venerdì 24 aprile 2020

Per voi sono solo vecchi...

Il nuovo covid miete vittime incolpevoli di una società molto  colpevole capace di  farti odiare tutti, inculcarti che esiste uno pronto a colpirti o a stringerti le mani intorno al collo. È questo sentire crudo di centinaia di migliaia di persone, che hanno più di settant'anni, sono sovrappeso e presentano una o più patologie. Purtroppo anche durante la grande pandemia si combatte un'aspra lotta di classe; molti tra appartengono alla componente privilegiata, per disponibilità di risorse e di reti di sostegno. Ma ci sono, poi, migliaia e migliaia di morti senza una ragione e sottratti allo sguardo dei familiari, all'ultima carezza, alle parole che si sussurrano solo nell'ora estrema.

Sono i morti dell'Età dello Scarto, deceduti nel silenzio e nell'anonimato di residenze dedicate a Santi e Beati o dai nomi rassicuranti, come Villa Fiorita o Casa Serena, che promettono una pace quieta. Sono gli improduttivi, i fuori età, i fuori tempo massimo e i fuori di testa, gli esauriti e gli esausti, coloro che hanno vissuto troppo o che non hanno vissuto affatto, sono gli inseguiti dall'inc-Alzheimer, gli affetti da quella demenza senile che per molti è un rifugio al rimpianto, quelli dell'ipertensione arteriosa, del diabete, dei disturbi cardiovascolari e delle mille patologie che affannano la vecchiaia dell'uomo. In pochi mesi, numerosissimi, sarebbero stati i morti nelle residenze per anziani.

Sono morti centinaia di anziani. Ancora ne moriranno. Ma d’ora in poi parlerò solo di vecchi, perché la parola anziano contiene un maquillage pietistico-letterario che intende togliere la gravità del tempo. Vecchio è definitivo. Se ti rapporti con lui, non puoi sfuggire. Mentre noi invece siamo fuggiti, siamo fuggiti dall’idea che dovessero contare, dovessero avere un ruolo, non tanto in prospettiva, ma per l’esistente e che vita è senza l’esistente? Abbiamo lasciato che la strage si perpetuasse con regolarità, giorno dopo giorno, numeri terribili dopo numeri terribili, considerando come ineluttabile l’idea che quel virus facesse il suo copioso raccolto all’interno della comunità, spesso raggruppata nelle case di riposo. Un’unica soluzione e il problema era risolto. Il dramma dei vecchi, però, via via si parcellizzava, insidiandosi in ogni famiglia a cui gli ospedali non potevano più dare risposta. I vecchi così morivano in casa, tra le braccia dei cari. Senza una cura, e nemmeno un perché.

Un’attenzione, un batticuore, un “senti mamma, come stai, tutto bene, hai da mangiare, ti faccio la spesa?”, il disbrigo sentimentale più privato a cui non potersi sottrarre. E poi certo, magari il dolore infinito se a cadere in quel crepaccio del virus era uno dei nostri vecchi. Poi, sono cominciati a morire anche gli “altri”. E come per incanto, a levarsi voci più dubbiose, per dire che ogni vita umana aveva la stessa importanza, che nessuno avrebbe potuto preferire questo a quello, che “nessuno si salva da solo”, come ha sottolineato Francesco.
Invece i vecchi sono morti da soli. Senza nessun senso di rispetto da parte di un Paese che il censimento definisce esattamente come vecchio. Perché una strage di persone molto anziane non impressiona, non lascia traccia nelle coscienze? Certo, la forchetta del tempo che rimane da vivere ha il suo valore. Se è ridotta, si riduce anche il nostro dolore. Se si spegne una vita molto giovane, enorme sarà la nostra sensazione. Ci si dispererà, mettendoci nei panni di quei genitori. Ecco, i vecchi non hanno più i genitori. Particolare non trascurabile. Manca quel sentimento di identificazione con il dolore altrui. Noi possiamo solo immaginare il dolore di un genitore che “perde la vita” perdendo un figlio. Se muore un vecchio, muore un vecchio e basta. Non c’è dispersione di dolore altrui, lo sguardo non si volge immediatamente ai figli del vecchio. Non c’è compenetrazione compassionevole. Niente. È semplicemente morto un vecchio.
E poi, qui in Italia, molto prima che accadesse il flagello, nessuno ha mai considerato i vecchi, neppure, egoisticamente, sotto il profilo economico. Nessuno ha mai pensato di metterli a reddito, guadagnandoci sopra, speculandoci, magari. Non sono attrattivi, giusto quel genietto di Prostamol ci ha fatto due soldi. Pure le dentiere sono scomparse. Maglie di sotto nisba, zero elisir di lunga vita. Vecchio, sei solo un povero vecchio.

Le procure di mezza Italia hanno avviato indagini ipotizzando reati come epidemia colposa e omicidio colposo. Ma ciò che appare certo - al di là dei risultati delle inchieste - è che decine di migliaia di persone sono state e sono vittime del delitto di abbandono di incapace. Che è sì una fattispecie penale ma, ancor più, una malattia sociale. Una vera patologia dello sviluppo in una società cresciuta in maniera deforme che, mentre umiliava e impoveriva le giovani generazioni, e le aspirazioni di lavoro e di reddito, esaltava un'ideologia giovanilista, fondata su un'idea produttivista e salutista di benessere. Una concezione in cui i lenti, gli incerti e gli inermi sono destinati ai margini.

E teniamo malinconicamente basso il dibattito sulla considerazione etica per i vecchi, che un tempo era pur un valore, lasciamo pure che il vento disperda il loro patrimonio morale, la capacità di poter indicare qualche strada, contribuire con l’esperienza alla risoluzione dei problemi anche vitali. Niente, questioni che non hanno più margini di attualità in una società frenetica e superficiale come la nostra, che fa fatica a riconoscere qualunque valore, qualunque panorama, fuori da sé.
Nella vostra testa avete già ucciso tutti i vecchi. Ma restare tra giovani non vi gioverà.

Nessun commento:

Posta un commento