La democrazia riguarda le regole formali di decisione e
organizzazione e disegno delle istituzioni della società al fine di
promuovere l’influenza dei cittadini sulle decisioni e gli sviluppi
della società. Quando la maggior parte delle persone pensa oggi alla
democrazia, presumibilmente pensa al voto nelle elezioni e a quello che
succede nel governo, con scarse opportunità di contribuire tra
un’elezione e l’altra. Tuttavia il cuore della democrazia dovrebbe
riguardare la partecipazione delle persone alle decisioni che
influiscono su di loro.
Oggi nella maggior parte delle economie il sistema dominante per
distribuire beni, servizi e risorse (compresi lavoro e capitali naturali
e prodotti) è il sistema del mercato, che è definito come un sistema di
offerte competitive tra singoli acquirenti e venditori. Noi sosteniamo
che il sistema del mercato è fondamentalmente in conflitto con il
concetto della democrazia e con la voce in capitolo delle persone sulle
decisioni che le riguardano. Ad esempio, quando un produttore di
automobili vende un’auto a motore diesel a un acquirente in un mercato,
quelli nella comunità che sono danneggiati dall’inquinamento acustico e
dell’aria proveniente dall’auto sono esclusi dall’aver voce nella
transazione. Inoltre, in un mercato, i consumatori “votano” su ciò che
deve essere prodotto e su quali investimenti la società dovrebbe fare in
base al principio “un dollaro, un voto”, indipendentemente da quale sia
la ricaduta sui singoli. Quanti più sono i dollari cui uno ha accesso,
tanti più voti può esprimere.
I mercati hanno un’influenza pervasiva in ogni area delle nostre vite
e tuttavia non sono chiamati a rispondere delle conseguenze negative,
quali il cambiamento climatico e la disuguaglianza economica in continua
crescita. Nelle attuali economie di mercato, formalmente democratiche,
c’è un costante tiro alla fune tra mercati e democrazia. Quanto maggiore
è l’influenza dei mercati, tanto minor spazio c’è per l’influenza
democratica e viceversa. Eventi recenti dopo la crisi finanziaria del
2008, con la concentrazione sul salvataggio di istituzioni finanziarie
di proprietà privata ma non dei proprietari di casa in pignoramento e
con la contemporanea messa in atto di dure misure d’austerità per i
cittadini comuni, hanno sottolineato ed enfatizzato questa
contraddizione. Ogni movimento che abbia l’obiettivo di lungo termine di
trasformare la società rendendola veramente democratica e liberatrice
deve alla fine non solo affrontare e migliorare il processo del voto
politico rendendolo più trasparente, diretto e partecipativo, ma anche
introdurre processi decisionali democratici nell’economia sostituendo
ai mercati una procedura democratica, decentrata e partecipativa di
pianificazione dell’allocazione delle risorse sociali.
Socialdemocrazia postbellica
Nel periodo postbellico e fino ai tardi anni ’70 i lavoratori e i
cittadini comuni principalmente nell’Europa Occidentale e in Nord
America avevano possibilità piuttosto buone di influenzare lo sviluppo
della società e la distribuzione del reddito mediante sindacati
relativamente forti e partiti socialdemocratici, o equivalenti, che
almeno parzialmente difendevano dal mercato gli interessi di vasti
gruppi della popolazione. I sindacati premevano per salari più alti e
per un’accresciuta influenza sul luogo di lavoro ed ebbero un certo
successo, anche se una vera democrazia dell’industria non fu mai in
discussione. In Svezia i sindacati si spinsero sino a mettere in
discussione la proprietà privata delle imprese mediante la proposta di
fondi dei salariati a metà degli anni ’70.
I partiti socialdemocratici ridistribuirono il reddito mediante
trasferimenti e attuarono riforme dello stato sociale che garantirono
l’accesso universale a risorse pubbliche vitali, quali l’assistenza
sanitaria e l’istruzione. Inoltre molti cittadini erano impegnati in
associazioni civili che avevano una certa influenza sullo sviluppo della
società. Tali associazioni civili funzionavano come una “scuola di
democrazia”, in cui i partecipanti sviluppavano competenze relative
all’assunzione e all’attuazione di decisioni collettive.
