giovedì 29 gennaio 2026

Frana di Niscemi: il disastro annunciato che nessuno ha voluto fermare

Ciao, sono Gerd Dani e oggi vi porto dentro una storia che mi ha colpito profondamente. Una storia italiana, siciliana, fatta di terra che frana e di responsabilità che scivolano via. Parliamo di Niscemi.

Se avete seguito le notizie degli ultimi giorni, sapete già che un'intera collina sta cedendo. Ma quello che forse non sapete è che questo disastro era scritto, previsto, documentato. Da secoli. E nessuno ha fatto abbastanza per evitarlo.

Restate con me fino alla fine, perché questa vicenda ci riguarda tutti.

Una collina che scivola: i numeri di un disastro

Partiamo dai fatti. A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, una frana con un fronte di oltre 4 chilometri sta inghiottendo case, strade e vite . Più di 1.500 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Interi quartieri – Sante Croci, Trappeto, via Popolo – sono stati evacuati .

Il capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, ha usato parole che fanno venire i brividi: il movimento franoso ha spostato circa 350 milioni di metri cubi di terra. Per capirci, il disastro del Vajont nel 1963 ne movimentò 263 milioni . Siamo oltre una volta e mezza quella tragedia.

E la frana non si è fermata. Continua a muoversi, lentamente ma senza sosta.


Un disastro annunciato da 234 anni

Ecco il punto che mi fa arrabbiare. Questa frana non è una sorpresa.

Esistono documenti del 1790 – avete letto bene, fine Settecento – che descrivevano già movimenti franosi sul versante occidentale di Niscemi . Nel 1997 una frana devastante colpì la stessa area. Si parlò di interventi, di progetti, di messa in sicurezza.

E poi? Nulla. O quasi.

Il ministro Musumeci ha annunciato un'indagine amministrativa per capire "perché dopo la frana del 1997 non si è intervenuti" . Ha parlato di "omissioni e superficialità". Ma viene da chiedersi: chi doveva intervenire? E perché non l'ha fatto?


La geologia non perdona

Facciamo un passo indietro per capire cosa sta succedendo sotto i piedi dei niscemesi.

Il terreno è composto da uno strato sabbioso che poggia su argilla impermeabile . Quando piove molto – come è successo con il ciclone Harry – l'acqua satura gli strati superficiali. La sabbia, che ha un angolo di resistenza di circa 35 gradi, si trova su pendii che arrivano a 85 gradi .

È fisica elementare: prima o poi, tutto scivola.

Le piogge intense hanno solo accelerato un processo già in corso. Come ha spiegato la Società italiana di geologia ambientale, si tratta di una "condizione innaturale, destinata prima o poi a riequilibrarsi" .


Case costruite sul vuoto

Dopo il 1997, alcune abitazioni furono demolite e vennero vietate nuove costruzioni nella zona a rischio . Ma il fronte instabile non è mai stato oggetto di interventi strutturali veri.

Nel frattempo, il disordine urbanistico ha fatto il resto. Le acque piovane attraversano la città e si riversano sulla collina, scavando solchi che accelerano l'erosione .

Il capo della Protezione Civile è stato chiaro: "Forse nel corso dei decenni era necessario evitare la costruzione sul fronte di frana" . Parole che suonano come una condanna postuma.

Oggi la zona rossa si estende per 150 metri dal fronte della frana. E potrebbe allargarsi ancora. Molte famiglie non torneranno mai nelle loro case.


Il gioco delle responsabilità

Qui inizia la parte più amara. Quella dello scaricabarile.

Il ministro Musumeci punta il dito sulle "autorità locali" che avrebbero sottovalutato il fenomeno . Ma le opposizioni ricordano che lo stesso Musumeci, da presidente della Regione Sicilia tra il 2017 e il 2022, aveva sul tavolo documenti della Protezione Civile che invitavano a intervenire proprio in quelle zone .

