Il fatto è che lesse nei loro occhi
l’insulsaggine, vide il tempo vivo diventare dispari e svanire su
quella moltitudine incosciente che invocava il suicidio. Ed ebbe
l’idea più ipocrita che un pusillanime potesse pensare: non
potendo ucciderli tutti li avrebbe fatti morire lentamente.
Luhil
capì che li avrebbe alienati al punto di non avere né una memoria,
né una realtà. «Una non vita
è come nessuna esperienza» pensò. Li avrebbe sfiniti di bugie e
dilemmi lasciandoli incapaci di intendere e di volere. Neanche il
piacere di pensare. Sopraffatti dal peso delle loro stesse palpebre
avrebbero avuto bisogno di qualcuno che ordinasse loro di aprirle. Lo
stava pensando; e mentre lo pensava l'idea gli crebbe dentro come
un'onda benefica che disseta le cellule, e indietreggiò
romanticamente di un passo come se avesse visto la madonna. E masticando parole incomprensibili fra labbra sarcastiche capì che
sarebbe vissuto ancora a lungo. Fino a quando?
Ma
ora doveva prendere una decisione e in fretta. Era quello il momento
opportuno per dare un ordine a tutti. Un ordine inutile, ma
perentorio, un comando uguale per uomini, donne, vecchi e bambini.
Uno solo e irreversibile. Ecco.... Sì. Non poteva ucciderli tutti,
ma aveva appena intuito come essere contemporaneamente tutti loro. Un
bagliore gli accese il volto e iniziò a parlare a quella gente come
un lupo si prepara a ghermire l’agnello.
Con
il bastone in aria ringhiò che stava facendo la volontà di Dio.
Già. Dio non avrebbe potuto chiedere nulla di più semplice e
contemporaneamente di più inutile. Quei pensieri gli segnavano il
volto di gioia e il suo cuore rideva di quella gente straniata. I
muscoli sotto la sua pelle si contraevano di spasmi nascosti, si
nutrivano di fiele e si gonfiavano d’ipocrisia. Bisognava guardarlo
per scendere fino a quel cuore di pietra, ma chi lo aveva fatto era
morto a un passo da lui nella pozza di sangue dove si stava
specchiando una donna in lacrime. Più di una volta fu tentato di
scalciarla. Due calci dati bene, le avrebbero rotto l’osso del
collo. I singhiozzi lo infastidivano, la lagna gli dava ai nervi. Ma
non si decise. Frattanto guatava il capannello in cerca di un
dissidente.
«Bene», pensò. Non reagiva nessuno. I suoi occhi
vedevano nullità immobili o visibilmente lenti, le labbra strette e
le braccia lungo i fianchi non gli facevano paura e la testa china è
dei moribondi, gli sguardi persi nel vuoto sono le proiezioni
invisibili di un cervello vuoto, inconcludente o amorfo, e il
desiderio di sentirlo parlare equivaleva alla nomina immediata a capo
carismatico.
Luhil
lo capì. Lui era unico e loro, lì a quattro, cinque passi,
erano la massa senza sangue, senza voce, senza respiro. Insomma, loro
erano niente e senza bastoni, meno che niente.
Intanto,
sans le savoir
la sroria di Luhil inaugurava il successo di chi mortifica il genere
umano. La carriera dell’uomo su questa terra scriveva il primo rigo
della prima pagina della prima storia dell’odio che partorisce il
dittatore.
Grazie per l'attenzione luglio 2016
Marcello Scurria

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