La domanda aggregata della società era gestita in accordo con le
teorie di John Maynard Keynes come componenti chiave dello sviluppo
economico e del governo che, assieme a un esteso sistema di assistenza
sociale, trasferimenti ugualitari di reddito e un considerevole numero
di imprese di proprietà pubblica sulle quali i cittadini avevano, almeno
in teoria, controllo democratico, garantivano un settore pubblico
forte. Mentre i socialdemocratici all’origine avevano obiettivi e
visioni più ambiziosi, arrivati al 1950 e in seguito i mercati furono
ritenuti necessari ma sottoposti a decisioni e istituzioni democratiche e
limitati da esse. Le transazioni finanziarie e gli investimenti
internazionali e molto disciplinati e non era consentito loro di
controllare le decisioni di istituzioni formalmente democratiche in
stati sovrani.
Nel complesso il periodo postbellico fino ai tardi anni ’70 fu
caratterizzato da mercati disciplinati e controllati, elevata crescita,
un grande settore pubblico, sindacati forti con grande influenza e
limitate disparità di reddito.
Neoliberismo
A partire dai tardi anni ’70 la situazione è cambiata enormemente. La
dottrina neoliberista, sviluppata da Friedrich von Hayek e Milton
Friedman e promossa attraverso la rete della Mont Pelerin Society e
delle sue associate, tra cui istituzioni accademiche quali la Chicago
Business School nei decenni dopo la seconda guerra mondiale, negli anni
’80 divenne più o meno la sola dottrina accettata tra i politici e gli
economisti prevalenti. Il neoliberismo enfatizza l’importanza di
minimizzare, e idealmente sradicare, le possibilità che la democrazia
influenzi le decisioni economiche. I mercati e, soprattutto, la
concorrenza dovrebbero guidare le decisioni e lo sviluppo in tutte le
aree della società, senza essere ostacolati o influenzati da decisioni o
azioni di organismi gestiti democraticamente. La logica del mercato
deve essere considerata una “legge di natura” inaccessibile al processo
decisionale democratico e agli interventi politici. Lo scopo della
politica consiste nel proteggere i mercati e le altre istituzioni della
società dall’influenza democratica. Il potere politico dovrebbe essere
al massimo possibile delegato a tecnocrati ed esperti “apolitici” che
sono al di là della portata dell’influenza democratica. Semmai debbano
esistere istituzioni democratiche, devono essere subordinate alle
richieste dei mercati. L’idea liberale classica che i cittadini abbiano
determinati diritti intrinseci in quanto esseri umani che dovrebbero
essere garantiti attraverso istituzioni pubbliche è respinta. I soli
diritti cui il cittadino ha titolo sono quelli che può assicurarsi sul
mercato. Tutto questo, contrariamente alla credenza del pubblico,
richiedere uno stato forte e un elevato livello di coercizione politica.
Lo stato deve limitare le scelte disponibili che i cittadini hanno,
promulgando e facendo rispettare leggi che proteggano la proprietà
privata, i negoziati di mercato, i contratti, eccetera.
Questo programma è stato attuato con successo in tutto il mondo. Le
istituzioni democratiche della società sono state sistematicamente
smantellate in linea con le richieste del mercato. Il potere e
l’influenza dei sindacati sono stati ridimensionati. Ci sono differenze
tra i paesi riguardo a quanto in là si sono spinti in questo sviluppo
neoliberista, ma non c’è alcun dubbio sulla direzione generale. Le
liberalizzazioni e gli accordi di libero scambio hanno dato alle imprese
e soprattutto al capitale finanziario un grande potere per spingere i
paesi gli uni contro gli altri. Hanno reso difficile, se non
impossibile, ai paesi perseguire una politica indipendente che vada
contro le pretese del mercato riguardo ai diritti sindacali, alla
protezione dell’ambiente, alla tassazione, alla politica sociale, alla
politica fiscale e via discorrendo, il che ovviamente era uno degli
scopi della liberalizzazione. Il potere dei sindacati di influenzare i
salari e le condizioni di lavoro è stato anch’esso influenzato
negativamente dalle liberalizzazioni e dagli accordi di libero scambio.
