Il
cinismo ad Atene, 2.500 anni fa, predicava l’abolizione di ogni desiderio che
potesse compromettere un sano spirito libero, il rifiuto di ciò che aumentasse
i bisogni, riferito non solo all’individuo, ma a ogni cultura, ad ogni civiltà,
quindi il rifiuto delle istituzioni sociali, degli usi ed in sostanza
l’adozione di una vita naturale come quella dei cani appunto.
Oggi
il suo contrario è da intendersi in buonismo, sentimentalismo, pietismo, umano,
rispetto.
Bene,
sembra che oggi la nostra società sia divisa in questi grandi gruppi. E in
quella dei cinici, sembra, che alberghi più potere, denaro, sicurezza. Non che
nei benestanti ed economicamente più agiati non si trovino buoni sentimenti e che
di converso nei poveri e disperati non si incontrino cinici speculatori delle
disgrazie altrui. Ma in prevalenza questa vita, così come ce l’ha dettata “carosello” ed il mondo falso della
pubblicità, ha impresso in larga parte della popolazione l’idea che un sano
individualismo centrato sull’arricchimento possa consentire il soddisfacimento
delle nostre necessità. E siccome ne abbiamo poche allora la pubblicità si è
occupata di inventarci cose futili, inutili, ma rese necessarie dal fatto che il
nostro ideale di uomo o donna che sia deve possederle per essere al passo col
tempo in cui vive. Quindi un telefonino non deve servire a telefonare ma ad
essere esibito possibilmente intonato alla borsa, scarpa o altro inutile
accessorio. Insomma per essere in sintonia col nostro presente dobbiamo avere
tutto. E cosa sia il tutto, abilmente, ce lo propina il regista nel suo film
con inserimento di pubblicità subliminale o il testo di una canzone che forgia
le giovani vite rendendoli “bravi consumatori”. Ed allora l’orecchino di
piratesca memoria diventa l’accessorio del direttore di banca o del
professionista di grido, magari con un carato di brillante, ed il tatuaggio
testimone del pedaggio di patrie galere diventa il modo di contraddistinguerci
dal gruppo. Ottenendo l’effetto opposto di omologarci. Una tv deve avere almeno
cinquanta pollici, magari messa in un saloncino di tre metri per quattro. Ma
vuoi mettere? Per tornare ai gruppi non c’è gruppo sociale che non si crei
attorno al possesso dell’oggetto agognato e la scala gerarchica, necessaria in
ogni gruppo, non è la sagacia, l’intrapendenza, la cultura. No, è il possesso
del simbolo più esclusivo cioè più caro. I nostri ragazzi, noi stessi siamo
portati a dare un valore leaderistico all’oggetto posseduto. E se invitiamo
qualcuno a cena la competizione, si sposta sul menu. Sull’arredamento, sulle
stoviglie.
Dunque
il gruppo dei cinici è imperante. E per appartenervi si deve pagare un prezzo.
Poco importa se questo prezzo è il diritto del collega cui abbiamo rubato un
avanzamento di carriera, un pezzo di vita a uomo cui abbiamo, con un concorso
falsificato, rubato un posto di lavoro o una sicura vecchiaia a decine di
giovani cui abbiamo rubato l’opportunità di una pensione. Se vuoi stare sulla
giostra luccicante dei cinici e vincenti a queste cose non devi pensare. Devi
tirare innanzi. Puoi sempre fare un’offerta di un euro a TELETHON col tuo
bellissimo telefonino, adottare un bambino a distanza senza caricarti il
rischio che ti sporchi il divano portandolo a casa, o puoi lascare il denaro in
busta chiusa nelle mani del parroco assieme alla tua più cara amica che
garantirà sul tuo nobile, anonimo, gesto.
Carlo Mocera
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