
Mi manchi tu.
Mi servi tu.
Non saprei dirti se avevi ragione tu, se Dio certamente esiste, o se
avevo ragione io, a ripeterti che era una bugia.
Vorrei poterne parlare ancora.
Vorrei tanto farti “incazzare” mettendomi magliette metallare, quelle
che ti facevi il segno della croce; vorrei tornare a trovarti con i capelli
verdi e vederti paonazza.
Vorrei tornare a trovarti con il mio ultimo tatuaggio e sentirti dire
che solo a me stanno così bene.
Io non lo so, sai.. se qualcuno mi ha voluto bene come hai fatto tu.
Certe volte penso di no.
Ogni volta che passo sulla strada del cimitero, ti saluto, ci
mancherebbe; ma quando passo a trovarti restiamo sempre in silenzio.
Intanto, invece, leggo i tuoi diari, i ricordi della tua vita, dove
annotavi tutte le cose, dove partli di me, di papà, della fede, ed anche delle
semplicità della vita.
Mi sembra di sentirti parlare.
Per me eri eterna, eri qualcosa di così forte che non pensavo di dover
fare i conti con la tua assenza.
Hai preso papà e zio e li hai cresciuti da sola, senza mai chiedere
nulla a nessuno.
Così all’antica, per tante cose, così all’avanguardia, per altre.
Hai studiato durante la guerra, sei diventata professoressa, poi
direttrice di una scuola, studiando, facendoti i chilometri a piedi, con la tua
gonna lunga ed i capelli corvini.
Impegnati sempre.
Non fare mai in modo che pensino tu non possa farcela.
Ricordati sempre chi sei, cosa è importante per te.
Non tradire mai i tuoi valori.
Sii rispettosa, fai la cosa giusta.
Me lo ripetevi sempre.
Vestiti ordinata, ti prego.
Sorridi ogni tanto
Non vestirti sempre di nero.
Non smettere mai di disegnare
Devi pettinarti i capelli!
Non parlare come uno scaricatore
Anche questo me lo ripetevi sempre.
Insieme abbiamo fatto tantissime camminate, abbiamo letto tantissimi
libri, visto film e serie tv, specialmente quelle di Gialli, di casi irrisolti,
ci passavamo il pomeriggio.
Insieme abbiamo mangiato un sacco di pasta e di dolci, perché tu ci
andavi matta ed io quando dovevo farmi perdonare ti portavo sempre un vassoio
di pastarelle.
Mi perdonavi sempre.
Quando sei “andata via” non ci ho molto creduto, ho pianto solo quando
hanno murato la bara, sono tornata a casa e tutto è continuato.
Una parte di me era preparata, perché era tanto tempo che eri malata.
Ne avevamo fatte di giornate in ospedale, insieme, anche quando non mi
riconoscevi.
Una parte di me preferiva ignorare la cosa.
Ma non c’è un giorno che il mio cuore non ti ritrova, Nonna, un solo momento in cui
vorrei poterti parlare, sentire la tua voce, essere abbracciata da te, sentire
le tue mani sulla testa, prima di dormire, mangiare i piatti che mi preparavi.
Era tutto leggero con te, la pesantezza dei compiti, delle litigate,
riuscivi a far sparire tutto.
Eri di ferro, inamovibile, una roccia, avevi quella forza dentro con
cui riuscire a placare il mio animo narcisista, con cui dirmi che le cose
sarebbero andate sempre bene.
Non sai cosa darei per poterti sentire ancora una volta chiedermi di
raccontarti di me, non tanto per poter parlare,
ma perché tu ascoltavi veramente, nessuno lo aveva fatto mai.
Ad oggi, mi resta moltissimo, specialmente la tua assenza, la
sensazione che ci farò i conti per tutta la vita, che non potrò mai più vederti
sorridere quando aprivi la porta di casa.
Continuerò a comprare le nostre pastarelle preferite, continuerò a
leggere libri su libri, ancora conosco a memoria tre canti dell’inferno di
Dante, e non smetterò mai di portarti nel cuore.
Continuerò a pensarti, a non parlare mai di te, perché i grandi dolori
sono per sempre silenziosi nei nostri cuori, spero solo tu sappia che cosa hai
significato per me.
Sei stata la Rossana nel mio Cyrano.
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