L’estesa privatizzazione di un crescente numero di attività in
precedenza messe a disposizione dal settore pubblico ha (1) ridotto la
sfera soggetta all’influenza democratica e (2) aperto nuovi mercati e
creato maggiori opportunità di profitto per il capitale. La politica
monetaria è stata delegata a banche centrali indipendenti che sono
“protette” dall’influenza democratica. Contemporaneamente la politica
monetaria, e dunque le banche centrali, ha ottenuto maggiore influenza
poiché i parlamenti nazionali hanno più o meno rinunciato alla politica
di bilancio di fronte alle richieste dei mercati di basse imposte e
ridotta spesa governativa. La sola responsabilità delle banche centrali
consiste nel tenere sotto controllo l’inflazione, il che è lo stesso che
dire che la disoccupazione andrebbe mantenuta a un livello
sufficientemente elevato per non far partire l’inflazione. Il Europa e
altrove il potere formale è trasferito dai parlamenti nazionali a
organismi sovranazionali quali OCSE, BCE, Commissione Europea, FMI,
Banca Mondiale, eccetera; organi che decidono, ad esempio, il tetto del
debito e i deficit di bilancio degli stati membri sulla base delle
richieste dei mercati. Queste istituzioni sono progettate per essere
inaccessibili all’influenza democratica e sono situate lontano dai
cittadini influenzati dalle loro decisioni. In alcuni casi,
rappresentanti democraticamente eletti sono stati cacciati e sostituiti
da tecnocrati non chiamati a rispondere, come in Grecia e in Italia,
sulla scia della crisi finanziaria del 2008, al fine di soddisfare le
richieste del mercato e di precludere l’influenza democratica. La
liberalizzazione dei mercati finanziari globali a partire dagli
anni ’80 è stata particolarmente rimarchevole e ha un ruolo importante
nello spiegare la crisi finanziaria del 2008.
In sintesi, il trionfo del neoliberismo dalla fine degli anni ’70 ha
condotto a una crescita stagnante, a enormi disuguaglianze, alla
finanziarizzazione dell’economia e a un’accresciuta corruzione. I
rapporti di forza sono cambiati spettacolarmente a vantaggio dei mercati
a spese di istituzioni democratiche indebolite, che in linea di
principio sono divenute esecutrici delle richieste e delle preferenze
del mercato.
Alternative
C’è chi promuove e opera per un percorso di sviluppo diverso dal
neoliberismo. Molte organizzazioni e partiti politici situati a sinistra
dei socialdemocratici aderiscono a una qualche variante della visione
mercato-socialista in cui alle istituzioni democratiche è dato maggior
potere e influenza e i mezzi di produzione sono di proprietà comune
della comunità o dei lavoratori, ma ci sono beni e servizi ancora
distribuiti attraverso i mercati. Due dei più noti promotori delle
teorie mercato-socialiste sono oggi David Schweickart (Democrazia
economica) e Erik Olin Wright (Utopie reali).
Alcuni, come Gar Alperovitz e Richard D. Wolff, sottolineano la
necessità di cominciare a fare esperimenti di democrazia su piccola
scala ora, all’interno del sistema capitalista, se la democrazia deve
funzionare su vasta scala. Secondo Alperovitz gli attivisti devono
cominciare a prendere il controllo di imprese e a gestirle sotto forma
di cooperative controllate dai lavoratori nel quadro del sistema di
mercato capitalista. Mondragon in Spagna e Vio.me in Grecia sono spesso
citati come esempi riusciti di imprese controllate dai lavoratori.
Inoltre alcune regioni e municipalità stanno sperimentando procedure più
democratiche di bilancio – chiamate bilancio partecipativo – in cui ai
cittadini è data una maggiore influenza sull’allocazione dei beni
pubblici della regione o della municipalità. Tali esempi servono da
fonte d’ispirazione per molti e spesso riescono ad aumentare l’influenza
democratica e (nelle aziende) a ridurre le differenze dei livelli di
retribuzione tra i lavoratori più e quelli meno pagati.
Tuttavia le imprese esistenti in un ambiente istituzionale ostile
sono sempre costrette a una corsa in salita per conservare i loro
“principi cooperativi”, cioè una dedizione alla democrazia interna e a
strutture salariali ugualitarie. Nel lungo termine rischiano o di
doversi sempre più adattare a una logica di mercato capitalista con
gerarchie decisionali interne autoritarie e di dover aumentare le
differenze di remunerazione e così compromettere ogni progresso, oppure
l’esaurimento dei loro membri che spesso devono assumersi sforzi e
sacrifici extra, spesso con un compenso inferiore rispetto a occupazioni
paragonabili, affinché le loro aziende sopravvivano nel mercato.