La deputata Daniela Morfino del M5S non usa mezzi termini: "I fondi c'erano, quasi 100 milioni di euro nel PNRR contro il dissesto idrogeologico. Ma per Niscemi non è stato chiesto neppure un euro" .

Chi ha ragione? Probabilmente tutti hanno torto. E i cittadini pagano il conto.


Assicurazioni che non pagano

C'è un altro aspetto che merita attenzione. Il governo aveva introdotto l'obbligo di assicurazione contro le catastrofi naturali per le imprese. Sembrava una svolta.

Ma a Niscemi le assicurazioni non stanno pagando. Perché? Perché il decreto permette alle compagnie di escludere proprio i rischi più comuni in Italia: frane lente, dissesto già noto, territori fragili .

Come ha denunciato il senatore Patuanelli: "Le imprese pagano il premio, le compagnie incassano, e quando il territorio frana il rischio resta sulle spalle di chi lavora" .

Una beffa nella tragedia.


I fondi del Ponte sullo Stretto: polemica o buon senso?

Nel dibattito politico è entrata anche la questione dei fondi destinati al Ponte sullo Stretto di Messina. L'opposizione, con Elly Schlein in testa, ha proposto di dirottare quelle risorse verso la ricostruzione e la prevenzione del dissesto .

Persino l'Assemblea regionale siciliana, a maggioranza di centrodestra, ha approvato con voto segreto un ordine del giorno che chiede la stessa cosa ministro Musumeci ha liquidato la proposta come "argomento da caffè". Salvini ha ribadito che "i soldi del Ponte sono per il Ponte" .

Non entro nel merito politico. Ma una domanda me la faccio: ha senso costruire un ponte in una regione dove il 90% dei comuni ha almeno un'area a massimo rischio frana?


Niscemi non è sola

Questo è forse il dato più inquietante. In Sicilia, 9 comuni su 10 hanno sul loro territorio almeno un'area classificata come R4, il massimo indice di rischio frana .

Niscemi non è un caso isolato. È solo il caso che è esploso. Quante altre Niscemi ci sono in Italia, pronte a cedere?

L'ANBI, l'associazione dei consorzi di gestione del territorio, ha lanciato l'allarme: "Il 9,5% del territorio italiano è ad alto o altissimo rischio di frana. Quante Niscemi dovranno accadere prima di assumere coscienza collettiva?"


Cosa resta: macerie e domande

Mentre scrivo, a Niscemi si sentono ancora boati nella notte. I vigili del fuoco accompagnano gli sfollati a recuperare oggetti dalle case evacuate: vestiti, fotografie, animali domestici. Una donna ha chiesto di prendere una stufa per scaldare la famiglia nella sistemazione temporanea. È scoppiata in lacrime.

Sono storie che stringono il cuore.

Il governo ha stanziato 100 milioni di euro, che secondo le opposizioni sono "del tutto insufficienti" a fronte di danni stimati in 2,5 miliardi . Si parla di sospensione delle rate dei mutui, di ammortizzatori sociali . Misure necessarie, ma che arrivano dopo.

Sempre dopo.


Riflessioni finali

La frana di Niscemi non è un disastro naturale. È un disastro umano, politico, amministrativo. È il risultato di decenni di allarmi ignorati, fondi non spesi, responsabilità rimbalzate.

Come ha scritto un cittadino niscemese: "È un disastro, stiamo perdendo tutto. Case e ricordi inghiottiti dalla terra. E tutti sapevano che è un'area a rischio" .

Tutti sapevano. Nessuno ha agito abbastanza.

La terra, alla fine, presenta sempre il conto. E a pagarlo sono sempre gli stessi: le persone comuni, le famiglie, i lavoratori. Quelli che non hanno voce nelle stanze dove si decidono i fondi e le priorità.

Niscemi oggi ci ricorda una verità scomoda: in Italia la prevenzione non porta voti. E così si preferisce gestire le emergenze piuttosto che evitarle.

Fino alla prossima frana. Fino al prossimo disastro annunciato.


Gerd Dani – Free Italia

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