gente che non avrebbe mai messo piede a Lampedusa.
Quindi chi festeggiava, esattamente, da cosa si sentiva "invaso"?
Il naufragio più grave non è in mare
Agostino Sella, di Don Bosco 2000, un'associazione che da anni accoglie migranti, ha pubblicato un post sulla tragedia. Sotto, oltre 800 commenti. Secondo lui, circa otto su dieci erano di questo tipo:
«Solo 250 👍👍👍👍👍👍»
«Peccato per gli 80»
«Ero rimasto a 109, le cose sono migliorate»
«Leggo solo ora la notizia… peccato. L'avessi letta ieri… avrei stappato una bottiglia di quello buono!!»
Sei pollici alzati. Per dei bambini annegati.
«Peccato per gli 80». Gli 80 sono i sopravvissuti. Qualcuno si è dispiaciuto che non siano morti anche loro.
E poi rileggi questo: «Ero rimasto a 109». 109 era il primo bilancio ufficiale. Vuol dire che quella persona seguiva la notizia. Si aggiornava. Controllava il numero che saliva, come si controlla il risultato di una partita. E quando è salito, era contento.
Io questa cosa non riesco a digerirla. Non è ignoranza. Non è distrazione. È gioia consapevole per la morte di bambini.
Sella racconta che in questi anni ha ascoltato storie di torture in Libia, di donne violentate, di uccisioni a sangue freddo. Pensava di aver sentito il peggio. Poi ha capito che il peggio non arrivava dal mare. Arrivava dalle nostre tastiere.
Ha ragione. E da italiano me ne vergogno.
Come ci siamo arrivati?
Nessuno si sveglia crudele una mattina. Ci si arriva un passo alla volta. E ogni passo sembra piccolo, quasi innocuo.
Prima togli il nome, poi togli la pietà
Prima non erano più persone. Erano "clandestini". Poi "invasori". Poi solo cifre in un titolo.
Quando una persona diventa un numero, smetti di vederla. Chi brindava non pensava a una bambina con l'acqua nei polmoni. Pensava a una sottrazione.
Da liberale, questo mi fa più paura di tutto. Il cuore delle idee liberali è semplice: ogni persona conta, una per una. Ha un nome, una storia, una dignità che nessuna folla può cancellare. Chi ragiona per masse e numeri ha già fatto il primo passo verso il disprezzo.
La cattiveria spacciata per coraggio
Poi ci hanno raccontato che l'insulto è "libertà di parola". Che l'arroganza è "carattere". Che chi resta umano è un "buonista" ingenuo.
Lo dico chiaro, perché la libertà di parola mi sta a cuore davvero. Ti protegge dalla censura dello Stato. Non ti protegge dal giudizio delle persone perbene. Puoi scrivere quello che vuoi. E io posso dirti che brindare su quindici bambini morti fa schifo.
Il nemico sotto casa, così non guardi in alto
Poi è arrivata la guerra tra poveri. Se lo stipendio non basta, la colpa è di chi sta su un barcone. Non di chi ha fatto le scelte economiche degli ultimi trent'anni.
È una bugia comoda. Ti consegna un nemico debole, vicino, facile da odiare. E intanto non fai domande a chi ha il potere di cambiare le cose.
Un sistema che premia chi urla
Infine i social. Lì l'odio fa numeri. Più un commento è cattivo, più riceve risposte, più l'algoritmo lo spinge in alto. Chi è crudele passa per coraggioso. Chi ha un cuore passa per fesso.
Ognuno chiuso nella sua bolla, dove tutti la pensano uguale e nessuno ti dice: «Ma ti rendi conto di cosa hai scritto?»
Si può volere meno immigrazione irregolare senza brindare ai morti?
Sì. E voglio essere onesto su questo.
Puoi pensare che servano confini più controllati. Puoi criticare le politiche di accoglienza. Puoi votare chi vuoi. È un dibattito legittimo, e chi lo liquida con un'alzata di spalle sbaglia.
Ma c'è una linea. Discutere di regole è politica. Esultare per una bambina annegata non è un'opinione. È la perdita di qualcosa che viene prima di ogni idea politica.
Anzi, lo dico a chi la pensa diversamente da me sull'immigrazione: quei commenti fanno male soprattutto a voi. Rendono impossibile prendere sul serio qualunque argomento serio.
La frase di Orwell: vera o no?
Sui social gira una frase attribuita a Orwell: quando l'arroganza si chiama "carattere" e l'insulto "libertà di parola", la società ha perso la bussola. Sella stesso ammette di non sapere se Orwell l'abbia scritta davvero.
Ho controllato. In quella forma, non risulta. Ma Orwell, nel saggio La politica e la lingua inglese del 1946, scrisse qualcosa di molto vicino: se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero.
La sostanza regge. Prima cambiamo le parole. Poi cambiano i pensieri. Poi cambiamo noi.
Cosa resta incerto, e cosa no
Non tutto è chiaro. I numeri del naufragio cambiano ancora, e le fonti non concordano su quante persone fossero a bordo. La stima dell'80% dei commenti è di chi gestisce la pagina, non un dato verificato. Alcuni profili potrebbero essere falsi o troll organizzati.
Ma i nomi sotto quei commenti, in buona parte, sono di persone vere. Con una foto, una famiglia, un lavoro. E questo non cambia la sostanza di nulla.
Cosa puoi fare tu, da stasera
L'umanità non si perde in un giorno. Si perde un commento alla volta. E allo stesso modo si ricostruisce. Ecco cosa puoi fare, concretamente:
- Ridai un nome alle cose. Di' "persone", "bambini", "famiglie". Non "clandestini", non "numeri". Sembra poco. Non lo è.
- Scrivi una frase umana sotto un post d'odio. Non serve convincere chi insulta. Serve a chi legge in silenzio, e sono tanti, per capire che non è solo.
- Non fare da megafono. Non rispondere a raffica ai commenti peggiori. Ogni risposta li fa salire nell'algoritmo. Meglio un commento tuo, positivo, in alto.
- Segnala chi esulta per la morte di qualcuno. Le piattaforme hanno strumenti per farlo. Usali.
- Parlane fuori dallo schermo. Con un amico, in famiglia, al lavoro. Faccia a faccia è molto più difficile essere crudeli.
- Sostieni chi è sul campo. L'OIM, Don Bosco 2000, chi salva e accoglie. Anche una piccola donazione, anche solo condividere il loro lavoro.
In sintesi
Quindici bambini sono annegati in una barca che non veniva nemmeno da noi. E centinaia di italiani hanno festeggiato. Ci siamo arrivati togliendo i nomi alle persone, scambiando la cattiveria per coraggio, cercando un nemico sotto casa e premiando chi urla di più.
Non so dove stiamo andando. Ma so che ogni parola giusta, detta in mezzo a cento insulti, non è tempo perso. È un seme.
E adesso tocca a te. Se la pensi così, scrivilo nei commenti. Non per me. Per chi legge in silenzio e ha bisogno di sapere che non siamo soli.
— Gerd Dani, Free-Italia

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