La socialdemocrazia e i principali sindacati hanno a lungo accettato
sia la proprietà privata sia i mercati. La loro strategia è consistita
nell’aumentare il potere e l’influenza del sindacato sulle decisioni
discusse e assunte nei consigli di amministrazione, senza mettere
seriamente in discussione i diritti di proprietà e i diritti del
proprietario alle decisioni finali. Questo significa, tra l’altro, che i
principali sindacati hanno sempre avuto, e hanno tuttora, un
atteggiamento ambivalente nei confronti del movimento cooperativo perché
i membri delle coop opereranno sia come proprietari, che in un sistema
capitalista di mercato sono soggetti alle richieste del mercato, sia
come lavoratori i cui interessi fondamentali vanno contro la logica del
mercato.
Che si preferisca una strategia socialdemocratica per controllare e
limitare il mercato e aumentare l’influenza democratica sulla società,
come nel periodo post-bellico, o si sia a favore di una visione
mercato-socialista di più vasta portata in cui i mezzi di produzione
sono di proprietà comune, qualsiasi potenziale conquista sarà limitata,
richiederà sacrifici enormi e rischierà di essere cancellata fintanto
che i mercati sono accettati come meccanismo dominante di allocazione,
poiché mercati e democrazia sono fondamentalmente incompatibili. Gli
imprenditori in cerca di profitto saranno costantemente alla ricerca di
qualsiasi opportunità di nuovi affari, il che significa espandersi in
aree geografiche e sociali nuove in precedenza non organizzate da
mercati popolate da fornitori a fini di profitto.
Contraddizioni tra democrazia e mercato
Nella misura in cui le decisioni su ciò che dovrebbe essere prodotto,
consumato e investito in una società sono prese attraverso i mercati,
tutte le parti influenzate dalle decisioni sono escluse dall’influenza
ad eccezione dei compratori e venditori che stringono l’accordo. Da un
punto di vista economico ciò non solo non è democratico, ma è anche
inefficiente, poiché le risorse saranno distribuite in base a
informazioni inaccurate e incomplete riguardanti i costi e benefici
sociali delle alternative. Gli effetti a lungo termine, sull’ambiente e
sulla salute, ad esempio, saranno sottovalutati o ignorati.
Inoltre se i dipendenti o i membri delle cooperative saranno assunti
medianti negoziati sui mercati del lavoro il compenso per il lavoro – il
reddito – sarà determinato in base al potere negoziale di chi lo cerca
e/o alla capacità di contribuire alla produzione e alle entrate
dell’impresa, indipendentemente da sforzo e sacrificio, determinando
vaste disparità di reddito sia tra differenti categorie di lavoratori
sia tra individui. Questo è iniquo perché sforzo e sacrificio sono i
soli fattori che un lavoratore può influenzare direttamente, mentre
altri fattori che determinano la produttività di un lavoratore sono
fuori dal suo controllo, come la qualità degli strumenti di lavoro, i
talenti, i geni, la fortuna e così via. Questo è vero indipendentemente
dal fatto che i mezzi di produzione siano di proprietà privata o comune.
Se una società è capitalista, cioè se i mezzi produttivi e finanziari
sono di proprietà privata, la disuguaglianza di reddito e la
concentrazione della ricchezza sono amplificate, poiché il proprietario
del capitale riceve un reddito senza svolgere alcun lavoro – profitti – e
quanto maggiore è il capitale tanto più elevato è il profitto. Il
reddito a sua volta determina (1) la possibilità per l’individuo di
accedere a beni e servizi, e (2) la sua possibilità di “votare” per ciò
che dovrebbe essere prodotto e per quali investimenti dovrebbero essere
fatti in una società in conformità al principio “un dollaro, un voto”.
Nelle democrazie capitaliste, persino l’influenza politica formale è in
larga misura determinata da differenze di reddito e di patrimoni,
nonostante l’idea che tale influenza dovrebbe essere democraticamente
“una persona, un voto”. Estesi patrimoni finanziari introducono molte
opportunità di esercitare potere politico, ad esempio mediante donazioni
e attività di pressione.
