[1] Ogni riferimento a cose o a persone è puramente casuale
Uno
sconcerto! Altro che delizia! I corpi contundenti non producono
armonie, al massimo servono a fare cocci o echi dai legni cavi
residuati dai tormenti degli alberi. Come se non bastassero gli
incendi e i tagli, anche le botte su quello che ne resta. Una cosa
schizofrenica.
Sono
un onesto peccatore abituale che si dedica a normalizzare. Parto dal
salvabile. Procedo a ritroso nel tempo, ma faccio come i gamberi:
vado avanti con cinque paia di zampe a zonzo nella memoria di cose
che meritano d'essere ricordate al presente.
L’incipit
della normalizzazione non è mai originario ed è meglio iniziare
subito perché lo stato di cose può solo peggiorare.
Non
sono l’unico a ricordarli come furono e li immagino come dovrebbero
essere mentre i giornali scrivono ipocrisie mercenarie: il brutto si
fa bello, la povertà si fa ricchezza, l’abbandono si fa cura, la
criminalità si fa giustizia, gli amministratori sono eccellenti, il
turismo va a gonfie vele.
Questa
città che ospita il Trionfo della
Morte è nata e cresciuta per essere
bellissima. Se per alcuni secoli fu così, ora il
Trionfo della Morte è preso alla
lettera e visto il degrado, forse c’è chi spera in una profezia
alla Ferdinandea, l'isola che sbucò dal mare tra Sciacca e
Pantelleria nel giugno del 1831 per scomparire sotto i flutti nel
dicembre dello stesso anno.
Nel
Trionfo della Morte, è
rappresentata una fontana d’acqua sorgiva della quale non si parla
più, sebbene Palermo fosse nota in tutto il mondo per i suoi
giardini, le sue ville e le sue fontane.
Basta sfogliare un giornale di
cinquant’anni fa per renderci conto dell'odio che ha animato e
anima fino allo spasmo i nostri politici divenuti governatori dediti
a distruggere. Come se non ci fosse nient'altro da capire, per
costoro il mondo è bianco o nero, è buono o cattivo, è Cristo o
antiCristo. Dogmi e corruzione animano l'etica dello sciacallaggio
che contraddistingue la politica siciliana. Mi capita di incontrare
vecchie amicizie nei luoghi che mi incantarono e mi fecero
innamorare, proprio come accadde a Volfang Goethe, a Richard Wagner e
Oscar Wilde che nel 1900 definì Palermo, «una città bellissima.»
Prima e dopo di loro ne sono arrivati a decine e alcuni fra i più
illustri si sono fermati nella mia città fino a morire.
Sebbene
nato più di un cinquantennio dopo, rimpiango quella pace e benessere
traditi da politici e amministratori che da molte legislature
seminano odio in lungo e in largo per Palermo, che di quest'oglio
muore lentamente. Il malgoverno, però, è organizzato. La chiamano
mafia;
ma di lei, la specula è la simbiosi con la politica e la confessione
omertosa. La mafia
ha lasciato il territorio per le poltrone degli intoccabili da
ventimila euro al mese e pensioni d'oro da banchiere americano.
Pensate alla mafia
come al razzismo: il razzismo non esiste, esistono i razzisti uguali
ai politici siciliani che sono mafiosi come nessun'altra mafia
potrebbe darsi.
Ecco.
Io (voglio normalizzare) normalizzo questa inammissibile realtà
normalizzando i mafiosi che sono da normalizzare in cittadini. Come?
Se amassero la Sicilia più del loro conto in banca, per esempio.
Non
sarà un volo pindarico, perché la bellezza e la fama di questa
città sono già state e la bellezza non è una questione di gusti,
bensì di verità. Rievochiamo il genius
loci e la sua vitalità vicino alla
bellezza il più lontano possibile da qualsiasi metafora della morte
che si incensa di trionfi insieme all’ipocrisia che si addobba di
amenità.
Immaginatevi
ora la mia faccia di fronte ad un simile scelo e disdoro!
Se
prendo questo vaso e lo sbatto per terra, cos’ho fatto? Ho
distrutto un vaso. Per quale follia dovrei lasciarmi convincere che
mille di questi vasi fatti a pezzi, facciano progresso o civiltà? Sono esterrefatto dal trionfo
del guastatore. Com’è fortunato a non essere ostacolato! Non è
giusto dare alle briciole la gloria della maestosità e mi sento
soffocare al pensiero che può solo peggiorare.
