Il sonno scosso da una terra data in pasto ai lupi, così ruvida che
Stephen-il-King dell’horror piombò in un profondo coma, che riuscì a
raccontare solo a due decadi di distanza, nelle sue memorie, intitolate IT is Trump.
Il presagio di una catastrofe bagnava gli occhi dei più vicini, gli
americani, che videro le lancette dei diritti portate indietro di un
secolo, fino al sorgere del buio e al risorgere del dubbio.
La pestilenza si abbatté sul pianeta come un urlo di guerra su
Twitter. Ebbe inizio con la cacciata degli immigrati dagli USA, mentre usa diventava
sempre più un imperativo; proseguì con le nomine alla Corte suprema del
Ku Klux Klan e di Charles Manson (quest’ultimo eletto in ritardo, a
causa dei dubbi di Trump sulla reale dipartita di Ted Bundy).
Mentre a nord infuriava l’esodo canadese, le imprese edili,
concentratesi sul confine messicano, iniziavano a costruire enormi
mostri di cemento, grazie al sudore di migliaia di irregolari a caccia
di spiccioli. Trump stimava l’alacrità della manovalanza, che pungolata
sul fianco cercava di fingere orgoglio e rispetto per l’impenetrabile
mostro cui dava malta per sopravvivere nel mondo dei ricchi.
Dopo lo spavento iniziale, il Congresso rispose risoluto, fondando un
partito unico che ebbe il merito di innestare i primi focolai di
protesta. Nelle vene dell’attivismo iniziò a scorrere una linfa nutrita
da rinnovata determinazione, le organizzazioni siglarono accordi, le
minoranze fecero fronte comune contro The Donald e nuove ondate
femministe intasarono le strade, la rete e la corrispondenza che il
Grande Fratello intercettava e decriptava senza posa.
Tuttavia, il razzismo divenne un diritto ariano garantito dalla
Costituzione, la violenza sessuale fu depenalizzata, la Cina dichiarata
“inconcepibile” e gli omosessuali accusati di stregoneria e condannati a
una riprogettazione neuronica di ultima generazione.
Mike Tyson, divenuto nel frattempo Governatore delle Hawaii, trovò il
favore del Presidente nella sua guerra al traffico di cocco, operato –a
detta dell’ex pugile- da un gruppo di locali di ceppo polinesiano,
appartenenti a una loggia massonica autoctona, dedita ad atteggiamenti
integralisti e rituali pagani di natura sovversiva.
Quando la classe media si ribellò contro l’annullamento
dell’Obamacare, il Presidente Dittatore sguinzagliò contro la plebaglia
un contingente di fondamentalisti islamici riprogrammati e soffocò il
dissenso con omicidi e rappresaglie che imputò ai cubani e a WikiLeaks.
Fu la fine di ogni speranza, il soffio sul già flebile lume della
democrazia. In breve, tutte il potere si concentrò nelle grassocce mani
suine di Donald Trump.
Non furono cerchiati molti giorni sul calendario, che il Presidente
Dittatore –o come preferiva farsi chiamare lui, Dio- si trovò al comando
di un esercito di animali antisociali, ammaliati dall’illusoria
riaffermazione del machismo e della razza ariana. I separatisti corsi, i
cugini nazisti, i nostalgici del Ventennio: il burattinaio intonò un
sirenico canto che richiamò i ceffi più viscidi che il mondo avesse mai
visto.
Il neoministro delle finanze, Dan Bilzerian, diede il via alla
liberalizzazione delle armi da fuoco, istituendo nuovi sportelli di
riarmo e sgravi fiscali per le famiglie con più di due fucili a carico.
Riportando in auge i valori e la mentalità di quelli che definiva «i bei
tempi» emanò un decreto che obbligava gli istituti scolastici a esporre
nelle classi un poster dello Zio Sam, affiancato dal venerabile Donald.
Nonostante il cielo plumbeo e la tendenza degli americani a uscire
sempre più spesso con la maschera antigas, Trump investì tutto sui
combustibili fossili, andò egli stesso in Medioriente, viaggiò in groppa
alle navi del deserto crivellando popoli a caccia di cibo e trivellando
la terra a caccia di petrolio.

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