I mercati compromettono anche le competenze e le capacità che sono
necessarie per un processo veramente democratico, ad esempio la capacità
di assumere decisioni collettive e provare empatia e solidarietà per
gli altri. I mercati sono contesti sociali che premiano certe
caratteristiche, quali egoismo, insensibilità e indifferenza mentre
solidarietà ed empatia sono punite. Sono premiati quelli che sfruttano
in modo più efficace i loro simili.
Infine la concorrenza sul mercato significa che i luoghi di lavoro
devono sempre dare priorità a risparmiare sui costi, anche in casi in
cui le attività sono redditizie, il che a sua volta agevola strutture
decisionali gerarchiche in cui i capi sono assunti per prendere
“decisioni dure” a detrimento dei lavoratori comuni, poiché il luogo di
lavoro deve sempre, soprattutto, essere competitivo.
Un’alternativa democratica non di mercato
L’idea che non ci siano meccanismi di allocazioni alternativi al
mercato è oggi diffusa, persino all’interno di vasti strati della
sinistra, il che è uno dei principali ostacoli alla creazione di
un’economia democratica ed equa. C’è tuttavia il diritto di essere
scettici riguardo a visioni non capitaliste, considerati i tentativi
falliti di socialismo di stato nel ventesimo secolo e le odierne visioni
alternative non capitaliste devono essere una chiara alternativa sia ai
mercati sia alla pianificazione centrale autoritaria.
La sfida consiste nel trovare una soluzione che distribuisca potere e
influenza a lavoratori e consumatori e allo stesso tempo protegga gli
interessi di altri gruppi nell’economia che sono toccati dalle loro
decisioni e azioni. Lo stesso vale nella sfera politica. Nel ventesimo
secolo non c’è stato, sotto nessun aspetto, alcun tentativo di far
progredire e sviluppare i principi fondamentali della democrazia
parlamentare in direzione di un processo decisionale più partecipativo.
Perciò il lavoro per un’economia più democratica è collegato in modo
cruciale alla politica che mira a superare e far progredire la
democrazia parlamentare. Lo scopo è una democrazia partecipativa con
minor rappresentanza indiretta e con le persone che abbiano una maggior
voce in capitolo effettiva sul processo decisionale delle loro comunità.
In un’economia la maggior parte delle decisioni economiche avrà
effetti su molte persone, ma in gradi diversi, e la sfida consiste nel
dare a lavoratori e consumatori autodeterminazione sulle loro azioni
nella misura appropriata.
In un’economia democratica, nella quale l’obiettivo è l’autogestione,
non c’è spazio per proprietari privati di capitale o azionisti che
possiedono fabbriche e altre risorse produttive, che controllano che
cosa è prodotto e come la produzione è organizzata e perseguono profitti
massimi da investimenti privati senza considerazione per gli effetti
negativi per altri gruppi della società. Né c’è spazio per banche
private o altri creditori che controllano l’accesso a opportunità
d’investimento per quelli che non dispongono di fortune proprie. Non
possono esserci gruppi di lavoratori la cui unica funzione consiste
nell’obbedire a ordini o eseguire esclusivamente compiti monotoni e
ripetitivi, mentre altri lavoratori prendono tutte le decisioni e
monopolizzano compiti che danno accesso a informazioni e potere. Ogni
differenza di reddito deve essere limitata e basata solo su differenze
di sforzi e sacrifici e non su differenze in fattori che sono oltre il
controllo umano.
Ogni alternativa democratica perseguibile nel lungo termine al
sistema del mercato deve (i) essere realmente democratica mettendo
quelli che sono toccati da decisioni economiche in grado di aver voce in
capitolo attraverso una struttura dal basso di federazioni industriali e
geografiche; (ii) essere decentrata, senza alcuna burocrazia di
pianificazione centrale; (iii) generare le informazioni necessarie per
rivelare i costi e benefici reali di differenti scelte, compreso
l’impatto sugli altri e sull’ambiente e, infine, (iv) incoraggiare la
partecipazione senza comportare eccessivo dispendio di tempo o essere
eccessivamente noiosa.
+Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/democracy-vs-markets/

Molto interessante, grazie.
RispondiEliminaMolto interessante, grazie.
RispondiElimina