Il 29 agosto del 1931, Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo Presidente della Turchia, dichiarò: «Scrivere
la storia è un compito tanto importante quanto quello di realizzarla.
Cosicché, se chi scrive non è in buona fede nei confronti di chi la
realizza, il risultato sarà quello di avere una visione distorta della
verità». Se così fosse, allora il Presidente Recep Tayyp Erdoğan non potrebbe dirsi in buona fede nei confronti di coloro che, nel 1923, realizzarono la fondazione di una Turchia indipendente e dai confini certi, attraverso la firma del Trattato di Losanna.
Lo scorso 29 settembre, infatti, il presidente ha dichiarato: «Qualcuno
ha provato a illuderci presentandoci il Trattato di Losanna come una
vittoria […]. Coloro che sedettero al tavolo per la discussione di quel
trattato non ci resero giustizia e noi stiamo raccogliendo, ancora oggi,
i guai derivanti da esso». Per la prima volta in tutta la storia
della Turchia, un capo di Stato ha messo in discussione, pubblicamente,
quello che ancora oggi è considerato il fondamento legale,
internazionalmente riconosciuto, della Turchia contemporanea. Non solo:
esso è considerato uno dei capisaldi del mito fondatore della Turchia,
il coronamento per vie diplomatiche delle battaglie avvenute sul campo.
Il Trattato del 1923 sostituì il Trattato di Sèvres
del 1920, Sevrès era stato imposto dopo la sconfitta nella Grande
Guerra dell’Impero Ottomano, e prevedeva la spartizione della penisola
anatolica. In particolare, a est si prevedeva la nascita del Kurdistan autonomo e dell’Armenia indipendente,
a sud si confermava la presenza di italiani e francesi e a ovest erano
state concesse la città di Izmir e l’intera regione della Tracia alla Grecia. I delegati ottomani firmarono il trattato, pressati da un sultano preoccupato soprattutto di perdere il potere.
Tuttavia,
all’interno della penisola imperversavano forze avverse all’impero,
soprattutto legate all’esercito. Una volta preso il potere e stabilita
un’Assemblea Nazionale ad Ankara, i ribelli, guidati da Mustafa Kemal,
avviarono una lotta di resistenza contro le potenze occupanti,
rifiutandosi di accettare i termini di Sèvres. Dopo due anni di strenui
battaglie, l’Italia, la Francia e la Grecia furono costrette a ritirarsi
e la Gran Bretagna riunì a Losanna una Conferenza per
stabilire un nuovo trattato con i delegati del governo di Ankara. La
battaglia sul campo fu sostituita dalla battaglia diplomatica, condotta
da İzmet Pasha (noto come İzmet Inönü, dopo il 1934,
che diverrà il secondo presidente della Repubblica) in sede di
negoziazione. La sua tenacia nel far corrispondere alle vittorie
militari il riconoscimento diplomatico fu così grande che, il 4 febbraio
del 1923, il capo della delegazione britannica, Lord Curzon,
abbandonò la conferenza per sfinimento. Alla fine i turchi ottennero di
cristallizzare tutti i risultati ottenuti nelle battaglie, di
riprendersi la Tracia fino al confine con il fiume Maritsa, la sovranità sugli Stretti, l’abolizione delle Capitolazioni e l’esenzione dal pagamento delle riparazioni
(unico esempio tra tutti i belligeranti del primo conflitto mondiale).
La maggior parte degli storici, soprattutto turchi, concorda nel
ritenere che il con il Trattato di Losanna i negoziatori raggiunsero il
massimo risultato possibile, date le circostanze in cui venne firmato.
Inoltre,
nei primi anni dopo la fondazione della Repubblica, il 24 luglio, data
della firma del Trattato, era considerato festa nazionale, il “Losanna
Day”. La polemica di Erdoğan, dunque, non avrebbe ragione d’esistere.
Eppure, nel dibattito interno turco non è la prima volta che si parla di
un’eventuale revisione di Losanna. In particolare, già nell’ottobre del
2014, il Foreign Policy dedicava un ampio articolo a
una bizzarra teoria del complotto, esaltata da alcuni siti
turchi, secondo la quale il Trattato in questione conterrebbe delle
clausole segrete per le quali esso spirerebbe nel 2023, nel suo
centenario, rendendo i confini turchi “obsoleti”. A questo si aggiunga
un’altra recente polemica secondo la quale, in sede di conferenza, Inönü
(e quindi Atatürk) non avrebbe fatto abbastanza per estendere il
confine turco fino a Mosul (ricca di giacimenti petroliferi), né per
“riprendersi” le isole dell’Egeo, oggi appartenenti alla Grecia.
Prendendo
alla lettera le parole del presidente turco, comunque, si potrebbero
formulare alcune ipotesi. Il bersaglio principale della polemica, oltre
ad essere il trattato in sé, è certamente la persona di İzmet İnönü, visto che ha parlato di «coloro che sedettero al tavolo»
per negoziare. Costui, oltre ad essere stato delegato a Losanna,
secondo presidente della Turchia e principale architetto della
secolarizzazione dello Stato turco, ha influito enormemente nella
politica estera del Paese nel secondo dopoguerra, soprattutto in senso filo-occidentale.
Alla fine degli anni Quaranta, egli preparò il terreno per
l’avvicinamento della Turchia alle posizioni americane, culminato con
l’ingresso nella NATO nel 1952. Nel 1963, invece, fu egli stesso a firmare l’Accordo di Associazione con l’allora Comunità Economica Europea (CEE), quale primo passo per l’ingresso nella grande famiglia europea, fortemente da lui auspicato anche negli anni successivi.
In
questo senso l’attacco di Erdoğan continuerebbe a rientrare in quella
strategia volta a far allontanare sempre di più la Turchia
dall’Occidente. Cosa che continua ad avvenire anche pragmaticamente:
l’ultima trovata del presidente turco, infatti, è stata quella di rendere permanente l’ora legale attraverso un decreto del governo varato il 7 settembre scorso. Cosicché la Turchia entrerà a far parte del fuso orario di La Mecca e di Mosca,
GMT/UTC +3, consentendo un miglioramento della sincronizzazione dei
rapporti con Putin e con i Paesi mediorientali. Peccato, però, come
sottolineato da Hikmet Tanriverdi – presidente dell’Istanbul Ready-Made Garment Exporters Association -, che le perdite in termini economici rispetto ai rapporti commerciali con l’Europa saranno molto significative.
Sono arrivate le ruspe al Gezi Park.
Tre colossi gialli dotati di leve e cucchiai dentati da qualche giorno
hanno fatto la loro sinistra apparizione ai giardini che affacciano su
Taksim, la piazza centrale di Istanbul. Questo fu il teatro della
rivolta del maggio 2013, repressa nel sangue dopo che migliaia di dimostranti si ribellarono alla decisione del governo conservatore islamico di abbattere gli alberi secolari
per far posto a un centro commerciale. Il ministro della Cultura ha
annunciato anche che il Centro culturale Ataturk, l’edificio simbolo
della Turchia laica in quei giorni, a fianco del parco, sarà demolito.
Un’altra ipotesi interpretativa delle parole di Erdogan, è quella che guarda ai confini orientali.
Siamo in un periodo che vede la Turchia impegnata militarmente sul
fronte a sud-est, con l’operazione «Scudo dell’Eufrate». Essa è un
intervento di terra ufficialmente rivolto contro lo Stato Islamico, ma
che comunque mette in gioco direttamente l’esercito turco in un
territorio nel quale le linee di confine diventano giorno per giorno
sempre più labili.

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