Siamo abituati a vederlo beandoci se Johann Wolfgang Goethe arrivando in Sicilia nel 1787 lo definì “il promontorio più bello del mondo”……. “con la sua elegante linea in piena luce”.
E’ vero, il monte ruba le sfumature dell’alba
e del tramonto, proteso sul mare Tirreno, chiude il Golfo di Palermo dove si riflette vanitoso nelle belle
giornate, mentre guarda a sud il golfo
di Mondello.
E si ripara
nella notte confidando i suoi segreti alla luna, tra le ombre delle rughe
millenarie che ne scavano i fianchi o delle grotte del paleolitico
e del mesolitico, lì dove ha
regalato strumenti
preistorici per la caccia, le ossa di un elefante nano, materiale ceramico a
vernice nera e frammenti di anfore puniche.
Ogni giorno si impegna a raccontare la
sua storia anche al palermitano più distratto ed accoglie il visitatore che arrivi in nave o in aereo o percorra le
strade della città che sovrasta come l'amico massiccio ma mai invadente.
Perché si chiama Pellegrino? E cosa
racconta?
Promontorio di natura calcarea con i suoi 609 metri di
altezza s.l.m. , i Greci lo chiamarono Ercte per la sua ripidezza, ma anche Kronion perché dal IV al III sec. a.C vi si
eressero i monumenti di pietra dedicati al dio Kronos. Forse proprio una
di tali pietre, chiamata Pietra dell'Imperatore,
fu usata dal re normanno Federico II come orologio solare per segnare la
giornata lavorativa dei contadini.
Dovette essere un grosso masso, a forma di cono ed alto circa quattro
metri, che veniva coperto dall’ombra del monte quando il sole calava verso il
tramonto, segnando l’ora in cui i braccianti potevano smettere di lavorare. Il
masso esisteva, ma nel XIX secolo fu
fatto saltare per ricavarne materiale da costruzione. Il resto sembra essere
leggenda.
Gli arabi lo chiamarono Gebel Grin, monte vicino, e poi Bulkrin, alterazione di Pulgrin.
Ma lo sapevi?
Furono i Latini a chiamarlo Mons Peregrinus, monte nemico, ostile a loro
perché alle sue falde furono
costretti a combattere per ben tre
lunghi anni, contro i cartaginesi di Amilcare Barca che vi
si era asserragliato tra il 247 ed il 244 a.C.
Per
quanto peregrinus, il monte rimase sempre il punto di
confine tra cielo e terra, dove è possibile meditare e ritrovarsi tra
condizione umana e condizione divina, in eremitaggio tra i silenzi lungo gli
orizzonti dell’infinito sentire mentre la storia continua a scrivere il suo
percorso.
Quel Monte Pellegrino aveva conquistato
il proprio culto divino e salutare per la sua sorgente d’acqua, prima dedicata
ad una ninfa, poi ad una dea ellenica e
poi ancora a Tanith, dea punica della fertilità e ad Iside. Lo
testimonia la presenza di un’edicola dedicata alla dea e poi trasformata in
chiesa cristiana, all’interno dell’attuale grotta di S.Rosalia. Nel 1625 vi si trovarono i resti mortali di Santa Rosalia
Sinibaldi, o almeno questa è la fede, quelli che portati in
processione liberarono i palermitani dalla peste, e quell’area a 429 metri s.l.m., divenne sede della
grotta profonda 25 metri, le cui pareti trasudano acqua ritenuta miracolosa e
raccolta in doccioni. Lì fu edificato il santuario la cui facciata seicentesca
si addossa alla roccia, dove i palermitani,
il 4
settembre di ogni anno, fanno l’acchianata,
la
salita sul monte, per devozione alla santa.
Anche i tamil, che sono il gruppo etnico di origine
indiana a Palermo, oggi salgono al Santuario lungo il monte, considerandolo come il loro sito sacro nello Sri Lanka: il Kataragama.
Il legame tra i tamil palermitani,
cristiani o cattolici e induisti, e la santa patrona della città passa dagli elementi simbolici della
montagna, elevazione dalla terra verso il cielo, e dagli oggetti culturali:
acqua, pietre, terra, reliquie, comuni a molte religioni.
Anche loro salgono il monte, scalzi, in
un cammino spirituale verso l’oltre, e se il monte conserva una entità divina,
questa può essere venerata insieme alle numerose altre loro divinità.
Monte Pellegrino, dunque, integratore e
mediatore di fedi e speranze attraverso il silenzio dei suoi simboli ed il
culto.
Ma anche sede
di formazione di alta managerialità.
Se guardi a metà del monte, su un picco a 346 metri, riconosci subito un palazzo di
colore rosa pallido, che ricorda un castello neogotico. Dal suo belvedere si
domina la città e la piana.
Fu costruito
tra il 1928 ed il 1933, su progetto dell’architetto G.B.Santangelo per volontà
del cavaliere Michele Utveggio che aveva acquistato dal Comune il terreno. Non
dovette essere facile costruirlo specie se in soli cinque anni. Dunque non
castello neogotico ma palazzo di stile liberty anche se continuiamo a chiamarlo
castello Utveggio.
Fu inaugurato come il “grand hotel
Utveggio”, lussuoso albergo che poteva offrire una vista unica su Palermo. Ma
non ebbe fortuna perfino quando si tentò di aprirvi un casinò. Poi con la
seconda guerra mondiale dovette chiudere e, abbandonato, fu oggetto anche di
atti vandalici.
Solo nel
1984 venne rilevato dalla Regione Siciliana che quattro anni dopo lo assegnò al
Cerisdi, centro di alta cultura
manageriale.
Monte
Pellegrino? Credo proprio che abbia perso la sua ostilità ma a quel nome
rimaniamo ormai affezionati.
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