Abbiamo
costruito organi giganteschi per onorare la magnificenza del creato,
abbiamo intrecciato note capaci di intonarsi con il cielo e abbiamo
composto spartiti in onore della natura imitando i suoni fatti di
puro alito, tanto bramosi d’amore da ridondare di gioia.
La
musica è la prova che il genere umano è molto più intelligente di
quanto comunemente si creda e, se ascoltare la bellezza fa bene,
figuriamoci quanto farebbe bene vederla, incontrarla e pensarla.
L’istinto
creativo è il più importante fra gli impulsi basali. Non dobbiamo
permettere che l’ipocrisia e la furbizia dissacrino l’intelligenza
che ci appartiene per diritto divino, come la musica, le scienze, la
letteratura, la logica matematica, le belle arti, il giardinaggio.
«Nati non fummo per viver come
bestie ma per seguir virtute e conoscenza»
disse il sommo Dante che pensando il pensiero raggiunse il paradiso,
regno della bellezza perfetta. La bellezza materializza il
trascendente che essendo di natura divina, ci rilassa come la buona
musica, come i fiori e i loro profumi fanno nascere arcobaleni sulle
terrazze dello spirito.
La
bellezza è un modo di essere della natura. Chiediamoci: di
cosa siamo fatti?
Perciò
mi arrabbio se una goccia d’acqua che da sola non può far nulla
gode della fama di un fiume.
I
coproliti finiranno per distruggere tutta la complessità della
natura e avendo prosciugato l'abbondanza di ogni fiume, sono
altrettanto capaci di annichilire la gloria delle migliori città. E’
stato praticamente inutile meravigliarsi o scandalizzarsi, tant’è
che da ottant’anni non facciamo che abituarci ad ogni più grande
dolore.
Invece,
ai disastri non dobbiamo abituarci, dobbiamo normalizzare con
saggezza ciò che è già divenuto intollerabile riflettendo su come
salvare il salvabile. Subito.
Ma
è così difficile? Chiediamocelo; perché la velocità del
nichilismo politico ci toglie le scarpe mentre camminiamo e va a
razzo dopo averci lasciato a piedi nudi. Il guastatore si affanna a
dare un nome ai colpi e a istituzionalizzare le botte ai cittadini,
gettati a forza nel pozzo delle complicazioni angoscianti che li
rendono ottusi, incapaci di reagire. Nuovi pugni e manrovesci
picchiano i figli più intelligenti di quel
presuntuoso che mena bastonate certo d’essere assolto dalla legge
italiana che inneggia all’ipocrisia da quando la fanfara delle
grandi occasioni suona per lui. Beh! Svegliamoci. Dobbiamo fare in
fretta, dobbiamo far regredire l’eccesso fino a ridurlo un male
gestibile, dobbiamo normalizzare l’incontrollabile. L’ipocrisia
è un virus patogeno che agogna la pandemia. Fetecchia su fetecchia,
il nichilismo soffia sulla gente come il fuoco spinto dal vento
devasta una foresta. E mentre muore lentamente, si inquinano le falde
acquifere, siamo soffocati dalle polveri sottili, si alienano intere
città, si fa strage di animali, pesci e mammiferi marini, si
lasciano cadere a pezzi monumenti e siti archeologici, si defogliano
i giardini e si prosciugano le vasche e le fontane, si ipoteca la
storia della bellezza perché sparisce la sua peculiarità e il
futuro delle generazioni è già cenere molto prima di cominciare.
Quel
poco che resta del creato, poca cosa a vederla con gli occhi degli
anziani, attende che l’inconscio collettivo faccia il miracolo
annunciando la resurrezione del pensiero!
Ma
attenzione, perché la speranza che fa morire gli speranzosi è
questa. Infatti, siamo molto malati e nessuno dice, tranne me, che La
speranza è il successo di chi non muore prima.
I
coproliti al potere sono una enormità, e i mafiosi passano al
setaccio quello che resta della loro man bassa.
In
parole verdi ed ecologiche, i bastoni possono farsi in un miliardo di
maniere senza radere al suolo una foresta come chi ha sete di un
bicchiere d'acqua non ha motivo di svuotare l'intera damigiana.
