Madre Natura ovvero
il Numinoso
(stralcio del saggio Giuseppe Bonaviri poeta e scrittore del Paradiso)
La Grande Madre che dà senza chiedere nulla in cambio, fa presa su
Giuseppe che da essa astrae forme, colori e sinestesie. Madre Natura sempre in
gloria, onnipresente nelle opere di Bonaviri insieme alle forze cosmiche che si
dividono il creato in parti uguali: bene e male. Come il giorno e la notte.
Il macrocosmo del
male sovrasta le forze pacifiche che
soccombono perché i tempi delle virtù sono più lunghi e più difficili: il tempo
dell’uomo non è il «tempo biologico» di madre natura e i malefici colpiscono i
singoli generando sventura, povertà e misera. Il destino è sopratutto
impietoso, il meccanismo mortifero sovrasta la vita, una parentesi soprattutto
inutile, superflua per l’enormità di fallimenti ed epiloghi disperanti. Quindi,
Bonaviri instaura la vandea della Natura. Crea gli antidoti. Oppone alla morte
le deità del suo genio letterario che si adopra come scienziato, come poeta,
come medico, come mentore di amici e parenti scomparsi, dei quali non disperde
la memoria trasfigurandoli in eroi sociniani dell’umanesimo e dell’amicizia sui
quali cadde prematuramente la scure della morte.
Scrivendo così, l’iperbole Giuseppe Bonaviri è
sempre nel mondo e nel tempo di uno stato di grazia personale che
fu bucolico, istintuale, spensierato, ludico e amicale, ingenuamente
edonistico, ma soprattutto libero. Un pleroma vaporoso di certezze platoniche,
ossia, come disse un altro superbo siciliano, Bent Parodi di Belsito,
«plotiniane». Le iperboli di Bonaviri,
sono le [crono]storie di un «sema»
esistito esclusivamente nel suo endocefalo «frontolimbico», a quanto pare, la
sede cerebrale del numinoso. Come dice la Bibbia, una interiezione casuale e
estiva, un evento esaltante ma implicito alla Natura dato che «l’occhio vede
perché è solare» secondo un procedere millenario e simbionte che si struttura
dal grande al piccolo.
Proviamo a immaginare una Terra figlia del
cosmo, una biosfera che funziona da superorganismo autoregolante, e Adamo
figlio della vita, specchio sinottico della biosfera e sintesi estrema della
natura naturata in strutture cerebrali e forma antropomorfa. In una parola:
evoluzione. Tutto si compone dal tutto, il Sole è l’energia, il tempo è
l’architetto. A questo punto, colto l’attimo del pleroma, l’estasi scorre come
una linfa rarissima, una vera e propria ambrosia capace di «materializzare»
l’intercotidale esoterico che fra terra e cielo ospitò per caso Giuseppe, dove sostò avvolto nella noosfera,
nel pensiero del mondo con la grammatica e la sintassi della vita, la
declinazione paradisiaca dell’Uomo e la complessità della perfezione. In
quell’attimo e in quelli successivi fu la catarsi del numinoso. Dunque,
noosfera che struttura la forma psichica, e non
viceversa. Il positivismo «dell’oltre» è trascendente; e Bonaviri lo coglie
nell’attimo casuale, in un «carpe diem» che glielo rivela e converte Giuseppe
al nuovo modo di «pensare» la brutale realtà quotidiana della quale teorizzerà
i paradigmi dell’estasi. Insomma, l’occhio ha capito come fa a vedere la luce
che non solo ascende nella mente, ma
calca il cervello e stura il suo stile magico. In altre parole, il titolo di questo saggio, la cosmogonia di Bonaviri
scrittore e poeta del Paradiso
Allora, non meravigliamoci più, se narra la
costante epifania dell’anima scrivendo stesure ultraumane. Le argomenta dal
numinoso. Non solo il cronotopo dell’esperienza assurto a paradigma di perfezione
concettualizzata, ma piuttosto l’ipostasi del concetto di «male» dedotto a contrario e poi descritto, alluso,
intuito, identificato, forse è meglio dire, isolato dal «bene», l’intima
sostanza di cui è fatto il numinoso elevato a paradigma e concezione del mondo.
Grazie per l'attenzione, marzo 2016
l'Autore: Marcello Scurria
Nessun commento:
Posta un commento