Non
è tanto l’investimento a fare notizia, a mio parere, quanto il fatto che sembra
la prima volta che ci sia un piano olivicolo nazionale, come comunica il Ministero
delle politiche agricole alimentari e forestali.
Daltronde lo prevedeva l'articolo
4 del DL 51/2015.
Dovrebbe profilarsi concretamente il da farsi per la identificazione ancora
più marcata dell’identità nazionale dell’olio extravergine d’oliva attraverso l’organizzazione
convinta di una filiera nazionale perché possano essere sfruttate le
interrelazioni tra il comparto nazionale e quello internazionale.
Non è poco, mancava di certo, ed
incrementare la produzione adesso che il mercato trova convenienti altri
prodotti oleari di sicuro è un’operazione complessa sotto il profilo dell’affermazione
e nella necessità di non aumentare la pressione sulle risorse naturali. Se siamo
favoriti dal fatto che la terra ed il clima ci aiutano, che la nostra
produzione olivicola è di tutto rispetto e che già disponiamo di prodotti d’eccellenza,
adesso servono le logiche e le coerenze e, per carità, lo stare lontani da
speculazioni e furbizie.
Ma
adesso cosa succederà?
Il
piano coinvolge le risorse regionali per essere meglio supportato con un occhio
di riguardo alle specificità dei singoli territori, e dalle premesse si avvale
di una articolata architettura d’insieme.
Nel
quadro generale, grande rilevo va dato alla
spinta culturale che punti sulla sostenibilità ambientale in armonia con quella
economica. Insomma ogni passaggio va vissuto dentro un sistema di pensiero che,
mentre cura gli aspetti più prettamente agricoli li concilia con l’economia di
un progetto a sostegno dell’immagine. L’immagine che colpisce i mercati non è
dettata solo da una buona pubblicità promozionale ma dal presentarsi con
prodotti certificati che appartengono a classi merceologiche superiori. Un Made
in Italy che non si accontenta e ricerca il meglio sotto il profilo della
salute e della efficienza anche attraverso la ricerca e l’innovazione nel pieno
rispetto della propria identità.
Ciò
significa
a) razionalizzare la coltivazione
degli oliveti razionalizzando la risorsa idrica e rinnovando gli impianti
nazionali attraverso la meccanizzazione,
b) recuperare le
varietà delle cultivar nazionali di olive da mensa,
c) puntare sulla organizzazione
economica degli operatori della filiera olivicola, sostenendone l’aggregazione ed il funzionamento.
Ma questo era già previsto dal regolamento UE n.1308 del 2013.
Intanto
il Ministero offre una riflessione comparando le quantità prodotte dalle olive
italiane e sarebbe interessante comprendere più da vicino le cifre
generalizzate e le motivazioni a
supporto se
a) nel 2010/2011, la
produttività è stata di 550.000 tonnellate;
b) nel 2011/2012 si registra di 541.760 tonnellate:
c) nel 2012/2013 scende a 505.915 tonnellate;
d) nel 2013/2014
diminuisce a 477.106 tonnellate;
e) nel 2014/2015 è ancora
meno con 302.000 tonnellate.
Il
Ministero registra che le aziende olivicole italiane sono circa 900.000 ed il
volume d’affari è 3 miliardi di euro, pari al 3% del fatturato totale
dell'industria agroalimentare.
L’olio
italiano va difeso, tutelato, protetto e con lui la terra, gli uomini ed il
lavoro, la salute. E poi, come rinunciare ad una fetta di pane con ottimo olio italiano?
Maria Frisella

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