L’innato
senso della misura coglie subito il senso della parsimonia necessaria
alla cosa pubblica. Invece, il potere emetico fomenta aporie e
pregiudizi scusando i farabutti che dissimulano l’immane spreco di
tempo e denaro, almeno quanto la schizofrenia sociale è
involontariamente complice della corruzione che mira
all’inconcludenza e all’insulsaggine.
Questo
potere che vive per mangiare invece di mangiare per vivere, non ha
orizzonti e il legislatore stende articolati adeguati a misurare lo
scombussolamento sociale e dargli un prezzo.
[2]
Dopo
i vulcani e i dinosauri del giurassico, durante il pleistocene, più
o meno ventimila anni fa all'inizio del dryas
antiquus, millenni prima delle
guerre, secoli prima della scrittura, a decenni da Omero, ma subito
dopo il primo imperturbabile, l'eccesso umano spaccò i carapaci dai
quali schizzò il sangue fino ad imbrattare i volti di molti
innocenti. Il carapace che per secoli salvò le tartarughe dalle
brutture del mondo e allietò i nostri antenati che li usavano a mò
di tamburi, non le salvò dall’infamia degli uomini che le uccisero
per fare un dispetto ad Atlante, il mitico Titano che tiene la Terra
sulle spalle fra capo e collo.
Infatti,
informate dalla natura che stavano per morire, le tartarughe gli
chiesero: «Perché?» E Atlante si riempì di compassione per queste
creature che tuttora incarnano la metafora della vita che va protetta
come la cosa più importante della creazione. Se la vita è sotto lo
scudo, allora le giganti di terra e di mare sono creature importanti
che ricordano il sapore e l'odore della terra, dell'aria e dei mari
come biblioteche intitolate alla saggezza del tempo da custodire.
Che
senso avrebbe la tartaruga se non quello di incarnare uno scudo che
proteggendo lei, protegge simbolicamente tutta la vita?
Ecco
una donazione di certezza. La verità è di questo mondo e lo sarà
per i secoli a venire quando l’uomo, creato per dare un nome e una
voce alla natura, chiamò pesce il Pesce e leone il Leone, battezzò
gli dei, gli eroi e i miti inchinandosi alla trascendenza.
A
quel tempo, la parola dio,
non esisteva; esisteva l’Olimpo. Un regno vero come le idee, un
iperuranio oltre la mera materia.
Quando
accadde, fu un evento che divertì moltissimo i sudditi di Pan,
l'entità primeva allo stesso Olimpo che lo accolse dicendogli
«bravo, noi ti ringraziamo, hai fatto un ottimo lavoro.»
Per
capirci, il lavoro
di Pan, fu il Paradiso Terrestre. Perciò, la bellezza è un modo
d'essere della vita e furono in molti a lasciarsi accarezzare l'anima
dalla perfezione. Nietzsche, per esempio, molti secoli dopo Platone o
Eschilo, spiegò che i miti e gli dei che vengono a trovarci in sogno
sono gli stessi con cui parlavano i nostri antenati; che al tempo di
Uhil, uno dei protagonisti di questo romanzo, vivevano in relazione
stretta con la vita, per la bellezza, cioè erano sia con l'anima:
la psiche e il pensiero del cuore, sia con il corpo: l'istinto,
l' intelligenza primordiale che sa sulla vita più di quello che noi
riusciremmo mai ad apprendere dalle esperienze.
Ciononostante,
l’uomo si chiedeva come potesse avere ciò che aveva senza aver
chiesto nulla in cambio. E ossessionato da questa domanda, divenne
invidioso. Capì che la perfezione non era alla sua portata e divenne
nolente. Con questo stato d'animo cominciò a fabulare storie
verosimilmente insanguinate, sadiche e dolorose antagoniste alla
bellezza per opera di un capro espiatorio: il
diavolo. Né un lui, né un lei; ma
un Pan rovesciato in capro espiatorio della distruzione del creato il
quale, da autore conclamato del Paradiso Terrestre, fu descritto
alla credulità degli uomini il contrario apodittico del Dio amato da
tutto l'olimpo greco, rinascimentale e infine romantico.
Così
accadde che dopo miliardi di anni trascorsi a trasformare la luce e
il calore del Sole in bellezza viva
buona e bella, l'invenzione di un
guerriero nato per pugnare un nemico inesistente, a poco a poco
incarnò il dogma di tutti i dogmi, e
da questo superlativo assoluto vennero fuori gli antesignani di una
nuova congettura: il pregiudizio della guerra tra il bene e il male.
Questa congettura si rivelò una forza psicologia semplicemente
travolgente e la natura venne fuori in una settimana quando le ore e
il calendario già esistevano e i regni evolutisi in miliardi di
anni, seppure si riproducessero, mangiassero, volassero,
sanguinassero, mettessero radici, foglie, fiori e frutti, furono
definiti una cosa;
una semplice cosa nata cresciuta e morta da un' alba a un tramonto.
«Parola
di Dio» dicono.
Il
diavolo, questo diavolo, estese il suo dominio su ogni tipo di
società e stabilì, pena una morte dolorosissima, che l'uomo fosse
l'unico a possedere ragione, anima, sentimenti ed emozioni e
l'umanità che prima del pregiudizio mai ebbe paura della morte,
cominciò a temerla per il terrore della tortura usata praticamente
senza freni, senza umanità, senza giustizia. La lotta tra il bene e
il male, inesistente per ere, si assicurò la presenza costante e
sistematica del diavolo
che divenne parte attiva e irrinunciabile del pregiudizio,
successivamente sostituito con una figura ancipite
contemporaneamente rappresentativa del bene e del male: il dio
denaro.
Perciò
Atlante, che sa la verità da almeno duecentomila anni, cioè da
quando l'uomo apparve su questa Terra, sta lasciando la sua
postazione per essere sostituito da Ercole. Atlante, titanicamente
parlando, scoprirà che la Terra è stata svuotata dei suoi dei e
tornerà alla sua vecchia postazione per meditare sul da farsi. Lo
sappiamo dai greci e lo sa la nostra anima, memore dei tempi dei
nostri antenati. Già sappiamo da quegli uomini umili che vissero
felicemente come Omero, che l'ubiquità di Pan e la vitalità della
terra, diedero senso all'ennesima fatica di Ercole.
Ancora
certezze donate.
Ma
tu, pernicioso ipocrita, sai se dico la verità! Sai che siamo nei
guai. Sai che i Titani esistono quando non ci son più gli dei.
Perciò il genere umano è in allerta Meteo.
Capitolo
[3]
I
nostri antenati tamburellarono le tartarughe sui carapaci che
gioivano con gli uomini del ritmo della terra, del cielo e del mare
finché le lasciavano andare, contente d’essere state utili al
genere umano in alleanza con la natura. Per oltre diecimila anni e
fino a diecimila anni fa gli uomini batterono i carapaci come fanno
oggi i suonatori di hang,
uno strumento che suona celestiale come un’arpa e leggero come un
diapason.
Invece,
le poche tartarughe che ancora sopravvivono non hanno più fiducia
negli uomini. Dalla prima volta che l’uomo ne uccise una senza
chiedere perdono all’animale, non fu né cacciatore, né un
suonatore di carapaci, né un affamato, bensì un assassino. Del
resto, se uccidi una tartaruga per sfamarti non la lasci a marcire
intera sotto il sole. Per puro cinismo, una lunghissima vita
pacifica e contemplativa fu sottratta alla vitalità del mondo
dimostrando che il bene può perdere la sua battaglia contro il male,
perché di omicidio si trattò (e ancora si tratta). Da quel giorno
funesto il divertimento si trasformò in superbia e gli uomini
cominciarono a bastonare i cavalli, i buoi, le pecore, i conigli, i
maiali e i cani che ramazzavano per terra in preda agli spasmi sopra
il loro stesso sangue.
Se
prima non temevano l’uomo ed erano disposti a morire per lui o
insieme a lui, ora gli animali avevano paura. Mera paura, nuda,
cruda, terribile, sola. E a chi chiedeva spiegazioni per
quell’inutile crudeltà, gli assassini rispondevano di non
impicciarsi o avrebbero fatto la stessa fine degli animali.
«Ama
il tuo nemico», disse il più grande naturalista di tutti i tempi.
Ed è probabile che Gesù lo abbia detto veramente.
Ma
c'è da chiedersi perché il bene dovrebbe vincere il male se
l’invenzione del diavolo è il pregiudizio che ha messo fondamenta
talmente solide nel nostro inconscio da escludere la pace? Come si fa
ad amare questo tipo di nemico? Umanamente surreale, superfluo,
opportunista, imprevedibile, furbo, rancoroso, traditore, insidioso,
supponente? Come si fa?
Il
fatto è, che dove puoi amare il tuo nemico, il diavolo
non c’è! Nel mondo creato per essere un paradigma della bellezza,
il diavolo non esiste perché sarebbe contro natura! E' bastato un
disegno per farlo odiare. Tutti l'abbiamo pensato allo stesso
modo, ma invero non c'è. Questa forza della suggestione è da
controllare. La credulità sempre indotta ci fa sprofondare nel
nulla.
Quindi,
essendo un capro espiatorio, cioè il protagonista di un Leviatano,
il diavolo
è l’oggetto di una fabulazione che fa, dice e pensa le azioni di
qualcun altro che le racconta come una fiaba dalla trama tragica al
seguito di una immagine presentata come nemico.1
Se qualcuno dobbiamo perdonare, come facciamo a perdonare una favola?
Prendiamola per quello che è: un’invenzione che la paura latente
del dolore fisico ha asseverato fino a rimuovere il dubbio che fosse
incredibile o semplicemente improbabile.
Ci
sono voluti secoli di odio praticato sotto forma di genocidi e di
stupro della natura, ma il Leviatano è riuscito a monopolizzare la
capacità di giudizio asservendola ad un criterio di credulità.
«E'
la fede» dicono.
E
quando la scienza e la filosofia fomentarono la dissidenza
dall’assioma, il potere aggravò lo stato di soggezione. Insomma,
non è la verità a fare paura, neanche la morte ne farebbe, fa paura
il dolore fisico.
Così,
Dio fu dato allo spettacolo peggiore, quello più cruento, e il
pregiudizio anestetizzante continuò a fare correre il mondo verso
l’Apocalisse, l’avventurosa suggestione che statuisce le profezie
che San Giovanni, non avendo nemici da perdonare che non fossero
uomini in carne ed ossa, uomini come i romani, neanche avrebbe potuto
pensare una cosa simile, ma che l’estensore del pregiudizio intuì
sarebbero state accolte come ovvie e inconfutabili.
La
chiamano «parola di Dio».
Dato
che la bellezza non ha niente a che fare con la tortura, il potere o
il denaro, tuttavia il denaro dice, fa, comanda. Non ha anime da
ammirare nella loro bellezza, perché un conto in banca, non è
bello, è solo un conto in banca che discrimina il pensiero estetico,
al contrario della vita che si mostra con bellezza, armonia e salute,
il linguaggio dell'anima. La bellezza è un modo di essere della vita
e se il lusso può essere un diritto, l'ostentazione è certamente un
peccato.
A
farne le spese fu il pensiero del
cuore definitivamente rimosso dalla
sua esistenza psichica lo stesso giorno che Cartesio dichiarò che la
natura è una res exstensa.
Una dichiarazione dagli stessi connotati secolari, fu quella fatta
dal sadico e imperturbabile Stalin che dopo avere massacrato almeno
sessanta milioni di dissidenti, dichiarò di fronte al Politburo
sovietico che il comunismo non ha più
nemici. Tutti gli ostacoli sono stati rimossi. Non
aveva inventato una religione, ma l'anno zero l'ebbe anche l'URSS.
Di
coloro che finirono bruciati vivi per aver affermato che «Dio è
morto» sopravvive la verità divulgata per mezzo dell’arte
sopravvissuta all’obbligo ecclesiastico che per secoli costrinse
tutti gli artisti del mondo a raffigurare La Bibbia e il suo universo
canonico.
Sembra
acqua passata. Invece, il danno è stato fatto e se qualcosa è
rimasto della vera carriera dell’uomo su questo pianeta, il
percorso dell’umanità è riassunto nei pochi e importanti musei
che sincronizzano l'osservatore con i reperti in mostra lungo la
storia contestualizzata al tempo dei manufatti.
Per
esempio, al British Museum, si evince che l’eterna alleanza di cui
parlò Gesù è con la natura, la casa della vita. Perciò, la verità
fu di questo mondo prima che gli assassini tornassero sporchi di
sangue e con lo sguardo corto, opaco e colpevole come se l’anima
fosse scappata via verso luoghi inaccessibili alla vera bellezza.
Grazie per l'attenzione, 28 giugno 2016
Marcello Scurria
1)
Ccome Carducci che ha scritto
l'Inno a Satana e Govanni Pascoli Inno a Pan.
Una poesia che
entusiasma il mondo interiore del lettore, come solo la
dimestichezza con la verità può coinvolgere.

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